Poesia

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Nacque in Acireale il 09 maggio 1893 e vi morì il 25 ottobre 1952. Studio lettere all’Università di Catania; insegnò all’Istituto San Michele di Acireale; fu socio dell’ Accademia degli Zelanti. Il chiarissimo prof. Cristoforo Cosentini traccio il seguente profilo: “preferiva la solitudine, il silenzio, la quiete, per vivere una vita interiore tutta sua” ed ancora” i suoi amici preferiti erano i libri, le piante ed i fiori”: i libri ” gelosamente custoditi e simmetricamente disposti negli scaffali della sua biblioteca, e le aiuole della sua villetta curate personalmente e meticolosamente”. Si mostrava quasi mai allegro, ” come se una pena segreta o una preoccupazione lo tormentasse” Sembrava uno scettico, ma era, invece un romantico incline alla contemplazione e alla meditazione. Così, il suo animo di sognatore crepuscolare, nutrito di solitudine e di tristezza, deluso, ovviamente, dalla vita, trovava quiete nel rifugio della sua stanza, quando le ombre della sera si raccoglievano fittamente. E qui, quelle ombre, venivano fuori i personaggi del suo mondo, illuminati quasi sempre di romantico pallore, con i quali egli conversava amabilmente, confidando ai versi le immagini e i sogni.

Il suo ricordo e le sue poesia su Memorie e Rendiconti anno 1968 a cura del  Prof. Cristoforo Cosentini.

Le mie poesie

il sonno ogniuna dorme/ quieto dei monasteri/ nell’umile uniforme/ bianca con segni neri.

E se talune sono / pallide, meno belle,/ ne chiedono perdono/ alle loro sorelle.

Carlo Saporita

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San Paolo

Chista è l’ura ca la famigghia s’assetta a mangiari
la madri avvisa tutti c’allistiu di cucinari,
‘nsalata di pumadoru e cipudda, pipi arrustuti,
na fedda d’ossuchiatu e alivi cunzati.

Lu cori si allarga, la panza si prepara,
la fami fa primura: “passimi a cucchiara”,
tutti felicissimi, u tempu di na prijera,
e poi ci damu sutta di mala manera.

Ma ‘n certu puntu arriva nu fetu troppu forti,
di cosi fracidi e lurdi, di fumeri e cosi morti:
ci dicu a mo muggheri: Lia chi è stu fituri?
Santuzzu, cunticcilla ò to amicu Assissuri.

Li cassunetti su chini e a munnizza è macari ‘n tera
tutta la Città sta fitennu, ni pò veniri u culera;
ma semu o terzu pianu, i cassunetti su ‘nda strada,
com’è ca ci pò essiri tutta st’aria infettata?

Affacciti o balcuni e vidi chi gran muntagna,
macari lu chiu lurdu,  si la vidi si spagna,
e chi facemu allura, mi passau lu pitittu,
forsi cunvinissi mangiari ndo gabinettu,
ca si sintemu fetu, almeno cò piaciri
ca è roba nostra e no, di tuttu lu quarteri.

(dottorziz)

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                                          Poesia scalota

