Acireale non è una città turistica

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Le città che possono definirsi di attrazione turistica non possono fare a meno di possedere determinati requisiti.  Gli indici sono definiti e noti: dal tenore di vita ai servizi, l’ambiente, tempo libero, lavoro.

Acireale si presenta con un gap incredibilmente complesso da recuperare.  La nostra città è da troppo tempo priva di manutenzione e di cura. Muri scrostati, manifesti affissi in ogni angolo, strade con asfalto vecchio e rattoppato, segnaletica sbiadita, cartelli divelti, pali inclinati, lampioni cadenti e sporchi. Periferie nel disordine urbanistico e tristemente dislocate ai margini di una città decadente. Niente depurazione, coste abbandonate e piene di spazzatura e afflitte da una viabilità “stile Mogadiscio”.

Decenni di dispersione delle risorse e di assenza programmatica ci mostrano oggi una città stanca, vecchia, triste. Il barocco affoga nel pm10, le chiese, i bei palazzi sono sempre circondati dalle automobili, dal traffico, dai parcheggi. Vedere piazza San Domenico sfregiata da un palazzone e colpita a morte da un parcheggio d’auto è desolante e si comprende benissimo come la bellezza, dalle nostre parti, è stata stuprata. Stessa cosa per piazza Lionardo Vigo e macroscopicamente in piazza Duomo. Davanti alla Cattedrale passano bus e camion e tutto intorno è uno strano mix tra Mogadiscio e una polaroid sbiadita degli anni ‘50.

Ad Acireale è operazione complessa spostarsi con i mezzi pubblici, fatto anche più complesso riuscire a capire come utilizzare (in maniera collettiva e civica) il proprio tempo libero. Il parco delle Terme chiuso e devastato, la villa Belvedere stessa sorte, l’area della Gazzena sola e arsa dal fuoco. Cartellonistica spontanea e abusiva in ogni angolo di città, motoape agli incroci, parcheggi come mete ambite da automobilisti e parcheggiatori “spontanei”. Insomma investire qualche ora del proprio tempo libero ad Acireale è davvero operazione stressante. Il meglio che ci si può concedere è uscire di casa per infilarsi in un bar e prendere un gelato spolverato con scarico di marmitte.

Tutto ciò è noto ed è storia antica. Una politica senza visionari, senza sogno, senza immaginazione vivida della bellezza ha ridotto la nostra città in un luogo vecchio, cadente, triste, povero e senza amore. Il senso collettivo non può esistere senza una progettualità condivisa e finché si riusciva a sbarcare il lunario allora tanti chiudevano un occhio ed anche due, ma oggi che le risorse sono ridotte a miseria, che si riduce inesorabilmente l’investimento nel welfare, che i figli emigrano, che non si arriva a fine mese, la bellezza sembra un lusso e non ci si accorge che l’unica via d’uscita è progettare con serietà e lungimiranza la vivibilità urbana.

Mezzi pubblici, qualità dell’aria, spazi verdi, isola ecologica e pedonale, progettualità turistica per le bellezza della riserva della Timpa, acquisire la Gazzena, rimuovere l’amianto a Pozzillo, comprendere e riorganizzare il termalismo, dare ossigeno ad una città che sta morendo soffocata dalla propria tristezza. In questa direzione dovremmo tutti remare; dalla classe dirigente ai cittadini.

Ci vorranno anni e anni e i risultati potrebbero anche essere sorprendenti se, prima o poi, qualcuno decidesse di darsi e perseguire un progetto serio, un piano di riqualificazione e sviluppo per poter dire che si è costruito e pensato per le future generazioni. Oggi, però, sono le tristezze che compongono il sentire comune, che producono una resa collettiva, un deperimento dello spirito e una particolare tristezza interiore.

(mAd)