Cultura

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Il fenomeno dell’immigrazione, tra il 1901 e il 1914 aveva interessato anche le contrade Acesi. La crisi agrumicola, la fillossera  che aveva messo in crisi il comparto vitivinicolo (il vino era uno dei volani principali della nostra economia) e il suo indotto , aveva costretto molti Acesi a prendere le navi verso gli Stati Uniti , mentre una nutrita comunità “Scalota” opterà per Mar del Plata in Argentina. Il prof. Cosentini nel suo Saggio “Primonovecento , l’inizio secolo in Sicilia e Acireale”  accennò a questo fenomeno. Molti emigrati scriveranno, ai parenti rimasti, sulla loro nuova vita.

“Nostri concittadini emigrati negli Stati Uniti d’America scrivevano lettere significative di progresso. Ecco il brano di una di tali lettere, che una mia zia ripeteva a memoria, per esserne stata destinataria: ” Edistinta patrona qui si viaggia tutti ad un posto nelli trammi e nelli treni, e non ‘nporta che suia un lorto, un scumeca o un zappatore” (nei treni e nei tranvai non si fa differenza di posto, com’era da noi, almeno nei treni; e non importa che si tratti di un signore-padrone, di un calzolaio o di un contadino). Quanta gioia nella conquistata uguaglianza, in luogo tanto lontano dalla propria terra natale.

Cristoforo Cosentini “Novecento in Sicilia e ad Acireale”

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il 04 di agosto 1901 , presso il giardino Belvedere, si inaugurava il Cafè – concerto “Eden, proprietario Salvatore Di Maria che riceveva il terreno in concessione dal Comune, progettato dall’ing. Vincenzo Paradiso su indicazioni di “Neddu” Modò Mauro. Il servizio era affidato a Giacomo Costarelli (ancora nella parete si riesce a leggere quello che il locale offriva: vini, liquori, gelati e sorbetti. l’intrattenimento musicale, invece era affidato al Maestro “Neddu” Russo. Le pagine del giornale locale “Il Patriota” a firma S.G. , il giorno 11 di agosto, descrivevano il nuovo locale.

In un luogo incantevole, circondato di alberi fronzuti profumato di zagare e di gelsomini, tra le varietà di fiori, sorse L’Eden, come uno di quei castelli che il Mago merlino fece scattare da sotto terra con un colpo di bacchetta! Sorse sopra l’ultimo lembo delle sette lave, sopra il mare del quale odi il rompersi delle onde e vedi la marina illuminata, e i lumi sbandarsi per le acque. E’ posto non lungi dalla città, le cui vie rintronano degli scalpitanti cavalli, dallo scrosciare dei superbi cocchi, dal lieto vociar della gente. E vedi, lontano la riviera, i boscosi burroni. l’Etna dalla vetta nevosa e fumante, l’estremo confine dove il cielo, trapunto di astri ed illuminato dalla luna, posa sulla terra e sul mare. La natura protegge l’arte, la coinvolge nel suo vello d’oro , ma questa è più splendida di quella. La luce elettrica fuga i raggi della luna, la fabrica con i suoi artistici trapezii sovrapposti si fa luogo tra i rami degli alberi,le armoniose note ti invogliano a udire. Nel disegno che adorna la facciata di esso, il pittore ha trascritto un brano importante della nostra civiltà. Lo stile moresco, di cui l’edificio è artisticamente decorato, si adatta a meraviglia al destino di essa fabbrica, ci fa ricordare di quella importante e gaudente civiltà che  in Ispagna e tra noi si diffuse tanto rapidamente, e la cui influenza non è rilevata appieno. Mettendo il piede nell’atrio,  il poeta latino dell’amore e delle dolcezze ti chiede: “Quid petis?”  e tu devi fermarti ancora ad ammirare le decorazioni della volta di stile uguale, a leggere quei versi latini adatti ad un simposio. Poi ti appressi alla credenza sostenuta da una vasca di dorati pesciolini, e ti hai quel che comandi. Camerieri ben vestiti e pieni di grazia ti servono al tavolo mentre le dolci note musicali aumentano in te il piacere e lo svago. Io  visitai il Caffè nel giorno della sua apertura, lo trovai affollatissimo e assortito di un gran servizio di sorbetteria, di bibite e di liquori. Persone di qualunque posizione sociale si frequentavano e restavano ammirati. Lo impianto di questo caffè era veramente necessario, tolgo da ciò argomento per fare  il mio augurio allo intraprenditore; mentre rivolgo un evviva di cuore al promotore, al direttore dell’Eden! Egli ci ha dato prova, che  il buon gusto dell’arte non si è spento tra noi malgrado che qui e occasione di farne mostra. Viva l’arte, degnamente rappresentata in persona del simpatico Nello Modò Mauro, che nulla ha tralasciato per rendere artisticamente gaio quel luogo.”

