Chiesa

La Cattedrale di Acireale stasera ha ospitato il secondo incontro con il dottor Sandro Barbagallo, dopo la Cappella Sistina illustarata in tutti i suoi particolari e la sua storia, stasera è toccato ai Musei Vaticani.

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Presentatore d’eccezione il conduttore Salvo La Rosa, introduce la dotta illustrazione della storia e delle curiosità dei Musei Vaticani.
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Don Roberto Strano, arciprete parroco della Basilica Cattedrale dell’Annunziata, buon amico del dott. Sandro Barbagallo, è riuscito a creare questa linea diretta tra la Cattedrale e i Musei Vaticani, chi ha seguito le due serate, avrà da ora in poi un approccio diverso con quello che è lo scrigno dell’arte nello Stato della Chiesa.
Le iniziative che esaltano l’arte e la cultura sono le benvenute nella Città di Acireale dove gli stimoli culturali che la animavano un tempo sono assopiti.
La Cattedrale era piena, il pubblico ha seguito con interesse e appassionandosi.

Senza dubbio un ottima iniziativa.
(santodimauro)

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Quarant’anni fa, primo commerciale, si presenta in un impeccabile clergy-man, rasatura sempre fresca: il mio professore di lettere al biennio del Commerciale era il famoso Padre Arcifa.
Rispettoso al massimo degli alunni, rigoroso nella didattica, innamorato della letteratura italiana. Sentirgli spiegare i Promessi Sposi con quell’enfasi che gli proveniva dall’ammirazione di Manzoni era una vivere nella Lombardia del 600 condividendo i sentimenti e le emozioni dei protagonisti.
Ci ha fatto apprezzare la letteratura italiana, da Buttitta a Leopardi, ci ha fatto allenare nella scrittura con il diario (tanto disprezzato dagli studenti).
Tanto rigoroso nella letteratura, tanto umano nel dialogo.
Ricordo come se fosse adesso, sono passati 40 anni, quando si commosse parlandoci della madre.

Non sono stato un alunno diligente, ero insofferente, distratto e non ho saputo trarre grandi benefici dalla fortuna di avere avuto un insegnante di tale livello.
I periodi brevi, quelli che uso per scrivere su blog, quelli che sono una peculiarità del mio scrivere, li devo a lui.
Mi invitava a fare periodi brevi, frasi brevi ed efficaci e non perdermi in mille rivoli.

Lo ritrovai come confessore, come guida spirituale, a San Paolo.
Il sabato sera la confessione da Padre Arcifa era un momento di contatto con Dio.
L’austero professore, ora, era un uomo di Dio, la luce di Dio si vedeva nei suoi occhi quando era il ministrante della Sua Misericordia.
Mai confessore mi ha fatto gustare la grazia della Riconciliazione con Dio, la bontà del Padre: lui ci riusciva sempre.

Poi la vita prende i suoi percorsi e ci allontana e ci fa percorrere nuove strade.
Ha scritto libri che non ho letto.
Sono sicuro che siano libri bellissimi, perchè Padre Arcifa era impeccabile nelle stile e nei contenuti.

Ora è al cospetto di Dio.

Arrivederci Padre Arcifa.

(santodimauro)

Ringrazio Don Roberto Strano per la gentile concessione della foto in copertina.

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L’insigne reliquia del “velo” di Sant’Agata viene ospitata nella Matrice di San Filippo d’Agira in Aci San Filippo. Il prof. Donato, nel suo libro dedicato alla Storia della Matrice di tutte le Aci  – anno 1995, annota l’evento:

la fonte è Bollettino Diocesano anno 1993.

“Grande evento e’ del febbraio 1993, allorchè, ricorrendo il terzo centenario del terremoto che sconvolse la Sicilia orientale, nella nostra chiesa è stata solennemente ricordata la processione di ringraziamento a S.Agata da parte degli scampati catanesi e acesi. Il solenne pontificale, che ha visto sull’altare maggiore il velo di Sant’Agata ed i bracci con le reliquie di S. Antonio Abate e di S. Filippo d’Agira, è stato celebrato dai vescovi di Catania, mons Bommarito, e Acireale mons. Malandrino, e dal clero delle due diocesi alla presenza dei sindaci dell’antica terra di Aci: eccezionale momento di ritrovata concordia di animi uniti nelle vicende della storia e più ancora nella fede”.

nel libro è pubblicata una foto che ricorda l’evento:

da sinistra sull’altare maggiore il braccio reliquiario di San Filippo d’Agira, al centro il velo, il braccio reliquiario di Sant’Antonio abate.

dietro l’altare da sinistra Sua Ecc. mons. Guglielmo Giombanco vescovo di Patti (allora segretario vescovile), il prevosto della matrice D. Giuseppe Catalano, Sua.Ecc. mons. Giuseppe Malandrino vescovo emerito di Noto (allora vescovo di Acireale), D.Alessandro Di Stefano prevosto della Matrice (allora vicario parrocchiale).

 

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Padre Mariano Spada nel suo celeste riposo ogni tanto può gioire per la Diocesi che tanto volle.
La nomina di S.E. Mons Guglielmo Giombanco a Vescovo di Patti è motivo d’orgoglio per il nostro Seminario, come ha sottolineato il buon Seby Pittera in altro post, è motivo d’orgoglio per una Diocesi che è diventata fucina di uomini consacrati che hanno portato un po di Acireale nelle Diocesi della Sicilia.

Ieri in Cattedrale all’annuncio del Vescovo Nino Raspanti si coglieva la commozione e la gioia dei presenti.
Don Guglielmo ad Acireale lascia un buon ricordo, se ne va un Vicario mite ed erudito per andare a guidare con saggezza e Spirito Cristiano una Diocesi che la Divina Provvidenza ha voluto premiare.
Auguri Eccellenza.

