La verità nascosta. “Menti raffinatissime”. Venerdì 8 febbraio con gli on. Claudio Fava e Nicola D’Agostino

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Il 19 luglio 1992, la strage di via d’Amelio. Con un attentato dinamitardo rimane ucciso il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sopravvive all’esplosione l’agente Antonio Vullo.

L’attentato al giudice Borsellino giunge solo dopo 57 giorni dalla strage di Capaci dove aveva perso la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. E’ questa la stagione delle stragi ed anche, per quel che riguarda l’omicidio Borsellino, quella che tanti definiscono come il più grande depistaggio della storia.

Per quella strage sono tante le domande che restano ancora senza risposta. Come è sparita l’agenda rossa? Perché non fu preservata la scena della strage?  La sequenza dei processi è davvero impressionante. Il processo Borsellino uno, poi due, poi ter e quater. Falsi pentimenti come quello di Scarantino che diede l’inizio ad analisi e tesi sul depistaggio. Ed allora altre domande sono state poste, una su tutte, che ruolo ha avuto il SISDE? Si delinea un quadro dove la mafia tenta di depistare le indagini, un quadro dove è difficile comprendere e conoscere tutta la verità. Ed è questo l’interrogativo più importante. Sapremo mai tutta la verità?

Proviamo a fare una sintesi della storia giudiziaria.

Settembre 1992 vennero arrestati Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino, sostennero i due che erano stati gli autore del furto della fiat 126 usata per l’attentato di via D’Amelio. Scarantino afferma che fu il cognato Salvatore Profeta ad ordinargli di rubare la fiat 126. L’auto, secondo Scarantino, dopo il furto venne portata nell’officina di Giuseppe Orofino per essere imbottita di tritolo.  Ed ancora sempre Scarantino indicò come il gruppo esecutore della strage Pietro Aglieri, Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana, Gaetano Scotto, Lorenzo Tinnirello e Francesco Tagliavia. Sembra proprio che non vi sia più nulla da sapere ma non è così ed è proprio dalle dichiarazioni di Scarantino che prende il via il processo Borsellino uno. Nel luglio del 1995 Scarantino ritratta e dichiara di aver accusato degli innocenti.  In ogni caso la Corte di Assise di Caltanisetta nel 1996 condannò in primo grado Profeta, Orofino e Scotto con la pena dell’ergastolo. Nel 1999 la Corte di Assise d’appello di Calatanisetta ritenne Scarantino inattendibile  e le sue dichiarazioni non veritiere e così decretò l’assoluzione per Scotto, Orofino dall’ergastolo ad una condanna a nove anni. A Profeta venne confermato l’ergastolo e a Scarantino diciotto anni di reclusione. L’anno successivo la sentenza venne confermata dalla Corte di Cassazione.

Borsellino bis. Scarantino durante un’udienza ritratta tutte le accuse, afferma che ha subito minacce e maltrattamenti in carcere per costringerlo a collaborare dal questore La Barbera.  Per il Borsellino bis la Corte d’assise di Caltanisetta condannò in primo grado “Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia all’ergastolo mentre Giuseppe Calascibetta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo e Salvatore Vitale vennero condannati a dieci anni di carcere per associazione mafiosa ma assolti dal reato di strage; stessa cosa per Antonino Gambino, Gaetano Murana e Salvatore Tomaselli, che però furono condannati a otto anni; l’unico assolto fu Giuseppe Romano”. Al processo di appello il collaboratore di giustizia Calogero Pulci dicharò che Gaetano Murana gli aveva raccontato nelle celle del carcere, che aveva partecipato alla fase esecutiva della strage. Nel 2002 la Corte d’Assise di appello di Caltanisetta giudicò inattendibile Pulci. Nel processo Borsellino saranno condannati Pulci all’ergastolo,  Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso e Gaetano Murana, che in primo grado erano stati invece assolti da questa accusa; vennero anche confermati gli ergastoli inflitti a Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia e le condanne a dieci anni di carcere per Giuseppe Calascibetta e Salvatore Vitale, quelle a otto anni per Salvatore Tomaselli e Antonino Gambino, nonché l’assoluzione per Giuseppe Romano. La Corte di Cassazione nel luglio 2003 confermerà sia le condanne che l’assoluzione di Romano.

Borsellino ter. 1998 inizia il terzo il troncone del processo per la strade di via D’Amelio. Ci sono diversi collaboratori di giustizia tra cui Giovanni Brusca. Alla sbarra degli imputati vi sono “Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe e Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Lucchese, Benedetto Spera e gli stessi collaboratori Brusca e Cancemi, Salvatore Biondo, Domenico e Stefano Ganci, Cristofaro Cannella e il collaboratore Ferrante”. Nel 1999 la Corte di Assise di Caltanisetta condannò in primo grado Madonia, Santapaola, Calò, Farinella, Gangi, Giuffrè, Graviano, La Barbera, Giuseppe e Salvatore Montalto, Motisi, Provenzano, “Salvatore Biondo,  Cannella, Domenico e Stefano Ganci mentre il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi venne condannato a ventisei anni di carcere, l’altro collaboratore Giovan Battista Ferrante a ventitré anni, Francesco Madonia a diciotto anni, Salvatore Biondo a dodici anni mentre Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Lucchese, Benedetto Spera e il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca a sedici anni”. Nel 2002 la Corte d’assise d’appello di Caltanisetta modficando la sentenza di primo grado condannò “all’ergastolo Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera, Raffaele e Domenico Ganci, Francesco Madonia, Giuseppe Montalto, Filippo Graviano, Cristofaro Cannella, Salvatore Biondo (classe 1955) e Salvatore Biondo (classe 1956); Stefano Ganci venne condannato a vent’anni di carcere, Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè, Salvatore Montalto e Matteo Motisi a sedici anni per associazione mafiosa (ma assolti dal reato di strage) mentre venne confermata la pena per Agate, Buscemi, Spera e Lucchese; invece i collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Giovan Battista Ferrante ricevettero pene tra i diciotto e i sedici anni”.