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Uno dei culti più antichi di Aci è quello verso la Beata Vergine della Catena, venerata nel casale “delli Scarpi”. Come scrisse  Mons. Salvatore Bella: “fu ai tempi di Re Martino, ed allorchè egli strinse d’assedio il fedifrago Artale di Alagona rinchiuso nel castello di Aci. D’allora in poi non più dimenticossi quel culto; e certo da li a non molto fu dipinta l’Icona, che anche oggi si osserva dentro la nostra chiesa, ritoccata in tempi più recenti; ma che molto assomiglia nell’insieme all’immagine vetusta della Madonna della catena, che si venera in palermo, nell’artistica chiesa dello stesso nome. Verso il 1576, pare, fosse stata aggiunta all’icona una cappelluzza od oratorio, piccolo e angusto. 

Dalle ricerche d’archivio di Don Giuseppe Guliti apprendiamo, invece,  che nel marzo 1567 , un decreto vescovile, autorizzava i mastri d’opera dell’omonimo oratorio facoltà a poter far celebrare la messa e  la festa della Beata Vergine il “martedì di Pasqua” di ogni anno.  Dal 1588 al 1597 si porta a termine la costruzione di una nuova chiesa attorno alla cappellina , la festa viene fu trasferita alla data dell’ 8 settembre (solennità della Natività della Beata Vergine).

Nel 1623 con le elemosine dei fedeli si raccolse la somma di 80 onze e si diede incarico a mastro Giuseppe Firrito di Catania (stesso autore della statua della Madonna de’ Patanè)  per la realizzazione di una statua della Madonna da portare in processione per la contrada. Il 31 agosto 1624 si ottenne licenza per poter portare in processione e benedire il simulacro della Madonna della Catena.

Memorie storiche del Comune di Aci Catena di Mons. Salvatore Bella

Ricerche d’archivio di Don Giuseppe Guliti.

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Ricostruzione storica della giornata dell’ 8 agosto 1943 realizzata magistralmente dal Dott. Lorenzo Bovi, studioso ed esperto delle vicende  della II guerra mondiale in Sicilia. Questa ricostruzione e’ stata possibile grazie al ritrovamento di numerose foto tedesche recuperate al BundesArchiv di Koblenza, molte di queste pubblicate nei volumi della collezione WWII Sicilia.

Il titolo ha una punta di sarcastico “gli inglesi entrano ad Acireale. Entrano, … appunto”.  Gli eserciti sono schierati, tutto è pronto per la battaglia per le strade della città, ma prevale la voglia di finire presto la campagna di Sicilia da ambo le parti, i morti sono stati numerosi per entrambi gli schieramenti….non e’ stata la tanto decantata “passeggiata” per gli angloamericani.

Giorno 8 agosto 1943: gli inglesi entrano ad Acireale. Entrano, … appunto.

Acireale si trova in Sicilia, sull’unica strada che collega Catania a Messina. Da una parte c’è il mare, con l’impenetrabile e selvaggio costone della Timpa, dall’altra si sale verso la grande Etna. E’ una discreta cittadina di circa 20.000 abitanti, famosa per le sue Terme, per la collezione numismatica del Barone Pennisi di Floristella, per il Pastificio Leonardi e per la produzione di limoni. Da alcuni anni ospita un Comando Tedesco e diverse truppe italiane di passaggio. Per andare da Catania a Messina ci si deve passare per forza.