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Oggi, 01 febbraio A.D. 2017 alle  ore 12.00 il nostro Vescovo, mons. Antonino Raspanti comunicava al popolo cattolico della diocesi acese della nomina di mons. Guglielmo Giombanco a vescovo di Patti.

don-guglielmoMons Giombanco e’ l’ultimo, in ordine di tempo, vescovo nominato che proviene dal benemerito Seminario diocesano.  Dal 1881 ad oggi è lunga la lista di sacerdoti che  hanno raggiunto la dignità vescovile: il primo  nominato fu mons Arista seguiranno mons Bella di Acicatena, mons Patanè di di Giarre, mons Angelo Calabretta di Aciplatani,mons Pulvirenti di Aci San’Antonio, mons Alibrandi di Castiglione, mons Ignazio Cannavò di Fiumefreddo, mons Costanzo di Carrubba, mons Pio Vigo di Acireale, mons Urso di Acireale, mons Sciacca di Acicatena , mons Paolo Romeo di Acireale unico che ha raggiunto la dignità cardinalizia e mons Guglielmo Giombanco di Piedimonte etneo già Vicario generale. Artefice principale di questa lunga schiera fu il lungimirante mons Genuardi  promotore principale dell’istituzione del seminario.

sua-ecc-zza-mons-gerlando-maria-genuardi-vescovo-di-acirealebreve scheda sulla nascita del seminario

La sede del seminario in via San Martino. atto di acquisto.

Intanto il vescovo Genuardi, ad Acireale dal dicembre 1872 inaugurando la nuova diocesi, rivolgeva subito il suo pensiero al Seminario. ” Tutti sanno – si legge in un giornale del tempo – che le prime cure di un vescovo sono pel bene del clero e quindi delle giovani pianticelle del giardino della Chiesa; e su questo punto, a parte la modestia, senza tema che esageri, lo zelo del nostro Pastore non conosce limiti ed ostacoli” Mancava però la casa idonea. I giovani chierici erano così, costretti a risiedere in famiglia, ovvero a frequentare i Seminari di Catania e di Messina: con quale disagio! Solo per gli alunni del corso teologico, Genuardi potè provvedere, ospitandoli nell’episcopio (quando questo fu allestito) dal 1879 al 1881. Ma la Provvidenza non tardò ad intervenire. Nel 1881, infatti, con atto del 19 maggio di quell’anno, i sacerdoti Francesco Grassi Mangani, Giovanni Pennisi Platania, Pietro Spoto, Settimo Sciuto, Michelangelo Scaccianoce, Rosario Licciardello, mons. Sebastiano Nicotra vescovo, Giuseppe Torrisi, Placido Grassi Seminara, acquistarono – in società con denaro sociale, a titolo di compravendita e col patto di consolidamento della proprietà in persona dell’ultimo superstite tra loro (che sarà mons. Nicotra) – dalla Signora Agata Indelicato ved. Patanè, dal sac. Tommaso Patanè Indelicato e altri il “caseggiato San Martino” sede dell’ex Collegio omonimo fondato dal suddetto Tommaso Patanè In questa sede – che è poi quella attuale (anche se nel 1885 il fabbricato , ” che nel suo aspetto informe ti dava l’aria romantica di un diruto castello medioevale”, verrà profondamente modificato nel disegno architettonico, nel prospetto e negli interni) – il seminario fu inaugurato il 15 dicembre 1881.

Memorie e rendiconti anno 1981 , primo centenario del seminario.

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Chi nasce ad Acireale sin da bambino gli viene data la consapevolezza di essere nato nel posto più bello del mondo,
Il mito ci ha consegnato la leggenda di Aci e Galatea, giovani e belli, di cui tutti andiamo fieri.
E gli Acesi si sono posti sotto la protezione dei Santi più belli.
Santa Venera (Santa Venera pè biddizzi…) e San Sebastiano (Taliatilu chè beddu, rizzareddu rizzareddu).
La bellezza ci avvolge e ci accompagna.

Sono nato in una famiglia Cattolica, di quelle che contavano tra di loro preti e suore, monache di casa e terziari.
Mia madre pur avendo nonni acesi era nata e vissuta a Belpasso, da bambino ho vissuto di più le feste dei paesi pedemontani che non quelle Acesi: Santa Lucia a Belpasso, San Giuseppe e Sant’Antonio a Nicolosi.
La festa estiva di Santa Venera inserita nel contesto del Luglio Acese nei miei ricordi è più legata allo splendore di Acireale di allora, la maturità mi ha portato ad apprezzarla e mi riprometto di scriverne presto.

Per la festa di San Sebastiano, c’è un episodio della mia vita successo circa 45 anni fa che sono riuscito a comprendere da una settimana parlando col poeta Giovanni Grasso, che su San Sebastiano ha scritto un bel libro.
Mio padre, commerciante di agrumi, durante questo periodo era impegnatissimo di lavoro, la campagna dei limoni e delle arance era in pieno svolgimento, per me bambino, la festa di San Sebastiano si concentrava con la spettacolare uscita da Via Roma in Corso Umberto e coi fuochi del Viale, rigorosamente al Bellavista, con i parenti.
Una mattina di un giorno di San Sebastiano, mio padre mi chiede di andare con lui,  mi porta all’uscita e mi consiglia il posto dove mettermi per vedere meglio (il posto che da giovane aveva usato lui), e le precauzioni da tenere al momento più “pericoloso”.
Quel giorno, insieme, il trionfo dell’entusiasmo e dell’adrenalina del momento dell’uscita .
Ho avuto una consegna importante: ed allora non me ne son reso conto.

Nelle famiglie dei “devoti” di quelli che la festa la vedono come animatori e figure fondamentali della devozione e della tradizione, la vigilia è vissuta con frenesia, con l’ansia dell’appuntamento importante: l’appuntamento con il fidanzato dell’anima che si rinnova di anno in anno.

Da 450 anni ci tramandiamo questo slancio dell’anima che si trasmette da padre in figlio, silenziosamente, con dolcezza, con amore.
La bellezza che abbiamo dentro, questo rapporto intimo con il “rizzareddu” ci accompagna per la vita, ha la sua massima espressione il 20 gennaio per poi iniziare il conto alla rovescia, aspettando il prossimo anno.

Il vero Capodanno degli Acesi si festeggia venti giorni dopo quello del calendario. Si festeggia con un conto alla rovescia di Fede, amore e tradizione davanti alla “cammaredda” che sta per aprirsi.
E all’apertura è festa.
Festa e basta. Acireale e Sammastianu. Un rapporto così stretto ed intimo che non si può descrivere: si può solo vivere.

Quei momenti, che le migliaia di smartphone potranno immortalare ma non descrivere, valgono per tutta la festa.

L’assolvimento del voto del mezzo giro o del giro intero, le corse, i fuochi e tutto ciò che caratterizza la festa completa questo atto d’amore.
Acireale nella Venerazione di San Sebastiano da il meglio di se.

L’ Acese, che è avvezzo alla bellezza, lo sa.

