Storia Acese

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Viaggio nella memoria di un’altra “Anima di Aci”, i ricordi e le nostalgie tramandateci dal prof. Antonio Pagano. Il Rito dell’accenzione e benedizione del ceppo natalizio “u zuccu”, che una volta veniva acceso sulla piazza di fronte la Basilica dei SS.Pietro e Paolo.

Piazza Duomo, agghindata, splende di mille luci natalizie, che ne accrescono la suggestiva bellezza. Il Cinque Oro è un vasto salotto all’aperto, animatissimi. Il ceppo, al centro, simboleggia non solo la fede verso il Fanciullo, venuto al mondo per un rinnovamento, una palingenesi – magnus ab integro saeclorum nascitur ordo -, ma anche l’anno vecchio che se ne va per cedere  il posto a quello nuovo, che si augura sia molto migliore. I bagliori delle fiamme si riflettono sulla facciata del Palazzo di Città e su tutto un fianco della Cattedrale con la piccola abside della Cappella di santa Venera, sormontata da maschere, tipiche del barocco nostrano. Sprizzano la faville, illuminando il cielo decembrino. Lo sguardo le accompagna fino a  quando si esauriscono. Dolce tepore, malinconico ritorno al passato, con vicende e volti di persone rimasti impressi nella memoria. Penso alla benedizione del ceppo di anni lontani. Era tradizione che fosse benedetto dal Parroco della Cattedrale. Il Canonico Concetto Cristina, un’autentica istituzione in seno al capitolo,  Uscito da una delle porte laterali della sua Chiesa, dalla parte dell’Arco del Vescovo, sul far del crepuscolo, si avviava lentamente con il suo caratteristico incedere, alla grande catasta di legna, già pronta, per a aspergerla In nomine Patris et Filii et Spiritus Sanctis. Non poteva mancare il fervorino. Parole toccanti e prive di tono enfatico, concetti accessibilissimi. Il fuoco, tanto utile all’uomo, che se ne serve quotidianamente, – San Francesco lo chiamava bello et jucundo et robustoso et forte, – è assurto a simbolo della Fede… Dal vecchio rito pagano, che celebrava Helios, il Sole Invitto, a quello cristiano, che vede nel fuoco, ignis ardens, l’espressione del vivo amore predicato dal Verbo del Cristo.

Acireale Viva , viaggio nella memoria , prof. Antonio Pagano

foto Petra Sappa

 

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Quando, nel 1752 la grande caverna in cui sorse il celebre presepio di  Aireale fu trasformatain chiesa, il burrone di sette lave, che in quel punto scende al mare con decliovio meno erto e selvaggio, non era ancora tutto giardino verdeggiante come oggi, ma una macchia aspra e fitta.

Sotto la muraglia immane, Santa Maria la Scala stendeva i suoi moli come braccia aperte in difesa contro le furie del mare; venivano legni da ogni parte, con carichi preziosi, e partivano recando prodotti della terra ferace.

Uscendo in barca verso il mare i marinai vedevano splendere la bianca chiesa, semplice e sola.

Quale luogo si poteva scegliere più adatto per dedicarlo alla Natività, quale artifizio umano poteva profumar di poesia l’asilo del Poverello Divino, quando il fuoco della montagna ne aveva formato uno ove la scena biblica trovava uno sfondo di grandiosità mistica?

La “Grotta” ebbe così i suoi “pastori” che la mano di un rinomato artista plasmò in grandezza d’uomo, i telai acesi li vestirono di seta e di damasco; ebbe il suo Bambino sulla paglia, la soava Madonna e gli angioli osannanti.

Le figure hanno gtli attegiamenti che la tradizione ha tramandato: volti estatici di pastori e di contadini, ove lo stupore e l’adorazione sono espressi con arte precisa. Il tempo ha dato il suo colore inefabile alla materia inerte, rendendola quasi viva, e sembra che da un momento all’altro dalla cornamusa e dalla zampogna dei due pecorari debbano uscire le note per accompagnare la nenia dei canti natalizi.

Quando i  tre Magi vengono esposti, sembra davvero arrivino da terre sconosciute. oltre i monti che s’intravedono nelle chiare sfumate nell’orizzonte, e che gli scrigni che essi portano al Re Bambino chiudano la misteriosa fragranza delle lontananze.

Per circa due secoli, nella notte prodigiosa, quando tutte le stelle tremano nel cielo sconfinato e la montagna è bianca di neve recente, il presepio rinnova nella “Grotta” la poesia della natività divina.

Nella notte fredda, accorre ancora il nostro popolo alla “Grotta”, che nella strada solitaria, alta sul mare, chiama con una fievole voce di campana, al rinnovarsi del rito millenario.