La situazione per l’Italia è tragica, gli Inglesi sono sbarcati in Sicilia e dopo aver lasciato migliaia di morti sul terreno sono finalmente riusciti ad arrivare a Catania. Anche i Tedeschi hanno già avuto le loro durissime perdite, prima per contrastare lo sbarco e poi al Ponte di Primosole (dei 1.400 uomini del 3° Reggimento Paracadutisti almeno 1.100 sono stati uccisi, catturati o feriti – erano arrivati in Sicilia dalla Francia due giorni dopo lo sbarco alleato). Ora si stanno ritirando verso Messina, dove riusciranno a mettere in salvo oltre lo Stretto migliaia di uomini e centinaia di mezzi (la guerra poteva già finire lì). Intanto il Duce è stato arrestato e già si prevedono “salti di barricata”.
I tedeschi in ritirata decidono di creare un nuovo sbarramento proprio ad Acireale e ci piazzano in agguato i paracadutisti del 4° Reggimento (Fallschirm-Jäger-Regiment 4), al comando del tenente colonnello Erich Walther, da cui prenderà il nome il Kampfgruppe Walther (comprendente il FJR 4, il Fallschirm-MG Bataillon 1, il Fallschirm-Pionier Bataillon 1, il Fallschirm-Panzerjager Abteilung 1, e parte del Fallschirm-Artillerie Regiment 1.

Il 4° FallschirmJäger Regiment comprendeva il Comando, un Plotone Comunicazioni, un Plotone Ciclisti, un Plotone Pionieri, il 1° Fallschirmjäger Battalion (Maggiore Egger), il 2° Fallschirmjäger Battalion (Maggiore Vosshage) ed il 3° Fallschirmjäger Battalion (Capitano Grassmel). Molti di questi erano appena arrivati in Sicilia, ancora freschi freschi con i bei vestitini stirati, altri arrivavano invece dalla terribile battaglia di Primosole.

Va detto che questi paracadutisti non c’entrano nulla con i tedeschi presenti ad Acireale fino ai giorni dello sbarco, i quali avevano con la città un rapporto di profondo rispetto ed amicizia. Qui si tratta di “combattenti puri”, destinati alla morte, per i quali ogni casa ed ogni pietra sono semplicemente mezzi da usare nel raggiungimento del loro obbiettivo, dettato da un ordine superiore. Per loro Acireale era una semplice tappa come tante altre, e non un pezzo di vita come lo era stato per i loro predecessori. In quest’ottica va vista la famosa opera di segnalazione degli edifici d’abbattere che vide il coraggioso intervento di alcuni acesi dotati di vernice, corsi a “cancellare” i segnali che i tedeschi avevano posto sulle case da demolire (per ritardare l’avanzata alleata).

Ma torniamo a quel giorno. Nelle campagne di Guardia, frazione di Acireale, vengono nascoste in mezzo alla vegetazione le batterie di artiglieria con pezzi da 88 del 1° Reggimento Artiglieria Paracadutisti (Maggiore Schram) pronte a sparare “su tutto quello che si muove” grazie ai collegamenti radio con le vedette. Su di un tavolo in mezzo al bosco, i comandanti tedeschi studiano la cartina della Sicilia (si riconoscono in alto Acireale con a destra Catania). 

Invece nelle vie della città ci si prepara al combattimento corpo a corpo. I tedeschi si posizionano al termine delle due arterie principali di Acireale, da cui si domina la via verso Catania. E aspettano. In fondo a Corso Umberto, davanti alla Villa Comunale (parco pubblico con giardino botanico) sistemano un cannone controcarro PAK 40, giusto in mezzo allo sbarramento dotato di bunker che gli italiani avevano precedentemente realizzato, controllando la via fino alla piazza Duomo. 