Viva Sammastianu

(santodimauro)

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Scurdari mai mi pozzi, patruzzu caru,
quannu mi purtasti a Sammastianu,
avevu 7 anni, era la prima vota,
pi vidiri di lu Santo la so sciuta:
è cumu si lu tempu si fussi firmatu,
lu ricordu du me cori, mai s’ha sciutu!

Nel leggere questi versi, penso che il cuore di tanti Acesi avrebbe un sussulto, come l’ho avuto io nell’affollato bar Russo di Santa Venerina, una domenica mattina, appena aperto il libro di Giovanni Grasso.
Anche mio padre, come penso abbiano fatto tanti altri, mi accompagnò a vedere per la prima volta la nisciuta di Sammastianuzzu. Un ricordo indelebile.
Da 450 anni ci passiamo da generazione il testimone di quello che è Fede, Amore, Passione, Tradizione: l’essenza primigenia del popolo Acese.
                               Iù ci provu! Ma zoccu provunu li sensi,
                               scriviri e diri non pò cu li paroli…

A Vinirazioni di Sammastianu, poema in Lingua Siciliana, usata da Giovanni Grasso da decenni per raccontare di Uomini e Santi, di Terra e Sentimento.

Tre anni di fatica sono ricompensati da un’opera che è tutta una poesia, che abbraccia la storia, i riti, le tradizioni di quei paesi della Sicilia che hanno in Sebastiano il proprio esempio di Fede.

 Capizzi 13 Sacri Riliqui pussedi,
                           tra li quali chidda di Sammastianu …

                           A divuzioni a lu Santu prutitturi,
                           si leggi nta l’occhi di tutti li pirsuni,
                           comu ognuna d’iddi lu porta ntò cori:
                           “Depulsur pestis”vinni pruclamatu,
                          giacchì contru la pesti sempri ‘nvucatu,
                          e lu Mistrittisi ppi chissu ci ristau divotu.

Acireale, Melilli, Santa Venerina, Palazzolo Acreide, Francofonte, Ferla, Avola, Mistretta, Cerami, Torotrici, Maniace, Barcellona Pozzo di Gotto, Ciminna, Capizzi, Limina, tutte unite nella devozione al Santo Bimartire, al potente pretoriano protettore dei Cristiani, al consolatore dei Cristiani avviati al Martirio, difensore dei soldati romani cristiani.
Le cronache della vita del martirio e della venerazione del Santo, in versi siciliani, ci rendono ancora più intimo l’amore per Sebastiano.
Dalla peste di Roma del 680 alla proclamazione di “Difensore della Fede, alla divulgazione della Venerazione oltre che a Roma in tutto il mondo Cristiano.
E di ogni paese della Sicilia che il 20 Gennaio festeggia il ci vengono svelati usi, costumi, storia della festa e delle immagini, delle invocazioni e delle tradizioni.
(santodimauro)

Ne sapremo di più perchè ad illustrarvi saranno persone ben più autorevoli di un umile blogger:
        Giorno 22 gennaio alle 20,00 nella Basilica di San Sebastiano
Siamo tutti invitati.

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“Le tre Corone” Salvatione Encomiastica ad Onore della Gloriosa Vergine, e Martire

                                                          S .  V e n e r a

Cittadina, e Principale padrona della Città di A C I , da recitarsi dalli suoi Devoti

“Liberati dal Terremoto successo nell’Anno 1693. Fatta Dal Clero di detta Città d’ A C I

fu CATANIA , nelle stanze dell’Illustrissimo SENATO, nella Stampa di Paolo Bisagni il 1693. Con Lic. de’ Superiori

O F F E R T A

O Nobilissima Vergine, & invittissima Martire, e gloriosissima Predicatrice S. Venera Concittadina, e Padrona principale di questa Città di Aci tutti noi vostri concittadini, e servi prostrati innanzi la vostra presenza humilméte vi preghiamo di ricevere questi tre Pater noster,  Ave Maria,  e Gloria Patri ad Honore, e gloria delle tre laureole di Vergine, Martire, e Predicatrice, che Iddio si compiaque coronare il vostro glorioso capo, e per li vostri Santissimi meriti degnatevi liberare, difendere, e protegere questa vostra divotissima Città, e tutti suoi Habitatori, da fame, peste, e guerra, da folgori, e tempeste, infermità,  inodationi, cattività, sterilità d’acqua, animali nocivi, terremoti, foco di Mongibello, da nemici visibili, ed invisibili, da peccati mortali, da subitania, ed improvvisa morte, ed ultimamente dalle pene dell’Inferno.Tanto maggiormete che voi Amazone di Paradiso prima di morire inginocchiata in terra cò gli occhi alzati al Cielo pregaste Dio che tutti quelli che invocheràno il vostro nome, e faranno festa, e memoria di voi ritrovassero misericordia nel giorno del giuditio, nò fossero nelle loro case, ne leprosi, ne muti, ne ciechi ma liberi da qualsivoglia infermità, ed agiutati nelle loro necessità, lontani da ogni pestilenza, infertione, e da spiriti immondi, e che Dio mandasse un Angelo Custode per custodirli con tutte le loro facoltà, ed allora finita da voi s’efficace Oratione s’udì una voce del Cielo che disse Venera Martire, esposa di Giusù Cristo rallegrati, e consolati, perciochè Iddio ha esaudito le tue preghiereed ha confirmatotutti li tuoi dedidetij

Gaude, e letare Venerae Martyr, e sponsa Christi, quoniam exaudita est oratio tua, e omne petitiones tuas compleuii Dominum Deus. Amen