Dott. Alfio Fichera -da Il Popolo di Sicilia 24 dicembre 1931

 

La strada collega la via Argenta con la via Ragogna, la via prende il nome della contrada Canale Torto  pertinenza del Bosco di Jaci nella sezione Palombaro (sec. XVI). La via e’ descritta dal Ins. Rodolfo Puglisi, che ringraziamo per la sua amichevole disponibilità

 La via Canale Torto è la via principale, oltre che più lunga, di Santa Tecla. L’abitato di Santa Tecla si può dire che sia attraversato per l’intera sua lunghezza da una strada principale che la percorre da sud a nord e dalla quale si dipartono verso il mare o verso l’’interno strade, stradelle e vicoli. Nel primo tratto, dalla via Cocole fino alla piazza principale del paese la strada si chiama via Argenta, dalla piazza fino al Santuario Madonna di Fatima prende il nome di via Canale Torto, dopo (anche in territorio di Stazzo) abbiamo la via Ragogna. La via Canale Torto prende il nome dalla contrada e rada del Canal Torto, ovverossia l’ampia zona che da mare si diparte dallo Scalo Pennisi fino alle porte di Stazzo, al confine con la cava di pietra lavica una volta esistente. Come rada, la si può identificare con l’odierno Scalo Pennisi, prima che comunque venisse costruito il molo e lo scalo prendesse tale nome. La via Canale Torto indica quindi la strada per raggiungere tale contrada e, pertanto, il suo nome ha un significato storico-geografico ben preciso. Dalla via Canale Torto, si dipartono da lato del mare, una stradella che conduce sulla scogliera, le vie Furnari, Costiglio Casino, Scalo Pennisi, Artegna, mentre dal lato della Timpa abbiamo via Pantanello, via Grotticelle, via Ariazzi. Inizia, come detto, all’altezza della piazza principale del paese, intitolata dall’Amministrazione Garozzo a Giovanni Paolo II (Anche la piazza di Pozzillo Superiore viene chiamata così). Sarebbe stato auspicabile che l’intitolazione fosse avvenuta con riferimento a personaggi che hanno fatto la storia del paese. Sulla via Canale Torto si affacciano nel suo primo tratto due piazze, quella principale appunto ed un’altra piccolina, data in concessione ad noto locale e dalla quale vi è un accesso diretto al mare, nel luogo chiamato “pizzu da rinedda”, dove sgorga una sorgente d’acqua dolce limpida e freschissima. Proseguendo verso nord si ha l’edificio che ospitava le Scuole Elementari, tra le prime scuole delle varie frazioni acesi. Sorge sul mare, ha ampie aule luminose. Purtroppo le Scuole elementari sono chiuse da tempo, perché i (pochi) bambini della frazione (come quelli di Stazzo e Pozzillo) frequentano le scuole di Scillichenti. Resiste la Scuola dell’Infanzia a piano terra. Per alcuni anni l’edificio è stato usato dall’Università di Catania, Facoltà di scienza Politiche, che vi teneva un corso di laurea magistrale in Scienze dell’Amministrazione. Superato l’ufficio postale, all’incrocio con via Costiglio Casino si trova un caratteristico altarino che custodisce un’immagine della Madonna del Rosario di Pompei. Si tratta di una costruzione caratteristica e degna di rilievo per la sua funzione sociale, religiosa ed antropologica. Lungo la via Canale Torto si trovano nei muri delle case altri altarini. Per il Corpus Domini vengono parati a festa ed in alcuni di essi fa sosta la processione. La via Canale Torto termina all’altezza del Santuario Madonna di Fatima, caratteristico e suggestivo luogo di culto all’aperto, ideato dal compianto parroco Giovanni Bonaccorso, che tra l’altro era un apprezzato poeta. Il Santuario venne aperto il 13 ottobre 1979, benedetto dal Vescovo Bacile. Dalla sua apertura vi si sono celebrati innumerevoli matrimoni. Dal 2010 al suo interno vi è un somigliantissimo busto bronzeo di don Bonaccorso, realizzato dallo scultore acese Paolo Guarrera.

@ Rodolfo Puglisi

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Dalla Breve storia della chiesa di “Santa Maria al Presepe” volgarmente detta ” della Grotta” scritta dal Can. Zaccaria Musmeci anno 1934 (2a edizione)

Una delle più antiche Chiese è quella di Santa Maria dei Raccomandati, a tramontana della Città, in cui fin nel secolo XVII affluiva il clero e il popolo per venerarvi la celeste Regina nei giorni delle sue principali solennità e specialmente nel dì 2 luglio d’ogni anno, occorendo la festa della Visitazione. I Sacerdoti scatenò tutto ad un tratto un sì forte temporale, da costringerli a riparare in una oscura caverna sotto il masso, non trovandosi in quei pressi abitazione alcuna. Era quello un luogo in cui financo lo sguardo temeva di fissare il viandante, giacchè dicevasi nascondiglio di banditi e  asilo di rettili velenosi. I nostri pii Sacerdoti però non poterono esimersi dall’entrarvi, tanta era dirotta la pioggia, e codì impetuoso il vento. Mentre però ivi riposavano, Dio sa quanto a malincuore, fra umidità ed il puzzo che vi era permanente, nonchè per la paura di vedersi ad  ogni istante avvinti da qualche biscia velenosa, uno di essi, per nome D. Mariano Valerio, contemplando la volta e la profondità di quell’antro, esclamò: oh….. come sarebbe atto questo luogo, togliendovi di mezzo alcuni massi, per farne la grotta a somiglianza di quella di Betlem…! Stupenda idea, rispose allora un altro, …. e d’ un subito, come per divina ispirazione, tutti quanti si trovarono d’accordo, e, senz’altro inginocchiatisi, pregarono il Bambino Gesù perchè dal Cielo benedicesse quel santo loro desiderio.