Poi si piazzano in agguato con uno o due carri armati StuG 40 della “Herman Goering” alla Villa Barone S. Lucia (già occupata precedentemente dai tedeschi) in fondo a Corso Savoia, dove la strada devia a destra per S. Maria Ammalati (i tedeschi avevano lì un ospedale da campo) e poi verso Messina. Dico uno o due StuG perchè nelle foto si vedono due diverse mimetizzazioni, ma potrebbe anche essere lo stesso carro ripreso in due momenti differenti (le foto sono state fatte da due fotografi di guerra anche se nello stesso giorno). Vicino ad uno StuG vediamo il Maggiore Egger comandante il 1° Fallschirmjäger Battalion, intento a distribuire ordini d’attacco. 

Un paracadutista si prepara alla battaglia costruendosi un piccolo riparo: ha spaccato il muretto di recinzione della villa creando una feritoia dalla quale può inquadrare con la sua Mg tutta la via; dietro di lui si intravede un carro armato pesantemente mimetizzato con teli mimetici e reti. Altri paracadutisti si nascondono dietro i muri delle case ed aspettano.

Ecco! Si sente un esplosione! I Pionieri tedeschi hanno appena fatto saltare il ponte sulla ferrovia, proprio davanti alla Stazione di Acireale (un testimone ricorda di aver visto uno di questi tedeschi correre via ferito dallo scoppio). Vengono anche incendiati i depositi di carburante al Castello Scammacca (Comando Tedesco), per non lasciare nulla al nemico.

Gli inglesi stanno arrivando. I carri armati del 44° Royal Tank Regiment entrano in Piazza Duomo, e qui comincia la festa! Bastano pochi colpi tedeschi per far capire che “da lì non si passa”. Anche i carri armati inglesi sparano alcuni colpi, ma non servono nemmeno a spaventare. La barriera che i paracadutisti tedeschi hanno alzato è tale che il messaggio è chiaro: “dateci il tempo di far ritirare le nostre truppe, oppure ci dovrete venire a prendere uno per uno”. E di morti ce ne sono già stati tanti, se ne contano già più di 4.000 per parte.

Nemmeno gli inglesi hanno più voglia di morire, entrano ad Acireale l’8 agosto e qui si fermano. Aspettano che i tedeschi se ne vadano da soli, una volta terminate le operazioni di imbarco nello Stretto di Messina, oppure che le navi al largo riescano a farli sloggiare coi loro grossi calibri.

I carri armati alleati arriveranno a Giarre (pochi km) solo due giorni dopo, e ce ne metteranno altri 4 per raggiungere Taormina il 14 agosto. E’ una resa non detta, di chi ti sta lasciando andare, nella speranza che la prossima volta “tocchi a qualcun altro”.

@ Lorenzo Bovi – Diritti riservati

Lamba Doria – Siracusa

 

 

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Articolo del dott. Alfio Fichera che ci fa ricordare i fasti della Fiera dello Jonio e i Concerti bandistici che si svolgevano alla Villa Belvedere , teatro naturale delle estati acesi.

Canterini, poeti estemporanei, sonanti gesta di cavalieri antichi, giornale parlato, mostre ed esposizioni si sono avvicendati nel recinto della Fiera.

Novità recenti, semi-novità, novità assolute e ammirate e gustate dal pubblico che applaude e si entusiasma.

Ma stasera si rivive una serata di un passato non tanto prossimo ed è una serata popolarissima, perchè la banda musicale, – con gli ottoni luccicanti e splendenti, con le divise ricche, con il maestro che batte il tempo sul podio e chiama con gesto energico la classe strumentale, ed invita il solista con morbido cenno e trascina nei finali tutta la massa, ottoni, legni, timpani, e piatti, come se li  sostenesse con le sue braccia levate nell’orgasmo del crescendo – ha  avuto sempre le simpatie del pubblico che ama sentire le classiche sinfonie ed  i pezzi d’opera, nutrimenti spirituali per  l’anima.