Sac. Dott. Cherubino Aliotta

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Assodato che il Vaticano non manderà le Guardie Svizzere  e neanche gli archibugieri a cacciare Don Carlo da casa sua in Aci San Filippo, assistere all’ultima puntata delle Iene in cui si rinnovava la ferita della vicenda di Teo, mi ha fatto riflettere con una conclusione: cui prodest?
La sofferenza di Teo è ancora viva, il ricordo lo fa stare male anche adesso, il raccontare se lo ha messo in pace con se stesso, lo fa ancora soffrire tanto.
Acireale non dimenticherà facilmente, la ferita è profonda, il perbenismo, l’ipocrisia e la falsità nulla hanno potuto contro la verità, la verità trionfa sempre, la verità è di Dio.
Italia Uno, per raccontare ha scelto tante belle chiese, compresa la Basilica di San Pietro a Roma, il belvedere della villa e lo scenario di Aci San Filippo, il contrasto tra la bellezza della Basilica di San Filippo d’Agira e la figura mesta e automaticamente antipatica del prete condannato dalla sua Chiesa.
La giustizia degli uomini ahime si è prescritta, quella della Chiesa si è pronunciata.
Chi conosce Don Carlo sa benissimo che la condanna più forte l’ha avuta e la sta scontando: l’anonimato, l’emarginazione, il vergognarsi di lui sono un castigo peggiore del contrappasso dantesco.
Il Don che era ammirato, che alla messa delle 11.00 segnava il tutto esaurito, che aveva tutti ai suoi piedi adoranti, che fulminava con lo sguardo il ministrante che sbagliava di un millimetro nel contesto della pomposità delle sue celebrazioni che neanche il Primate Ortodosso di tutte le Russie.
I miei genitori immaginavano un paradiso popolato di tanti Don Carlo e come loro migliaia di altri bravi cattolici. Io non facevo parte degli eletti, andavo alla Messa delle 9 e preferivo Padre Giambattista.
Ora è solo: andare a cercarlo, anche per dirgli giustamente “I picciriddi non si toccano”, è ricordargli che c’è ancora, che ancora conta, che ancora è il Don.
E’ stato carnefice, non facciamone una vittima, anche se mediatica, lasciatelo scomparire nel nulla. Il nulla è il suo castigo. Fino a quando un giorno incontrerà Colui che diceva di servire e che ha dimostrato di non temere.
Se invece dovesse parlare qualcun altro del suo “cerchio magico” di quegli eletti di cui amava circondarsi e allora riportarlo a galla è giusto; rinnovo anche io l’appello fatto in TV: se qualcuno deve parlare, che parli. Facciamo spazio alla verità, esorcizziamo il male, la miseria che hanno rovinato la vita di tanti.

Anche Gesù diceva che “i picciriddi non si toccunu”
Disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. 2È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli ( Luca 17, 1-2)

(santodimauro)

 

 

 

 

 

Ancora una ricerca dello studioso acese Aurelio Grasso dedicata ai Cappellani militari dell diocesi di Acireale operanti nei fronti della grande guerra. Sacerdoti sempre pronti a confortare e alleviare le sofferenze di tanti soldati nell’inferno della trincee.

I CAPPELLANI MILITARI DELLA DIOCESI DI ACIREALE NELLA GUERRA 1915-18 I “Soldati di Dio” così come venivano chiamati i Cappellani Militari vennero ufficialmente costituiti dal Capo di Stato Maggiore, Generale Luigi Cadorna, con una circolare del 12 Aprile del 1915, nella quale si stabiliva di assegnare ad ogni reggimento di fanteria, ed altri corpi di terra, un Cappellano Militare per l’assistenza religiosa dei soldati. La loro presenza veniva altresì assegnata anche negli ospedali sia fissi che da campo con lo scopo, in questi specifici luoghi, di assistenza ai malati e feriti, spesso in gravi condizioni, e per dare l’estrema unzione a quanti purtroppo cadevano vittime degli scontri. Nel Giugno dello stesso anno si definì organicamente l’ordinamento ecclesiastico all’interno delle Forze armate e ad essi si diedero anche i gradi. Ritroviamo così i Vescovi da campo equiparabile per trattamento ad un Maggiore Generale; seguivano i Cappellani Vicari tre in tutto; e a seguire i Coadiutori, i Cappellani d’Armata, ed infine il Cappellano ordinario equiparato quest’ultimo ad un Tenente. Nel novembre del 1915 si stabilì che i Cappellani dovevano indossare l’abito talare e sullo stesso porre le stellette a cinque punte e sul braccio la Croce Rossa su fascia bianca. Successivamente anche i Cappellani indossarono la divisa grigio verde comune agli ufficiali, ovvero con tasche sui lati e sul petto, il distintivo del reparto assegnato sul berretto e la fascia internazionale della Croce Rossa sul braccio. Se questo e quanto accadeva ai sacerdoti che avevano già dato i loro voti, ben diversa era la situazione per quanti non avevano ancora professato il diaconato o sacerdozio. I seminaristi, chierici e novizi, tanto secolari, quanto regolari, non ebbero alcun trattamento distintivo dagli altri arruolati, e sebbene la loro vocazione fosse quella di servire Dio si ritrovarono con un arma in mano insieme al altri ragazzi e uomini che diversamente da loro vivevano una vita da laico. La storia riporta che questi furono tra i vari reparti di terra e di mare, Cattolici e non circa 2500, e ben presto si rivelarono insufficienti anche alle più semplici necessità essendo il loro rapporto di uno su tremila circa. Il Cappellano militare non di rado si ritrovò a celebrare Messa all’aperto, a perdonare centinaia di soldati che si pentivano in cuor loro dei loro peccati nell’imminenza di una battaglia, e a dare l’estrema unzione di massa a centinaia di caduti nei durissimi scontri. Molti di loro, al pari di quei ragazzi che confortarono, non fecero più ritorno caduti per colpa delle granate, colpiti da un cecchino anche se portavano una vistosa fascia che li rendeva riconoscibili. In questo contributo realizzato grazie alla disponibilità dei funzionari della Curia di Acireale che ringraziamo con il nostro beneamato Vescovo Mons. Antonino Raspanti, i Frati Minori che già da tempo avevano messo a loro disposizione la documentazione presente nella loro Curia Generalizia in Palermo ed altri ancora che per espresso desiderio hanno voluto mantenere il riserbo e l’anonimato. Ringrazio altresì D. Giuseppe Russo per le schede sui Sacerdoti acesi e quanti, anche non citati hanno dato il loro prezioso apporto anche con semplici segnalazioni. ©Aurelio Grasso # Acireale # WW1 # Cappellani Militari.