2003 la Corte di Cassazione annullò le assoluzioni “dall’accusa di strage per Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Benedetto Santapaola e Antonino Giuffrè mentre venne annullata con rinvio anche la condanna per associazione mafiosa per Giuseppe Madonia e Giuseppe Lucchese; le altre condanne e assoluzioni vennero invece confermate”. Aprile 2006 la Corte d’assise d’appello di Catania condannò all’ergastolo Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi e Benedetto Santapaola. Nel 2008 la Corte di Cassazione confermò la sentenza.

Nel 2008 Gaspare Spatuzza che si autoaccusa (aveva iniziato a collaborare con la Giustizia) del furto della fiat 126 usata per l’attentato al giudice Paolo Borsellino.  Spatuzza smentisce quindi quanto affermato anni prima da Scarantino, Spatuzza tira in ballo, sempre per il furto della 126, Vittorio Tutino entrambi, secondo Spatuzza, ebbero l’incarico da Cristoforo Cannella e Giuseppe Graviano. Sempre Spatuzza riferisce di aver portato l’auto nell’officina di Maurizio Costa e, sempre secondo il collaboratore Spatuzza, preparano l’innesco dell’autobomba Lorenzo Tinnirello e Francesco Tagliavia. Dopo queste dichiarazioni venne riaperte le indagini per la strage di via D’Amelio.  Nel 2009 Scarantino riconferma di essere stato costretto dal questore La Barbera di collaborare con i Magistrati, mentre il Pulci afferma che le sue dichiarazioni furono del tutto spontanee atte ad aiutare gli inquirenti.  2011 il nuovo collaboratore di giustizia Fabio Tranchina conferma le dichiarazioni di Spatuzza, il 27 ottobre 2011 la Corte d’assise d’appello di Catania “dispose la sospensione della pena per Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana, Gaetano Scotto e Vincenzo Scarantino, che erano stati condannati nei processi “Borsellino uno” e “Borsellino bis”.

Marzo 2012 il GIP di Caltanisetta emette ordinanza di custodia cautelare per Vittorio Tutino, Calogero Pulci (per calunnia), Salvatore Madonia e Salvatore Vitale.  Novembre 2012 la Procura di Caltanisetta chiuse le indagini. Il 13 marzo 2013 il gip di Caltanisetta condannò i collaboratori Spatuzza e Tranchina a quindici e dieci anni di reclusione, venne condannato anche Salvatore Candura (ex collaboratore) a dodici anni.

Borsellino quater. Imputati  Vittorio Tutino, Salvatore Madonia, Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci.

In un’udienza del processo Borsellino quater, 28 gennaio 2014, “l’ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti dice: “Dalla fine del 1991 c’erano delle informative, raccolte dalle forze di polizia e dai servizi segreti, secondo le quali ci sarebbe stata una campagna stragista, avendo ad oggetto uomini delle istituzioni. Venivano indicati attentati anche nei confronti di uomini politici, in particolare democristiani e socialisti”

Il 22 aprile 2014 l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato dice “A me nessuno ha parlato di trattativa. Non perché non si possa trattare ma con un’organizzazione criminale infiltrata anche nel sistema politico e amministrativo è da escludere. In ogni caso, se l’avessi saputo, l’avrei interrotta.”

Il 14 luglio 2014 Fausto Cardella, procuratore de L’Aquila, dice: “Sapevamo che Borsellino aveva una borsa ma non sapevamo dove era finita. La trovarono, abbandonata su una poltrona, a Palermo, nell’ufficio del capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera. Posso escludere che al suo interno ci fosse l’agenda rossa”.

Ricordando il giudice Giovanni Falcone quando parlò di “menti raffinatissime”, ritornano con vigore e mai sopite le domande di sempre. Che fine ha fatto l’agenda rossa del Giudice Borsellino? Che ruolo ha avuto il SISDE? Il ruolo dei collaboratori di giustizia? Le accuse e le ritrattazioni di Scarantino?

Di tutto questo ed altro ancora si parlerà venerdì 8 febbraio 2019 nell’antisala consiliare di Palazzo di Città. L’incontro organizzato da Vietraverse con la collaborazione dell’Associazione culturale “Le parole e le cose” e moderato dal giornalista Marco Militello avrà come relatori l’on. Giuseppe Fava (presidente commissione antimafia ARS) e l’on. Nicola D’Agostino (membro della commissione antimafia ARS).

(mAd)