Le famiglie si sono disposte in cerchio attorno al podio, i garzoni distribuiscono sedie nei punti strategici, lungo il viale di centro negli angoli riposanti, gli amatori appassionati sono all’impiedi  attenti con gli occhi fissi sul maestro che è capo, guida, animatore e regista spirituale della serata e ad essi non scappa una variazione, la più piccola incertezza, lo stacco non sicuro del pistonino nella tal romanza, l’entrata non perfettamente a tempo dei clarini, la voce non completamente limpida del bombardino, il calare del corno a squillo. Ci sono tutti gli ammiratori, sempre quelli, tutte le famiglie, sempre quelle, c’è la massa di popolo che si commuove nella scena della pazzia di Lucia che  il pistonino sospira, che s’infiamma di sacro furore quando il bombardino invoca tremenda vendetta per il gobbo buffone e si commuove quando Mimì che passare l’inverno in solitudine è cosa da morire.

Serata popolare come quelle di una volta quando quaranta professori nella candida divisa estiva si partivano da piazza Cappuccini per recarsi ad eseguire il concerto al belvedere, il maestro in testa, che una volta fu Risi, altra volta Caravaglios e poi Doncich, e Calì e Mansi, bacchette celeberrime e professori d’eccezione, trombe soliste che squillavano come quelle dell’ Apocalisse, tromboni che avevano voce umana e quel famoso bombardino che cantava, cantava con quella voce pastosa e potente come baritono di gran classe, specialmente  quando il generoso vino dell’ Etna gli scaldava l’anima.

Serata musicale al Belvedere come una volta quando le più belle donne acesi sfoggiavano abiti vaporosi e gioielli preziosi, quando tra un pezzo e l’altro era di rito una affacciatina dal balcone della terrazza per riempirsi l’anima di quel profumo d’infinito, ed ammirare la via argentea che la luna segnava su le acque chete. Come una volta quando la città era orgogliosa dei suoi quaranta virtuosi professori e del maestro di gran classe.

Non c’era allora la radio, e la sensibilità musicale del popolo si polarizzava sulla banda civica, amata da tutti, guardata da tutti con gelosa affettuosità, la banda che suonava i pezzi classici e quelli moderni, le marce trionfali e gl’ intermezzi sospirosi, il ballabile finale ed il pezzo caratteristico nelle grandi occasioni, scritto dal maestro Risi con gli “a solo” del corno inglese e del fagotto.

I vecchi rivivono nella serata popolare  i giorni della loro età felice, i meno vecchi ricordano le fresche serate estive al Belvedere con una punta di nostalgia, i giovani ascoltano con interesse il racconto delle vicende dei rinomatissimi professori e delle bacchette illustri, come quelle dei personaggi leggendari. Serata nella quale fioriscono ricordi e memorie e par di essere tornati indietro nel tempo quando i cocchi di lusso tirati da grandi cavalli ungheresi le donne più belle vestite di seta e di raso, ornate di gioielli preziosi, venivano al Belvedere per ascoltare le tenere vicende di Mimì o il tenace amore di Aida cantati dalla banda musicale.

Dott. Alfio Fichera da “Il Popolo di sicilia” 26 luglio 1939

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Le stagioni estive degli acesi che solitamente frequentano la spiaggia della “Scala”, come attestano le foto con costruzioni balneari di inizio secolo. Le famose discese e le faticose salite delle chiazzette, i più grandetti ricorderanno il “purtuso” . La “movida” balneare acese colonizza Capo Mulini e Acitrezza , la guerra fa di nuovo ritornare gli acesi alla “Scala” per l’ultima estate tranquilla con miraggi di imminenti “vittorie”.

Non tutti avevano la casa i il palazzo a S.Maria la Scala, e dopo il bagno, e dopo il bagno era fatica ascendere alla città per le sette rampe della mulattiera.

