La fiera delle vanità. L’antimafia di facciata esce con le ossa rotte. Montante ed altri 24 rinviati a giudizio

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Era il 2012 ed in Sicilia sembrava che una nuova stagione stesse per cominciare sul fronte sella lotta alla mafia. La confindustria il potente sindacato degli imprenditori decideva di voltare pagina e schierarsi apertamente contro le mafie e le infiltrazioni nell’economia dell’isola.

Il presidente Ivan Lo Bello rampollo di una importante famiglia d’imprenditori, scombinava le carte e presentava il suo codice etico, un elenco di punti in parte copiato dalla confcommercio, che prevedeva tra le altre cose l’estromissione automatica dei soci che avessero connivenze con le mafie. Idea vaga quanto meritoria ma sicuramente di difficile attuazione, in quanto è sempre più difficile capire cosa significhi essere connivente con le mafie, conflitto che aveva il suo alter ego nell’ambiguità del codice penale in cui il concorso esterno in associazione mafiosa é solo un combinato disposto tra due articoli e non ha una formulazione autonoma, ambiguità che è valsa un proscioglimento in istruttoria nel caso Ciancio con una sentenza che fece inorridire giuristi e cittadini di tutta Italia.

In quella stagione, io piccolo imprenditore iscritto al ramo edile di confindustria, ebbi un ruolo. Il presidente di allora Andrea Vecchio, imprenditore acese mi chiese di partecipare ad una “rifondazione” dell’organizzazione catanese, lui paladino dell’antimafia oggetto di atti intimidatori gravi presso le sue aziende, scelse di concorrere al momento storico che si viveva in Sicilia mettendoci la faccia e circondandosi di giovani con idee nuove e legalitarie. Ci cascai anche io, per un periodo breve d’ingenuità e voglia di riscatto per una categoria che più che far parte della soluzione era parte del problema. Accettai di collaborare senza incarichi, chiedendo però di unire la lotta alla mafia a quella alla corruzione ed alla turbativa degli appalti pubblici, decretando a mia insaputa la fine delle mie collaborazioni con l’associazione.

Ricordo un incontro pubblico in cui, io relatore esponevo i meccanismi fraudolenti con cui gli appalti venivano aggiudicati in Sicilia, i mezzi per contrastarlo gli emendamenti da proporre in sede regionale e le scelte che, secondo me, avrebbero dovuto essere intraprese per restituire legalità ad settore fortemente infiltrato.
Notai subito molti sguardi truci , molti dei presenti si sentivano chiamati in causa in prima persona e provavano un certo fastidio a sentire citare pratiche che spesso, probabilmente, avevano attuato personalmente.
Finii l’intervento con lo stesso stato d’animo dell’agnello che parla ad un’assemblea di lupi su come convivere civilmente nel bosco, salutai e capii che l’ipocrisia dell’antimafia di facciata era solo un pretesto per entrare in una stagione politica di cui presto sarebbero stati i burattinai occulti.

Vecchio divenne Assessore ai lavori pubblici con il governo Lombardo, oggi sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa , Montante era in prima fila per la presidenza dell’agenzia per i beni confiscati alle mafie, la piu grande azienda del paese, e non si contano gli Assessori nominati da confindustria nel successivo governo Crocetta , il più rappresentativo di una stagione in cui l’ipocrisia era l’unica condizione trasversale a tutti gli schieramenti.
Cancellai tutte le aziende da confindustria e salutai ringraziando, con la certezza che l’antimafia a “corrente alternata” non m’interessava.

Ieri Antonello Montante ed altri 24 membri di quella stagione infame sono stati rinviati a giudizio per reati gravissimi aggravati proprio dall’aver favorito le mafie nella loro continua infiltrazione dell’amministrazione pubblica. Montante arrestato a Milano mentre provvedeva a disfarsi delle pen drive con cui dossierava, politici e funzionari, giace da 4 mesi in carcere ed i suoi interventi antiracket sono una cartolina di un mondo lontano, la confindustria isolana lacerata da ex assessori “pentiti” ed illustri figuri, finiti nelle maglie della Magistratura prova a darsi un tono, sfoderando qualche giovane rampante che dall’organizzazione delle feste in discoteca è passato a dirigere aziende pubbliche in un gioco dell’oca in cui non si paga mai pegno.

L’antimafia è uscita con le ossa rotte da quella stagione di comparsate, destando sospetto anche nei discorsi da bar dello sport e lasciando i veri Cittadini onesti nello sconforto organizzativo e nella percezione di contiguità con una parte malata della società civile.

Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra” Cit.

(Fabio D’Agata)