 

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CHIARENZA ALFIO
Il 10 aprile 1982, all’età di 91 anni, chiudeva la sua lunga e operosa giornata terrena il Sac. Alfio Chiarenza.
Nato nel 1891 ad Aci S. Filippo, venne ordinato sacerdote nel 1915 e subito dopo fu chiamato a svolgere il servizio militare nella Sanità durante la guerra 1915-18. Rientrato in diocesi alla fine della guerra per alcuni anni svolse un impegno educativo al Collegio S. Michele di Acireale.
Nel 1923 venne incaricato dal Vescovo a reggere la nuova Parrocchia di Lavinaio e dopo 10 anni di lodevole ministero fu trasferito nel suo paese natale, ad S. Filippo, dove esercitò il ministero di Parroco sino al 1965.
Sacerdote colto e zelante si distinse per la dedizione al suo gregge e per la limpidezza della sua condotta sacerdotale. Dimessosi per l’età e per le precarie condizioni di salute, venne ospitato presso l’OASI di Aci S. Antonio e ivi rimase sino alla morte, assistito con tanta esemplarità e con fraterno amore dalla famiglia dell’OASI.
Bollettino diocesano, Anno LXXXVIII (1982), n. 1/4, pag.32

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CRISTINA GIUSEPPE
La mattina del 9 ottobre 1977, all’O.A.S.I. Maria SS. Assunta, il Sac. Giuseppe Cristina ha concluso il suo lungo cammino terreno. Aveva 87 anni. Fu un uomo veramente eccezionale per bontà d’animo, costante preghiera, prontezza al servizio, gioiosa amicizia, nascosta sofferenza, totale povertà. Non sembrava possibile che al di là di quel suo tratto caratteristico che poteva apparire scanzonato o superficiale, potesse vivere un animo profondamente sacerdotale, messo in piena luce dagli ultimi mesi di sofferenza.
Ebbe una giovinezza travagliata e provata per l’esperienza della guerra. Nel 1911 partecipò, in Africa, alla terrificante battaglia delle”Due palme». Ordinato sacerdote da Mons. Arista nell’avvento del 1914, fu di nuovo mobilitato dal 1915 al 1919. Fu cappellano e poi parroco in S. Caterina (Acireale); infine, per 31 anni, parroco nella parrocchia Maria SS. del Carmelo in Acireale. Gli ultimi suoi dieci anni li trascorse all’O.A.S.I., ove si distinse per generosità e zelo pastorale (aiutava i confratelli di diverse parrocchie), per serenità dl spirito, cordialità di rapporti, fortezza nel dolore, devozione filiale alla Vergine. «Soffrire, offrire, attendere» è stato il suo programma sacerdotale negli ultimi mesi della malattia. I funerali furono una dimostrazione quasi unica di solidarietà sacerdotale; erano presenti gli Ecc.mi Mons. Bentivoglio, Mons. Cannavò, Mons. Di Salvo, Mons. Costanzo e quasi tutti i sacerdoti della diocesi.
Bollettino diocesano, Anno LXXXIII (1977), n. 4, pag.147

 