Una processione di gente illanguidita dalla beatitudine e dal refrigerio dell’ onda marina ansava e sudava per l’erta via e faceva tappa nella botteguccia del “portuso” ove da certe spelonche, che aprivano le misteriose bocche nel masso lavico, veniva una frescura di paradiso, Ghiacciaia naturale per la frutta e le gazzose, specialmente quando l’autunno era prossimo ed  i fichi d’India maturi acquistavano dal quel freddo consistenza e sapore di torrone.

Per chi aveva da spendere, c’era all’inizio della mulattiera il posteggio degli asinelli, bestie ardite e resistenti che per tutta la santa giornata salivano e scendevano per la mulattiera portando in groppa rispettabilissimi signori con la paglietta e lo ombrello da sole.

Chimera irraggiungibile il ritorno dal bagno sull’asinello per  i ragazzi e  il popolo minuto, che dovevano affidarsi alle proprie gambe. E dire che il prezzo di noleggio non era poi tanto alto: sei soldi appena. Ma erano altri tempi quelli, ed i soldi costavano cari.

Le famiglie borghesi noleggiavano la carrozza, e per lo stradale che scende dalla “Grotta”, nei pomeriggi estivi, squillavano senza sosta le sonagliere e schioccavano le fruste.

Sembrava una continua festa quell’andare e venire, quel vocio allegro, lungo lo stradale polveroso, quel trionfo di giovinezza che rideva dalle rosee bocche delle ragazze in fiore.

Oggi, nella riviera di Capo dei Mulini e di Acitrezza c’è un altro tenore di vita e di altri costumi. Le signorine si immergono in maglietta, fanno la cura del sole, “prendono colore”, un simpatico e spigliato cameratismo le unisce ai giovanotti sportivi, le mamme non sono più terribili suocere anzi tempo, le gare di nuoto, le gite in barca, le allegre comitive, che ogni sera fanno echeggiare di canti il mare e la sponda, sono cose che si dicono che siamo vecchi ed apparteniamo ad un secolo defunto.

Anche le palazzine e le ville hanno uno stile nuovo, semplice, gaio e civettuolo.

Quest’anno bisogna aver pazienza. Chi vuole prendere il bagno deve rivolgersi alla vecchia carrozzella, oppure al caval di San Francesco.

Santa Maria la Scala, che aveva perduto tanti e tanti villeggianti, che aveva visto i grandi palazzi deserti, che aveva visto le “baracche” sempre meno numerose e le carovane dei pedoni ridursi a poche comitive, vive quieta e deserta sotto il sole cocente.

L’acqua di Miuccio canta garrulla negli anfratti della scogliera, il pozzo della “Zia Potenzia” porta a fior di terra il fiotto ghiaccio, la “pietra della Salpe” leva la sua mole conica sorniona ed immutabile, la “grotta delle Colombe” ripete l’eco la voce del mare; non c’è più il posteggio degli asinelli famelici, le carrozze e le sonagliere squillanti chi sa dove dormono. Il cronista che ci torna qualche volta si chiede se fu un sogno di mezza estate questo fiorire di ricordi, oppure visse anche lui quelle giornate festose nel vecchio villaggio marinaro.

Quando? Ieri? o un tempo molto remoto?

E c’era una sirenetta che con il suo dolce viso rendeva più bello e più gaio il borgo antico in riva al mare!

(Alfio Fichera nel il “Popolo di Sicilia” , 19 luglio 1940)

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Finita la festa della Santa Patrona , si spengono i riflettori su una delle feste religiose più importanti di Acireale. Restano aperti gli interrogativi e le ipotesi sui ruoli dei vari attori, che organizzano la festa, detengono : la Deputazione,  Amministrazione comunale , Curia e Circolo dei devoti. Documento che potrebbe rivelare molto sull’organizzazione della festa potrebbe essere il Testamento di Sanglimbene, benefattore e principale finanziatore della Deputazione nel XVII secolo. E’ auspicabile che i più importanti studiosi della città entrino in sinergia per sciogliere i nodi della vicenda “Festa Santa Venera” e definire una volta per tutte i vari ruoli.

Pubblichiamo una breve scheda su Don Trojlo Sanglimbene curata dallo studioso Aurelio grasso che ringraziamo per la condivisione delle sue ricerche.

