A che servono queste elezioni?

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ACIREALE – Ho vissuto troppi momenti simili a questo in vita mia;  e non me la sento di dire a priori  che i ‘candidati’ a sindaco siano da buttar via tout court:  la speranza che , a questo punto solo  dopo le elezioni, qualcuno voglia affrontare in modo politico, cioè serio, le contraddizioni di fondo che hanno brillato per la loro assenza  nei provincialissimi incontri preconfezionati di tutti e cinque insieme – quasi a volere mutuamente sostenersi  qualcuno mi ha detto che si chiamano a vicenda “collega”- la coltivo sempre, disperatamente.

Che contraddizioni? La prima è  ideologica: si tratta di candidati senzapartito, che non sentono l’esigenza di richiamarsi magari con qualche scarna citazione non dico al socialismo, sia pur nenniano, ma neanche al cattolicesimo, che so, martinazzoliano o moroteo o dossettiano o lapiriano. Questo non gli ha impedito di presentarsi –tutti assieme come cresimandi- a invocare la benedizione di monsignor Raspanti. Tra di essi nessun distinguo, sia pur timidamente laico, da cui i cittadini di quattro generazioni che vivono in Aci possano trarre il conforto che una dialettica ideale c’è. Quindi,  cinque candidati granitici nel sostenere l’ideologia unica che pervade Aci da circa un secolo, dal tempo di scioani e baiocchi.

Visione un po’ più allargata rispetto alla piccola Aci Aquilia? Domenica si voterà anche a Catania, la nona città d’Italia, con cui ci sono tante questioni da regolare. E mentre Bianco  riempie il quotidiano” La Sicilia “- ad esempio oggi- di annunci per opere pubbliche milionarie, come i cinqucento milioni per i reflui, il depuratore, la costa, i nostri cinque difensori  non ritengono di intrecciare con Catania, pur in uno snodo fondamentale come le elezioni- che il caso e la Procura hanno allineato al fatidico 10 giugno- alcun comune ragionare.

Tempo addietro, in un mio articolo dal titolo “i doveri di un sindaco” che potete trovare in Fancity, premonitore e scritto – lo giuro- per  ammonire  Barbagallo circa le questioni  economiche e morali di gestione del patrimonio cittadino, invitavo a fare una profonda ricognizione  dei beni in possesso del Comune. E ricordavo, tra l’altro, che l’enorme patrimonio costituito dagli ex collegi e istituti (tra i quali può benissimo essere annoverato l’IPAB di via Maddem) poteva già molti anni prima essere incamerato dal Comune, ma non fu portato a termine per mantenere questo ibrido in cui la Chiesa cattolica è coinvolta solo a suo vantaggio, senza sborsare un euro (che viene invece a pesare, come sempre sulle povere spalle dei siciliani). Non una parola i nostri cinque moschettieri hanno riservato al patrimonio comunale.

Non c’è tempo per fare una rassegna neanche delle grandi contraddizioni. Solo, ricordo lo stato di derelizione dell’agricoltura, che (ed è solo un dato del 1990, contenuto nel PRG di D’Agata) vede il 30% (allora) di terreni abbandonati. O la piccola industria, per la quale non è stata avanzata alla Regione alcuna proposta di insediamento, sapendo solo a ogni piè sospinto bearsi, come fanno i nostri Cinque, col carnevale e ricordare, come la bella Elmiera di Villon, i fasti delle Terme e della Villa.

Una campagna elettorale inutile, dunque, che prefigura, senza voler essere gufi, tempi terribilmente uguali a quelli vissuti fin qui.

(Ivan Castrogiovanni)