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LO GIUDICE EDOARDO
Il 9 gennaio 1977 all’età di 89 anni ha concluso la sua vita terrena Mons. Edoardo Lo Giudice. Era stato il primo parroco della Parrocchia Maria SS. del Carmelo in Randazzo, dal giugno del 1963 all’ottobre del 1966. Figura singolare di sacerdote che sommava note per loro qualità contrastanti: statura imponente e cuore semplice di bambino, entusiasmo violento e obbedienza incondizionata, accanita insistenza e delicatezza discreta e riservata, voce robusta e imperativa e mitezza affettuosa e rispettosa, attività di molteplici interessi e prolungata e devota preghiera.La sua vita è così legata a quella di Randazzo, il grosso centro etneo che lo ebbe figlio, che non si può pensare la cittadina senza vederci la sua presenza, la sua azione, il suo cuore, il suo apostolato. Ordinato sacerdote il 19 dicembre del 1914 da Mons. Arista, svolse la sua lunga vita sacerdotale sempre in Randazzo con l’intento di portare avanti e vivificare anche socialmente la vita del paese. Formò il corpo bandistico comunale, apri scuole rurali per la povera gente, curò le vocazioni sacerdotali, fu sempre pronto all’assistenza spirituale dei malati e alle confessioni, attese a dare un posto di particolare onore alla Vergine SS. per la quale nutriva sentimenti di commossa devozione.
Sembrava nato per la”guerra»; e ne aveva fatto il tirocinio nella prima Guerra Mondiale. Ma le sue vere guerre erano dominate dal desiderio dell’autentica promozione umana. L’ultimo conflitto mondiale, che avrebbe potuto soffocare ogni entusiasmo sotto le macerie, nelle quali era stato ridotto il paese di Randazzo non riuscì a domare Mons. Lo Giudice. Intrepido come sempre, portò avanti il suo programma di bene e di stimolo alla ricostruzione. Anche negli ultimi anni rimase vigile e operoso: non si stancò mai di attendere al ministero delle confessioni e soprattutto della preghiera, facendo scorrere sulla corona del Rosario anche l’offerta della sua forzata immobilità e delle sue sofferenze. La perdita di un uomo, rimasto fino a tarda età ricco di entusiasmo e di fede, sempre fedele alla sua quotidiana meditazione e ai suoi impegni di preghiera e di apostolato fa seriamente riflettere. Proprio nel nostro tempo in cui, tormentati da dubbi e amareggiati dagli esiti negativi di ogni fatica, ci ritroviamo stanchi e spesso anche disamorati, e abbiamo bisogno di avere modelli che ci servano di stimolo e di incoraggiamento, ci vengono a mancare a uno ad uno questi uomini di grande esempio che difficilmente trovano chi ne accoglie l’eredità spirituale.
Bollettino diocesano, anno LXXXIII, (1977), n. 1, pag. 26
Foto: anno 1959, Collezione privata gentilmente concessa.
PATANÈ FILIPPO
Un altro lutto inaspettato il clero ha subito con la morte del M. Rev. Sac Patanè Filippo da Dagala e residente in città, colto da quasi improvviso malore quando appena tornato dal servizio militare si preparava a riprendere le sante opere del Ministero. Era stato Cappellano Curato in S. Maria del Suffragio e per lungo tempo nell’Ospedale S. Marta. Giovane di energia poteva ancora far molto bene, ma il Signore l’ha chiamato al premio eterno.
Il Zelatore Cattolico, Anno XXV, (1919), n.1, pag. 26.
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PELLUZZA FRANCESCO
È ancora presente tra noi Mons. Francesco Pelluzza, benché si sia congedato definitivamente da questo mondo nel pomeriggio del 24 agosto 1975. È presente nell’esempio di vita sacerdotale lasciato, nelle parole ricche dl dottrina e di semplicità, nel frutti del suo lavoro pastorale nascosto ma efficace, nella gioiosa capacità di dare speranza e distensione anche nelle fatiche e nelle preoccupazioni di ogni giorno.
La sua vita fu stranamente varia, ma unificata e condotta dall’eccezionale spirito, vivace e riflessivo insieme, che lo rese ora acuto ragionatore e porgitore delicato e sobrio delle verità meditate, ora cantore commosso nelle sue vibrazioni poetiche, ora ideatore e sostenitore di quella sana allegria che lega gli animi in un vero spirito di fraternità. Seguirlo nel suo lungo cammino terreno, è per noi un doveroso omaggio dl gratitudine; un’occasione per sentire ancora l’azione edificante della sua vita sacerdotale.  Nacque in S. Alfio il 25 aprile del 1894. La sua vita d’infanzia dovette essere semplice ma assai vivace, legatissima all’ambiente e agli uomini del suo paese. Giovanissimo entrò nel seminario diocesano per prepararsi al sacerdozio. Ma alla formazione spirituale e letteraria, dovette unire anche la dolorosissima esperienza della prima guerra mondiale. Fu al fronte della Carnia, a Passo Promosio.  Durante una breve licenza, venne ordinato diacono a Catania dal Card. Nava, e qualche giorno dopo, il 24 dicembre 1916, nella Cattedrale di Acireale, sacerdote. Il giorno di Natale celebrò le tre Sante Messe e ripartì per la trincea alpina, dove dura era la guerra, portando nel suo giovane cuore sacerdotale, mortificato e sofferente, il soave messaggio natalizio di pace.
Congedato, l’attendeva una nuova esperienza: la vita diplomatica. Mons. Nicotra suo concittadino, lo volle come segretario nella Nunziatura del Belgio e di Olanda. Qui seppe combinare l’incarico avuto con la sua innata vocazione allo studio. Frequentò Lovanio. Poi, liberato da quel tipo di vita assai diverso dalle sue concezioni e dalle sue aspirazioni, coltivò gli studi filosofici a Milano, presso l’Università Cattolica.
Laureato, tornò in Diocesi e dalla sua terra non si mosse più. Nel suo ambiente egli visse, quasi nascosto, seguendo l’itinerario evangelico del «chicco di grano» che caduto a terra muore e porta molto frutto.
I suoi frutti in Diocesi sono stati molti. I più sfuggono alla cronaca e alla valutazione umana, perchè spirituali e intimamente legati al ministero sacerdotale. La sua sensibilità, la sua finezza lo rese amico di tutti; il suo ingegno e la sua acutezza di pensiero Io resero mirabile educatore e maestro.
Ad eccezione dei primi anni e degli ultimi, passò la sua vita sacerdotale sempre in seminario come superiore o come insegnante. Quasi tutto il clero diocesano passò dalla sua scuola. Caratteristico il suo insegnamento: chiaro, sereno, profondo, ricco di aneddoti e particolarmente dotato di carica umana. E lo si aveva contemporaneamente,. fresco e competente in diverse discipline.  Insuperabile il suo humor.
Rivestì cariche importanti nella vita pastorale diocesana: fu per qualche anno Parroco del Carmine in Acireale, Assistente di vari rami e infine Delegato Vescovile dell’azione Cattolica. Canonico della Cattedrale e poi Prevosto del Capitolo, docente presso la scuola superiore di servizio sociale di Acireale, membro di varie Commissioni diocesane.  Gli ultimi anni li passò all’O.A.S.I. Maria SS. Assunta in Aci S. Antonio. Lì si manifestò un altro volto della sua fisionomia: quello di scrittore. Nel raccoglimento della sua stanzetta, libero dagli assilli ministeriali, considerava il mondo, dei giovani soprattutto, bisognoso di luce. E volle dire una sua parola. Curò, pertanto, riflessioni spirituali e saggi di carattere filosofico e teologico, volendo assolvere fino all’ultimo alla sua missione di sacerdote e di maestro. I suoi scritti furono i suoi ultimi colloqui.
Averlo avuto in Diocesi, averlo conosciuto, essere stati raggiunti dalla sua illuminante parola e dalla sua amicizia, è stato veramente un gran dono. Crediamo di far cosa utile e gradita riportando i titoli delle pubblicazioni di Mons. Pelluzza, così come ci è stato possibile raccoglierli:
LIBERTA’ E GRAZIA IN S. AGOSTINO. In Miscellanea Agostiniana – Milano (1931).
IL SANTUARIO DI MARIA SS. DELLA VENA. CENNI STORICI . Acireale (1956).
VALANCHI E TURMENTI (poemetto), Acireale ed O.V.E. (1964).
CONTRIBUTO ALLA RICERCA DEI DATI BIOGRAFICI DI TEOFANO CERAMEO in Memorie e Rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti degli Zelanti e dei Dafnici, Serie I, voi. IV PP, 59-78 1964).
IL PRISMA (poesie) Acireale O.V.E (1966).
RICORDO DI VENERANDO GANGI SOCIO ACCADEMICO E POETA ACESE NEL. 150° ANNO DELLA MORTE Memorie e Rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti degli Zelanti e dei Dafnici, Serie I, voi. VI pp. 39-64 (1966).
RACCOLTA DI ALLOCUZIONI NUZIALI (Opera in collaborazione) Torino Marietti, (1968)
IL DIO IGNOTO: IL MISTERO NASCOSTO NEI SECOLI Memorie e Rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti degli Zelanti e dei Dafnica, Serie I. vol. XI pp. 311-349 (1969).
PER LO GRAN MAR DELL’ESSERE Memorie e Rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti degli Zelanti e dei Dafnici, Serie I vol. X pp 77-87 (1970)
DALL’OMBRE ALLA .LUCE In Memorie e rendiconti a… Serie i, voi. X parte 2° pp. 359-375 (1970).
VILLA SERENA, CASA MIA meditazioni ed Figlie di S. Camillo Acireale (1971)
CENNI STORICI SULLE ORIGINI DEL COMUNE DI S. ALFIO Memorie e Rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti degli Zelanti e dei Dafnica, Serie II, vol, I pp. 395-439 (1971).
IL MESAGGIO EVANGELICO – meditazioni – Milano Ed. O.R,. (1973).
PASCAL CONTESTATORE Memorie e Rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti degli Zelanti e dei Dafnica, Serie II. vol. III pp. 17-67 (1973).
LIBERTA E VERITA’ – di prossima pubblicazione Memorie e Rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti degli Zelanti e dei Dafnici
Bollettino diocesano, anno LXXXI, (1975), n. 4, pag.140
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PISTARÀ MATTEO dell’ Oratorio dei PP. Filippini
Nel fiore degli anni, troncando bru¬scamente ogni ideale, la morte rapiva alla Chiesa acese e agli affetti familia¬ri un’altra vigorosa esistenza, il SAC. PISTARÀ MATTEO, il quale i suoi giovani anni aveva spe¬so nell’Oratorio dei PP. Filippini e nel Collegio S. Michele. Intrapresa la carrie¬ra degli studi, nonostante il servizio militare, aveva ottenuta la laurea in lettere e appena iniziato il suo magistero cadeva reciso nella pienezza della vita. Il Signore lo accolga nella Patria della luce per le preghiere dei congiunti e degli amici per i quali ebbe sempre nel suo cuore un culto speciale.
Il Zelatore Cattolico, Anno XXV (1919), fasc. 3, pag. 111
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SCACCIANOCE SALVATORE
Il Bollettino Diocesano che ebbe valido e saggio collaboratore in queste colonne il Rev.mo. Mons. Salvatore Scaccianoce sopratutto con la rubrica Casus Moralis, compie con dolore il doveroso omaggio alla sua memoria, annunziandone la morte avvenuta, nel bacio del Signore, a 58 anni, martedì scorso, 1 luglio 1937, alle ore a. m. in Acireale. La sua fibra che sembrava poter resistere al male che inesorabilmente lo minava, veniva d’un tratto stroncata, lasciando in tutti sentimenti di amaro cordoglio.
I suoi funerali, celebratisi il giorno 15 in Cattedrale, furono imponentissimi per la larga e spontanea partecipazione di colleghi, discepoli, e ammiratori di ogni genere.
Mons. Salvatore Scaccianoce, Cameriere Segreto di S. S., Canonico teologo della Cattedrale, Prefetto degli Studi nel Seminario Vescovile, membro della R. Accademia degli Zelanti, fu sacerdote di vastissima cultura che seppe portare, costantemente in ogni campo il contributo valido del suo pensiero luminoso e sempre coerente alla sua fede che professava con umiltà e pietà. Alte settimane sociali in Italia fu sempre assiduo e le sue osservazioni furono oggetto di animate discussioni, rendendolo caro a quanti ebbero il bene di conoscerlo e di sentirlo. Dell’Azione Cattolica, così come oggi è, fu un precursore e la Diocesi lo ricorda 26 anni addietro, primo assistente ecclesiastico della Federazione giovanile, per essere poi, più tardi, Assistente della Giunta e della FUCI.  Versatissimo nel Diritto, la Diocesi lo ricorda rappresentante, col Vicario Capitolare del tempo, nel Concilio plenario siculo tenutosi a Palermo nel 1920.
Insegnò per tanti anni Diritto Canonico, Etica e Religione nel Seminario, nonché nel Liceo Scientifico.
Ma il campo suo prediletto fu l’insegnamento della Teologia Morale dove, per un trentennio, fu veramente maestro di vedute profonde e sapienti, sempre ortodosse che mai lo constrinsero a mutare parere. Nei casi più difficili e complessi consultato da tutti; nelle conferenze mensili del Clero, solutore felicissimo dei casi morali che egli stesso proponeva e che restano un monumento della sua cultura. Lo Zelatore Cattolico prima e il Bollettino Diocesano sono ricchi delle sue soluzioni, l’ultima delle quali ebbe luogo giovedì scorso nella Basilica di S. Pietro sul tema: De recitatione Breviarii in parocho.
Giornalista valoroso, fu apprezzatissimo direttore e redattore de ”La Difesa” in tempi di polemica contro correnti di volgare lotta antireligiosa e quindi de ”L’Excelsior” e di “Buona Novella”. Col Vescovo Mons. Arista fu mandato come convisitatore apostolico nelle Diocesi della Calabria. Soldato nella grande guerra, fu destinato quale Cappellano per l’assistenza ai prigionieri. Per molti anni Delegato vescovile per le Suore, Esaminatore prosinodale e Revisore di libri, Direttore diocesano dell’Opera Apostolica per il corredo missionario, Officiale nel Tribunale ecclesiastico, nell’Accademia degli Zelanti Padre dello Studio ed apprezzatissimo relatore, beneficiale della Basilica dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, vanto e decoro insigne del Capitolo Cattedrale di cui fu illustre teologo, Cappellano della monumentale Chiesa di S. Antonio al Corso Vittorio di cui splendidamente zelò il culto, ridandola artisticamente in veste più bella con i più moderni ed estetici criteri dell’Arti Sacra.. Maestro venerato del Clero della nostra e di molte altre Diocesi della Sicilia, della Calabria e della Basilicata che nel Seminario Vescovile di Acireale si formò alla pietà ed allo studio ed oggi lo piange con amaro dolore. Devotissimo al Papa. della Sua parola fu infaticabile propagatore nella scuola, nelle settimane sociali, sul pulpito che dappertutto tenne Sempre con non comune competenza, con onore e con dignità. La sua scomparsa ha lasciato un profondo rimpianto in quanti lo conobbero, ed il lutto, come bellamente si espresse il Ven. Capitolo Cattedrale nell’annunzio della morte, è grande per la città e per 1a Diocesi. Nei funerali la Messa funebre del M.o Perosi fu cantata dai chierici del Seminario. Prima della Assoluzione al tumulo impartita da S. E. Mons. Vescovo, il Sac. Prof. Francesco Pelluzza, Vicerettore nel Seminario, già allievo e successore nella cattedra di Teologia Morale dell’Illustre Estinto rievocò con una lirica commossa e sublime la grande figura del Maestro e del Sacerdote.
Bollettino diocesano, anno X, (1937), n. 7, pag. 71
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P. ROSARIO D’AGOSTINO O. F. M.