TROJLO SAGLIMBENI
un nome sconosciuto a tanti ma la cui figura è legata indissolubilmente a quella della principale patrona della città, s. Venera.
Nato intorno al 1579, come si evince dal suo certificato di sepoltura, era un nobiluomo di origine romane.
Trasferitosi in Catania per i suoi affari sposa in prime nozze una Platania abitando nella sua casa appalazzata sita in contrada delle Verginelle o nell’altro tenimento di case nella contrada della fiera in Catania.
Scevre le notizie su questo periodo o se dall’unione con la Platania siano nati dei figli.
La sua persona entra nelle vicende storiche della nostra città nel 1651 quando, essendo rimasto vedovo, sposa in seconde nozze la nobildonna acese Caterina D’Urso.
Da questo momento pur mantenendo il suo ingente patrimonio nella vicina Catania inizia a dimorare in Aquilia accanto alla moglie pia e fervente devota di S. Venera.
Alla morte della consorte, avvenuta nel 1656, per volontà testamentarie della stessa, sarà sepolta davanti al primo altare della santa presente nella chiesa dell’Annunziata, fatto erigere a spese della municipalità.
Da questo momento il Saglimbeni lega con una figura in particolare, il sac. Dott. Tommaso Lo Bruno, che ne diverrà il suo confessore.
Appena due anni più tardi, il 22 agosto del 1658, il Saglimbeni giungendo alla fine della sua vita terrena detta il suo testamento con le sue disposizioni e volontà.
Nomina un fide commissario, e adempiendo ai suoi obblighi verso terzi, enti, corporazioni religiose, chiese ed altro lascia l’intero patrimonio alche’ si realizzi una cappella per maggior gloria di s. Venera e si investa il suo denaro perché accresca negli anni e non diminuisca. Dettando quelle che per secoli saranno le linee guida di come operare con il suo lascito (oggi diremmo una fondazione con tanto di statuto, disposizioni sulla nomina dei deputati, fide commesso ed altri).
Tra le sue disposizioni scrive … I detti deputati con l’intervento dell’infrascritto fide commissario li debbano spendere ( i suoi soldi) ed erogare nella fabbrica di una cappella di marmo o di stucco dorata (dov)e’ al presente l’altare è quadro di detta gloriosa santa Vennera, ovvero fare detta cappella d’altra miglior forma e maniera che ai deputati e al fide commissario sembrerà più opportuno.
I detti proventi non si possono spendere per altro effetto e causa benché urgentissimo se non che per la fabbrica di detta cappella come vuole e comanda il testatore che alla vendita di detti beni così mobili come stabili, si devono spendere per la costruzione di detta cappella. Non si può interessare il Vescovo né il Vicario ma solamente i detti deputati e il fide commessario possano e debbano liberamente fare tutto quello che sarà necessario perché sia soddisfatto ciò che detto testatore, comanda e impone di fare….
Un personaggio dimenticato ed un testamento sconosciuto che andrebbero rivisti per amor del vero.
Aurelio Grasso.

tutti i diritti sono riservati

Breve stralcio del testamento di Sanglimbene

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Nell’estate del 1943, con l’avanzata delle truppe britanniche verso Catania il Vescovo Russo con il Capitolo della Cattedrale prende la decisione di nascondere il simulacro della Santa Patrona presso Pennisi. L’avvocato Felice Saporita nelle sue cronache pubblicate nel volume il “Risveglio – Acireale 1944 – 1960” ci descrive  il ritorno della Santa nella sua Città nel luglio dell’anno successivo.

Il 25 luglio 1944- senza alcuna festa esterna, ma con grande fervore di popolo – ritorna ad Acireale la preziosa statua della Patrona Santa Venera. Proveniente dal suo ricovero posto nella canonica della frazione di Pennisi, soste per un giorno a Piano D’Api. Da qui giunge al SS.Salvatore, ingresso della città, su una macchina infiorata, attesa dal Vescovo, dal Sindaco Badalà, dalle autorità, dagli ordini religiosi, da una folla enorme. Poi, in processione sino alla cattedrale, dove gli acesi applaudono commossi.

