Acireale e i Pupi Siciliani in vendita.

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“Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.”

Probabilmente, uno degli incipit più famosi della letteratura italiana quello dell’Ariosto e del suo “Orlando furioso”, conosciuto anche da chi, forse, non lo aveva mai studiato tra i banchi di scuola perché ad insegnarglielo erano stati loro, i Pupi Siciliani. Una tradizione, questa, di cui noi acesi dovremmo essere orgogliosi, visto che eravamo, insieme con Catania e Palermo (dove l’opera dei Pupi nasce nel 1750, probabilmente ad opera degli spagnoli), i rappresentanti delle tre più antiche scuole siciliane. E lo siamo stati anche in maniera estremamente originale, dal momento che, rispetto alle altre due tradizioni, quella acese – fondata da Mariano Pennisi nel 1887 il quale, nonostante fosse analfabeta, pare conoscesse a memoria “L’Orlando Furioso” e “La Gerusalemme Liberata”- è caratterizzata dal fatto che il manovratore muove i pupi stando su un palcoscenico a 1,20 m da terra, dando così, più profondità alla visone per chi osserva lo spettacolo. Eppure, questa illustre tradizione, l’antica società cooperativa Teatro Emanuele Macrì di Acireale, portata avanti dall’ottantacinquenne Vincenzo Abbate, rischia quasi di scomparire, perché sempre meno persone sembrano interessate a questi spettacoli, ovvero alle storie a puntate dei Paladini di Carlo Magno in lotta contro i Saraceni. Diventa, così, difficile poter gestire le spese e l’ingente patrimonio fatto non solo di Pupi, ma anche di cartelloni e storie che un tempo ricevevano anche un finanziamento dallo stato. Così, oltre 150 Pupi (alti 1,20 m) e diversi cartelloni saranno venduti all’asta a fine ottobre a Firenze. Attraverso la vendita si cercherà di finanziare quei pochi spettacoli che vengono ancora richiesti da scolaresche e qualche turista.
E’ davvero doloroso tutto questo, perché la vendita rappresenta una sconfitta, innanzi tutto per la città di Acireale, che rischia di perdere una sua antica tradizione culturale, talmente nobile da essere diventata Patrimonio Unesco nel 2001. Una colpa collettiva, di chi non è stato in grado di trasmettere alle nuove generazioni una bellissima tradizione fatta di storie che affondano le proprie radici nel Medioevo. Insomma, un grande, grandissimo peccato!

(Valeria Musmeci)