Nato a Mongiuffi Melia (ME) il 3 Gennaio 1888 ed educato cristianamente in famiglia, fin da ragazzo volle abbracciare la vita francescana seguendo l’esempio del suo concittadino P. Sebastiano Intelisano. Vestì l’abito serafico il 24 Novembre 1905 a Bronte, emise la professione temporanea il 25 Novembre 1906, studiò nel convento S. Biagio di Acireale dove, il 14 Febbraio 1914 professò solennemente, e il 6 Giugno dello stesso anno ricevette l’Ordinazione presbiteriale. Intelligente e colto preferì insegnare con l’esempio: robusto ed energico si rese utile lavorando instancabilmente. Si distinse per la delicata affabilità con i confratelli e per la premurosa attenzione per i poverelli. Fu austero nei costumi, diligente nei doveri, esemplare nell’osservanza della Regola.  Cappellano militare negli anni 1915-20, fu sostegno, conforto e guida per i soldati con la dottrina, con i consigli, con i sacramenti: accettò con umiltà francescana la decorazione ed il titolo di Cavaliere. Felice nel prodigarsi per gli altri, amministrava volentieri il sacramento della riconciliazione, e si adoperava per creare dovunque situazioni di pace.
Fu benemerito della Provincia francescana S. Lucia che governò dal 1931 al 1937 con saggezza lungimirante, promuovendo numerose iniziative riguardanti particolarmente la formazione culturale e spirituale.
Il popolo di Acireale, lo ricorda come guardiano di S. Biagio e grande luminare di bontà.
Muore il 15 Febbraio 1959 nel Convento di San Biagio.