Avv. Felice Saporita – Il Risveglio – Acireale 1944 – 1960

immagine di repertorio, la Santa issata sul fercolo, anno 1971

 

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Quest’anno ricorre il 74° anniversario delle incursioni aeree alleate su Acicastello che causarono alcune vittime e varie distruzioni tra cui l’antica chiesa dedicata a San Mauro abate. L’evento viene, in questi giorni, ricordato nella cittadina. Il dott. Salvo Nicolosi nel suo libro , “La guerra a Catania” riporta:

la chiesa com’era prima dell”incursione

 

Il 16 e 18 luglio i bombardamenti provocarono la prime vittime: 3 morti. La popolazione lasciò le case e andò ad accamparsi nelle grotte vicino al mare, nelle gallerie della ferrovia e nei rifugi sulle colline. La milizia fascista abbandonò il punto di osservazione che aveva sul Castello; rimasero al loro posto pochi tedeschi, con una mitragliatrice piazzata sulla punta della piazza, verso i faraglioni.

Il 22 luglio, di sera, un altro bombardamento aereo colpi il paese. Alle 19.10 una bomba distrusse quasi del tutto la chiesa madre intitolata a San Mauro.

Miracolosamente alcuni fedeli scamparono alla morte

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Le pubblicazioni di Raffaele Di Maria sono molto interessanti perchè ci fanno conoscere , attraverso racconti e aneddoti, una storia diversa della città con i suoi personaggi, insomma una piccola storia di Jaci. Uno di questi racconti e’ dedicato al padre, il Cav. Di Maria noto commerciante di scarpe che aveva il punto vendita in via Vittorio Emanuele II angolo vico Zelanti, Membro della Deputazione della Reale Cappella di Santa Venera. Se possiamo leggere questi racconti lo dobbiamo al prof. Cristoforo Cosentini che negli anni 70 convinse il Cav. Di Maria ha pubblicare due volumi, “Fine ottocento ad Acireale” e “Acqua passata non macina più”.

Il Cav. Di Maria in una delle ultime visite ad Acireale, assiste al Pontificale di Santa Venera e ricorda i tempi passati.

“Non così, non così all’epoca di mio padre!” mormoravo anni anni fa a mia moglie, guardando, non senza una certa commiserazione, quei signori in stremenzita giacchetta che, in piedi, sul solito predellino collocato nel solito posto, assistevano, in Duomo, al Pontificale per la festa di Santa venera, quali componenti la deputazione della Cappella della Santa.

Caro il mio unico lettore, all’epoca di mio padre tutto era più solenne e più fastoso.

Al Pontificale del Vescovo, in un grande palco addobbato con velluto rosso erano schierati i componenti la giunta comunale al completo, tutti in tuba e redingote.

A fianco, verso l’altare, su un predellino più basso, coperto anch’esso da un bel tappeto, figuravano i quattro membri della deputazione (tra i quali mio padre), anche essi in tuba e cilindro.

Dati i tempi, non escludo la possibilità di qualche  commento ironico sull’abito da cerimonia dei quattro. Nel caso di mio padre, c’era poi l’incompatibilità tra commercio di scarpe e redingote. Ma, alla faccia degli invidiosi, mio padre in quei panni non sfigurava per niente. Me ne diede atto una volta Donna Nedda, moglie di Don Luigi il dolciere. Vedendo passare mio padre di ritorno dalla cerimonia, disse a,me , ammirata: “Però, a tuo padre, quei vestiti stanno bene, perchè è un bell’uomo” (cara Donna Nedda, che buon gusto che avevi).

Mio Padre prendeva molto sul serio la sua carica. Vi si dedicava con tale zelo da soppiantare gli altri tre membri, che per la storia erano; Niccolò Pennisi Musmeci, Vincenzo Guarrera di giuseppe e Francesco Leotta.