Tutte le volte che costeggio con la mia barca la costa di Santa Maria la Scala, metto il motore al minimo per gustare uno spettacolo che sempre mi affascina con la stessa intensità, come se fosse la prima volta. Osservo gli spettacolari basalti colonnari, ormai privi del famoso pugno, i turisti che scendono dall’ascensore scavato nella roccia e più avanti la splendida villa du cavaleri Puglisi-Cosentino. Rallento, ancor più, all’ingresso del porto, dopo avere superato la pietra “Sappa”, dove la bella Madonnina della Scala domina e sembra stendere un manto protettivo su tutto ciò che la circonda. L’intramontabile Carmelo Strano, insuperabile arrostitore di pesce, una volta collaborato nell’attività da Santu da Scala(poi divenuto una delle anime della frazione marinara), serve gustosi piatti ai propri clienti nell’affaccio di fronte alla sua trattoria. Giro lo sguardo a sinistra ed osservo i soliti incalliti giocatori che si contendono l’ennesima partita a carte, con l’accanimento gestuale dello scaloto, su un tavolo occasionale oppure sul pilastro della ringhiera. Alle spalle si intravede l’ottima e generosa signora Tanina a servire la migliore granita della Sicilia, tutta natura e genuinità, un vero marchio DOC. Più avanti, dove ricordo le lenzuola stese sugli scogli e l’acqua della Za Putenzia, comincio a sentire più intensamente i profumi delle alghe verdi che si formano sul fondo lavico dal misto delle acque salate e di quelle dolci che da più rivoletti scendono a mare formando ancora anche quel mauro,purtroppo ormai in fase di estinzione, che riusciamo a trovare noi che conosciamo, palmo a palmo, tutti gli scogli della via Molino. Più avanti si notano gli avventori del ristorante, l’assembramento della passerella e l’intramontabile “Mulino” dei fratelli Vasta: una istituzione che ha fatto la storia del luogo, da diverse generazioni. Il tragitto continua fino alle cocole, dietro al mulino dove si raccolgono numerosi bagnanti, con un vocio che rimbomba forte nelle incavità della Timpa. Nella parte alta delle “Chiazzette” si erge maestosa la Fortezza del Tocco da dove si osserva uno spettacolo ineguagliabile e stupendo: qui il tempo sembra essersi fermato e la natura generosa si mostra, ancora, sorridente con i suoi colori, sapori e profumi straordinari. E l’immaginazione mi fa rivedere le figure caratteristiche: u zu Turi a vecchia che pescava le occhiate davanti la casa dei miei nonni, mentre il figlio con una bilancina le vendeva ancora saltellanti, Turi Carretto, la signorina Maria che con passo da mezzofondista elegante saliva le chiazzette con la truscia in testa, la numerosa famiglia dei Salvini, con Caddè e la bellissima sig.ra Palumma in prima linea, i Greco, i Pennisi, i Fichera, Arcidiacono, u capitanu, Don Giovanni a bettola, Orazio Panazzo, u zu Vanni, zu Paulu e Turi u mattu, a za Rusina ,Bastianu Spitellu, Eli Saccu, a za Tana, i Pacchella e tanti altri, testimonianze di un passato e di un presente che provocano sensazioni che colpiscono direttamente l’animo.   Tutto questo è poesia.

A me, scaloto acquisito da sempre, che da sempre ama questi luoghi ed i suoi abitanti, per favore, non toglietemi queste emozioni e questi ricordi, con inutili polemiche e cattiveria umana, purtroppo sempre più prevalenti ai nostri giorni.
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Ci impegniamo, noi e non gli altri,
unicamente noi e non gli altri,
né chi sta in alto, né che sta in basso,
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegniamo:
senza pretendere che gli altri si impegnino per noi,
senza giudicare chi non si impegna,
senza accusare chi non si impegna,
senza condannare chi non si impegna,
senza cercare perché non si impegna.
Se qualche cosa sentiamo di “potere”
e lo vogliamo fermamente
è su di noi, soltanto su di noi.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi ci facciamo nuovi,
ma imbarbarisce
se scateniamo la belva che c’è in ognuno di noi.
Ci impegniamo:
per trovare un senso alla vita,
a questa vita
una ragione
che non sia una delle tante ragioni
che bene conosciamo
e che non ci prendono il cuore.
Ci impegniamo non per riordinare il mondo,
non per rifarlo, ma per amarlo.

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A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.

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C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chissà di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti
non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

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“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917

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All’unnici jnnaru e non mi stornu, p’aviri offisu a Diu tantu supernu, ‘n tempu ‘n mumentu, si vitti ‘nto ‘n gnornu, Morti, Giudiziu, Paradisu e ‘Nfernu. L’Unnici di Jnnaru a Vintun’ura a Jaci senza sonu s’abballava! Cu sutta petri, e cu sutta li mura e cu misiricordia chiamava! Santa Vennira, nostra prutittura, sutta di lu so mantu ni sarbava!

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There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself –
Finite Infinity

Ha una solitudine lo spazio
Solitudine il mare
Solitudine la morte
Ma queste saranno compagnie
In confronto a quel punto più profondo
Segretezza polare,
Un’anima davanti a se stessa:
Infinità finita.

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Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.