IO NON CI STO

Ogni giorno, il complesso sistema dei media di cui siamo prima di tutto consumatori che spettatori, ci propone episodi di violenza sulle donne, spesso dagli esiti tragici e devastanti, talvolta relegati alla categoria delle molestie sessuali e sempre più spesso presunti casi di stupro di gruppo.Ben lontani dall’idea che i processi si facciano sui media e certi che solo un’analisi complessa e delicata di ogni elemento di prova può essere condotta solo dai Tribunali e dagli inquirenti, non ci esimiamo però dal porci legittime riflessioni su fenomeni che sono intorno a noi e che amplificati e strumentalizzati dall’impatto emotivo che suscitano, riportano indietro nel tempo le lancette della civiltà e delle conquiste sociali degli ultimi cinquant’anni. Viviamo in una società individualista e competitiva, in cui le persone sono diventate risorse, in cui la mercificazione di ogni elemento del nostro vivere quotidiano c’induce a modelli culturali di tipo “estrattivo” piuttosto che generativo, secondo logiche prevaricatorie e fortemente radicate in una religione del consumo dalla quale non sfugge più nulla: oggetti, persone, valori, soggetti, affetti tutto è riconducibile ad un immaginario delirante da cui è sempre più difficile sottrarsi ed a cui anche l’ego maschile è coinvolto e perdente. Abbiamo delegato le relazioni tra i sessi alle piattaforme digitali e lo abbiamo fatto coinvolgendo soggetti che per età e formazione non possiedono gli strumenti minimi ed educativi, che consentano loro di distinguere tra l’uso della violenza come forma di affermazione nel rapporto con gli altri e l’affermazione legittima di un desiderio sessuale e relazionale, che non riescono ad esprimere nelle forme naturali e proprie del rapporto tra uomini e donne.La cultura dello stupro, fenomeno predatorio che esiste da sempre in ogni società e che per ragioni storiche e religiose, spesso viene assimilato e tollerato al punto da non entrare nemmeno negli ordinamenti giudiziari degli stati, sotto l’amplificazione degli strumenti tecnologici, trasforma il desiderio sessuale in un mezzo per rompere l’isolamento e l’incapacità assoluta di comunicare affetti ed entrare in relazione con il diverso da sé, particolarmente quando il diverso è rappresentato dal corpo delle donne .L’educazione alla sessualità è materia complessa che società come le nostre, con forti pregiudizi religiosi e moralistici, evitano di affrontare, lo evitano nelle scuole primo soggetto educativo degli individui e lo evitano nelle famiglie, troppo impreparate a gestire un flusso costante di messaggi che investono i loro figli e dai quali sono sopraffatti. Oggi qualunque adolescente scopre ed interpreta la sessualità tramite la rete, apprendendo da Youporn solo una parte terminale e marginale del complesso significato del sesso, in una condivisione di atteggiamenti freddi e minimamente empatici.Si tratta spesso di uomini incapaci d’intrattenere relazioni più interessati alla “considerazione” che il branco avrà di loro che al fatto in sé. La presenza dei video e delle foto che accomuna la nuova cultura dello stupro è la forma di soddisfazione “dell’impotente digitale”, la dimensione naturale dell’intimità diventa condivisibile e commerciabile, determinando la vera conquista dell’atto sessuale. Questa gente non è più interessata all’atto sessuale, ma solo ad affermare con la prova digitale la propria individualità nel branco dei coetanei, più stimolata dai commenti degli amici che dell’appagamento di una pulsione. Non vanno né castrati né rinchiusi, andrebbero “riprogrammati” ad una fruizione erotica dell’atto sessuale, “disinstallando” tutta la sovrastruttura psico-tecnologica che è il vero vuoto delle loro coscienze. La pretestuosa attenuante della consensualità è solo l’epilogo di una violenza che spesso non comprendono completamente, immaginando che esista una donna che sotto l’effetto di droghe o alcol possa esprimere una forma velatamente consensuale per una violenza indiscutibilmente acclarata. Probabilmente se la stessa donna li avesse corteggiati ed invitati ad accompagnarla a casa per una notte di piacere di gruppo, avrebbero declinato per l’incapacità di vivere relazioni sessuali ad alto impegno emotivo e soggettivo. La cultura dello stupro è un problema sociale e solo una risposta sociale, ordinata e critica può porvi rimedio.

Fabio D’Agata