Aurelio Grasso – Katia Trovato, Storia e arte nel convento S. Biagio, Palermo 1996, pagg. 168 e 182.

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P. DAVIDE GRISAFI O. F. M.

Maestro in arte organaia e membro della famiglia religiosa dei Frati Minori. Nato a Gangi il 28 Aprile 1886. Era sempre vissuto ad Acireale come membro di questa famiglia religiosa. Colpito d’influenza nel Marzo 1965, s’era guarito; ma il 19 dello stesso mese dovette essere trasportato all’ospedale di Acireale perché intossicato. Guarito, ritornò in convento dove veniva assistito amorevolmente dal padre Camillo Ferro, ma trasferito il padre Camillo a Catania, il padre David chiese di essere ricoverato all’infermeria provinciale di Baida. Da questa non doveva più ritornare ad Acireale, sua patria di elezione. Aveva una viva passione per l’arte organaia. Perciò fu inviato a Milano per apprendere l’arte presso la ditta Balbiani – Vergezzi. Dall’autunno dell’anno 1925 vi rimase sino all’anno 1928. Ma frattanto era stato inviato dalla ditta in Egitto e in Libia e in Palestina. Ad Alessandria d’Egitto e a Tripoli in Libia montò gli organi della ditta Balbiani – Vergezzi. Ritornato in Italia peregrinò di paese in paese riparando organi e harmonii. Così nel 1937 fu a Malta dove alla Valletta riparò l’organo della Collegiata di S. Paolo Naufrago. Il capitolo della Collegiata gli offrì una pergamena così concepita: al M. R. P. David Grisafi O. F. M. da Acireale, fine, esperto e fattivo artefice in eufonia. Nel suo breve soggiorno a Malta, l’organo vetusto dell’insigne Collegiata chiesa di San Paolo Naufrago con amore e paziente impegno rimesso in piena efficienza. Il reverendissimo Capitolo riconoscente – offre – il 24 Giugno 1937. A Malta ritornò più di una volta, fu pure negli Stati Uniti d’America. Fu suo proposito costruire un grandioso organo per la chiesa di S. Biagio, in Acireale. Vi lavorò per circa trent’anni con le sue mani – solo nel 1955 riuscì a montarlo con l’aiuto del Cav. Michele Polizzi, costruttore d’organi, da Modica. L’organo presentò gravi difetti. Il padre David, che frattanto, era stato colpito da paresi, ne rimase addolorato. Da allora cominciò la sua passione – ricoverato più volte in infermeria tutte le volte ritornava sano ad Acireale, quasi volesse vivere per vedere compiuta la sua opera, fratto del suo lavoro e dono al convento S. Biagio – Ma gli anni passavano e, alla vigilia del suo ottantesimo compleanno, la morte non volle più attendere – Ottimo cantore e ottimo conoscitore di musica fu per molti anni maestro del coro e infaticabile nei molteplici servizi religiosi in Acireale e nei dintorni. Nel 1920 ideò e curò la costruzione del piccolo giardino interno “la villetta del chiostro”. Il padre David (al secolo Santo) Grisafi nacque a Gangi (il 28 Aprile 1886) da Cataldo e da Balestreri Rosaria. Sotto la guida del padre Fedele Collesani fece i primi tre anni di studi ginnasiali a Gangi li completà ad Acireale, dove entrò in noviziato con dodici compagni – ricevette gli ordini minori e il Diaconato da Mons. Arista, il suddiaconato dal Card. Nava, il sacerdozio da Monsignor Bignani Arcivescovo di Siracusa.  Nel 1915 fu chiamato alle armi – mobilitato, raggiunse la zona di operazione, come soldato di sanità – Nel 1918 fu congedato e ritornato ad Acireale disegnò le aiuole del chiostro, disposte geometricamente attorno al pozzo settecentesco. Il 15 Febbraio 1966 muore a Palermo, nell’infermeria provinciale Baida.

Aurelio Grasso – Katia Trovato, Storia e arte nel convento S. Biagio, Palermo 1996, pagg. 168 e 169.

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P. CIURO GIOVANNI SOC. JESU’

Gesuita, il suo nome ci viene ricordato dalla lapide commemorativa posta all’interno del Collegio Pennisi ed ivi posta nel 1930. La stessa venne capovolta ed integrata con i nominativi dei caduti del secondo conflitto mondiale nel 1961. Nell’Albo d’Oro Nazionale si rileva un sottotenente Ciuro Giovanni, di Filippo, della milizia territoriale, nel 15° reggimento bersaglieri, nato a Ganci l’8 Marzo del 1890 e caduto il 2 Novembre 1916 sul Carso per ferite riportate in combattimento.
Seppure i Cappellani venissero di norma aggregati ai corpi e graduati non abbiamo la certezza che il personaggio riscontrato nell’Albo sia il medesimo riportato nell’epigrafe quantunque entrambi caduti in guerra e non essendovene altri riportati aspetto rimarcato dal fatto che il sottotenente citato nell’Albo Nazionale muore in combattimento contesto da escludere per un uomo di Chiesa.

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Padre Giuseppe Campione nato nel 1897 e morto nel 1949, canonico della Cattedrale e cappellano di Casa Pennisi di Floristella (foto di Salvatore Pennisi Alessi – anni 30) ,
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 Mons Francesco Foti , Vicario generale , per 25 anni Parroco della chiesa di San Giuseppe, alla morte di mons Michelangelo D’amico fu nominato Vicario Generale della diocesi da mons. Salvatore Russo, Durante i giorni dell’estate del 1943 fu uno dei responsabili dell’occultamento della statua di Santa Venera, in Cattedrale fece restaurare la Cappella del SS. Sacrammento. Mons Foti fu assistente spirituale dei Vigili Urbani, e delle suore visitandine denominate “le sepolte vive”. le sue spoglie riposano nella cappella del clero nel cimitero di Acireale.
(Notizie da “Via Paolo Vasta e dintorni” dell’Avv. Turi Trovato.