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Daniele Vasta in un suo saggio pubblicato dall’Accademia degli Zelanti descriveva la devozione verso Maria nelle chiese acesi. In questa rivisitazione naturalmente si soffermava anche nella Chiesa di Santa Maria della neve.

Il settecento preferisce raffigurazioni più piacevoli e aggrziate, più confacenti alla vena idealizzante e leggera che è cifra del secolo: ne sono testimonianza le tele di Paolo Vasta e Vito D’Anna. Chi però ha visitato almeno una volta la Chiesa della Grotta dove si trova la Natività del D’Anna, sa che, a fianco di questa nobilitata rappresentazione del Natale del signore, ce n’è un’altra, dalla presa emotiva di gran lunga più immediata: è l’ampia sfilata di personaggia misura reale che compongono il settecentesco Presepe Artistico, dove i volti plasmati in cera, le mani intagliate nel legno, le barbe e i capelli donati dai fedeli come ex voto, i conigli e le pecore modellati in gesso, i panni cuciti a mano, offrono della Sacra Famiglia – peraltro scolpita in pietra bianca nel prospetto, insistente leitmotiv di tutto l’edificio – una versione straordinariamente realistica e di sapore gustosamente dialettale.

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Martedì 05 dicembre 2017 alle ore 18,30, nella chiesa del SS.Salvatore verranno presentati al pubblico  i lavori di recupero e restauro di un ciclo di affreschi nascosti da una coltre di intonaco. I lavori sono stati eseguiti da un team di restauratori della soc. coop. “Ferlito restauri” guidati dalla dott.ssa Carmela Cappa della Soprintendenza di Catania.

Già nella pareti laterali dell’altare principale si intravedevano dei residui di affreschi, grazie l’intraprendenza di Don Marcello Zappalà, parroco della chiesa, che ha avuto la giusta curiosità per iniziare una serie di sondaggi propedeudici per l’inizio di una campagna di descialbo dell’intonaco.

Ora le domande sorgono spontanee: chi realizzo questi affreschi? Nell’arco centrale si vede una data e due iniziali M.P. 1721.

la committenza ? Anche se in un cartiglio già leggiamo delle indicazioni.

Come apprendiamo dal testo le “Tre Corone” del sac. Alliotta che descrive i danni del terremoto del 1693 “Si scorgono con poca lesione ….. la chiesa del S.Salvatore al Monte Calvario” e ancora dal testo “La chiesa del Salvatore in Aci nei Secoli XVI e XVII” pubblicato nel 1997 del prof. Salvo Licciardello (testo unico e importante sulle vicende della chiesetta) apprendiamo che “La chiesa è adorna di affreschi, ricoperti d’intonaco e stucco nel corso del ‘700 in seguito a nuove considerevoli fabbriche, appartenenti non solo alla restaurazione di d(ett)a chiesa, ma pure si sono fatte dall’altre a d(ett)a chiesa necessarie e utilissime”. Nota Son forse queste le opere espresse in una richiesta di Jus Patronato ecclesiastico (archivio antica diocesi agosto 1775).

E’ auspicabile una ricerca, negli archivi, nella speranza che possano emergere notizie su queste opere d’arte ritrovate dopo tanti secoli.

foto pagina FB don Marcello Zappalà

 

 

 

Collega la via Cappelluzza con la via Sciarelle

Come scriveva il prof. Gaetano Vasta, nella sua opera su Aciplatani, la via Campanaro era detta ” a vanedda di Gesù e Maria” (per via di un monumentale altarino dedicato alla Fuga in Egitto della Sacra Famiglia), luogo non di ossequio e di venerazione ai Tre della Divina Famiglia, ma vero deposito di tutte le sporcizie e lordure sconcertanti, se ammodernata, costituirebbe un ottimo raccordo tra Aciplatani e la via Sciarelle. (Cit. G.Vasta)

Come detto all’ingresso della via Campanaro c’e un monumentale altarino e’ all’interno vi e’ un effige della Fuga in Egitto della Santa Famiglia,  si sconosce l’autore e il periodo . Interessante è la figura della Madonna che porta sul capo un caratteristico copricapo , il “Taddema” di origine spagnola.  La struttura in pessime condizione meriterebbe un opera di restauro.

via Campanaro lato via Sciarelle

Fonti.

G.Vasta “Aciplatani tra storia e Leggenda”

M.Pricoco “Gli Atareddi”

collega la via Penelope a via Luigi Capuana.

La zona degli antichi quartieri di San Giuseppe e Sopramiano. Un tempo era, assieme alle vie circostanti, densamente popolata con case fatiscenti poco curata e senza servizi adeguati come l’illuminazione, tanto che nel 1933 il dott. Alfio Fichera, in vista della realizzazione del piano regolatore, ne invocava un recupero del quartiere.