LA CITTA’ INVISIBILE

Nella giornata dedicata al ricordo delle vittime della mafia che in mattinata ha  visto la straordinaria partecipazione degli studenti e di pochissimi cittadini , Acireale interroga se stessa in un convegno sulla legalità, marcatamente politico , che solleva  la polvere  democristiana depositata in ogni angolo della città.

LO SPAZIO:

Da quando la nuova Amministrazione ha deciso di fare un check up ai nostri spazi pubblici per verificarne l’agibilità e la conformità alle norme vigente, gli spazi urbani destinati al confronto, vero cuore di ogni comunità,  si sono ristretti a dismisura e con la chiusura della recentissima sala Pinella Musumeci in quel che fu la villa Belvedere, una città di 50.000 abitanti si ritrova a confrontarsi nell’antisala consiliare, piccola, scomoda , inadatta.

 Legalità è avere spazi idonei al confronto pubblico

GLI OSPITI

Su 12 “relatori”, 7 sono politici in carica o pronti alla carica,  poco disponibili a rispondere alle domande del moderatore, che prova inutilmente a restare in tema, tra le risposte degli ospiti più interessati a raccontarci la loro visione di legalità,  che oscilla tra la retorica del buon cittadino che non butta la carta per terra, all’eterna lotta tra le responsabilità politiche della Sicilia in cui viviamo.

In un’alternanza che ci ha consegnato un’intera regione diventata troppo “acida” per lo sviluppo della vita degli onesti,  un ecosistema strutturato fatto di favori pesati e proporzionati per garantire a tutte le forze politiche una visibilità ed una pari opportunità nell’accesso al potere, con la sola funzione di creare correnti, spesso fluide ed indefinite, sempre ben lontane dall’interesse pubblico delle persone e sempre molto vicine alla soddisfazione del vincitore di turno e dei suoi sodali.

La mafia è la grande assente della scena, se ne parla come di qualcosa che non ci riguarda, che non è mai entrata nella gestione della città, ma sempre utile nelle sue forme arcaiche e desuete, per differenziare  ciò che siamo diventati da quello che le città di mafia come Catania sono attualmente.

Nessun riferimento alle attuali forme della vera mafia, che ben lontana dai caratteri violenti che la contraddistinguono nell’immaginario collettivo, si insinua nel tessuto economico diventandone spesso il vero motore finanziario.

I clan catanesi signori indiscussi, che a partire dagli anni 80, mentre i loro colleghi palermitani si scannavano in lotte fratricide e nell’attacco frontale  allo Stato, avevano intuito che con lo stato si può, non solo trattare ma soprattutto fare affari. 

La Catania degli anni 80 è tutta lì, in quel laboratorio di zone grigie, che nei grandi ristoranti alla moda e nei locali che contano, stringeva alleanze e scambiava favori con i politici avidi di consenso e con parte di una Magistratura troppo disposta al compromesso.

Nessuna inchiesta sulla pubblica amministrazione riguardava Acireale, in cui  i Pretori avocavano a sè i fascicoli più spinosi ed erano essi stessi grandi imprenditori con interessi nella speculazione edilizia che ha devastato la riviera dei limoni.

Grandi capitali liquidi si accumulavano negli istituti acesi, al riparo dalla turbolenta Catania creando una percentuale di depositi confrontabile solo con le province del nord Italia, ed a poco o nulla servivano le numerose inchieste di qualche Procuratore non allineato che facevano emergere un controllo sistemico di alcune filiere commerciali tra cui quella del pesce, o le dichiarazioni  a verbale, in cui i mafiosi dichiaravano di farsi la carta d’identità con le proprie mani, accedendo agli uffici pubblici con assoluta semplicità.

L’usura, l’estorsione a tappeto delle attività commerciali diventano caratteristiche endemiche del tessuto economico cittadino, e persino i cavalieri dell’apocalisse mafiosa descritti da Pippo Fava, decidono d’investire ad Acireale, lasciando dietro di sé, colate di cemento, parchi interrotti,  grandi resort, ed enormi “lavatrici” tutt’ora, forse,  funzionanti e ben oliate.

L’animo docile e la potente lobby democristiana indigena, rendeva il territorio abbastanza sicuro per tutelare ogni investimento che veniva prontamente ricambiato con la moneta ingannevole dell’occupazione e del consenso.  Le cattedrali di quel “grande gioco”, sono oggi i relitti che abbiamo di fronte ogni giorno, le Terme devastate,  i grandi alberghi svenduti alla finanza internazionale, i parchi urbani mai nati, ecc.

Legalità è anche fare memoria

Unica perla, secondo me, l’intervento fuori “ruolo” della Direttrice del carcere minorile di Acireale, una Donna competente e coraggiosa che la mafia la vede ogni giorno, e che chiamata dal suo ruolo costituzionale, ad educare prima che a reprimere, riporta le domande dei suoi ragazzi.

Persone che una società individualista e competitiva, ha relegato nel disagio, ragazzi cresciuti in quartiere in cui lo Stato si manifestava solo con le sirene della Polizia, e che vorrebbero le opportunità che a loro sono state negate. Lavoro, ambiente vivibile, impianti sportivi, istruzione, cultura, tutte qualità che lo Stato riserva per un domani che non arriva mai, ed alle cui domande molti dei relatori avrebbero dovuto dare risposte .

Legalità è anche opportunità

Nessun riferimento alle grandi incompiute cittadine, alla vivibilità assente, alle Istituzioni sempre più refrattarie alla trasparenza, alle tante scuole senza palestra con i bambini che fanno sport solo se fuori fa bello, ed alle tante incongruenze che avrebbero potuto portarci a vivere in un paradiso e che invece ci portano quotidianamente a confrontarci con una realtà da cui è ripesa l’emigrazione dei meritevoli e la ricollocazione dei mediocri.

La strada è lunga, l’aspettativa è tanta e la Legalità potrebbe essere un buon punto di partenza.

(Fabio D’Agata)