Piccola storia di Jaci – “Il bombardamento per Santa Venera” di Vito...

Piccola storia di Jaci – “Il bombardamento per Santa Venera” di Vito Finocchiaro.

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Oggi ricorre il 76° anniversario dell’incursione aerea britannica sulla città di Acireale. Il giornalista dott. Vito Finocchiaro, scriveva su questo avvenimento che causò alla città distruzione e lutti. Con questo articolo il dott. Finocchiaro  cercava delle spiegazioni sulle motivazioni di tale atto di guerra, richiesta che a tutt’oggi rimane senza risposta, spiegazioni su come mai malgrado l’incursione sia durata parecchie ore i danni e le vittime, fortunatamente e inspiegabilmente, furono limitate.

Nella vita d’ogni paese ci sono avvenimenti destinati a non essere mai dimenticati dalle generazioni che li hanno vissuti ed a trovare posto nella storia della località. Uno di questi avvenimenti è senza dubbio il bombardamento aereo subito da Acireale ad opera della britannica R.A.F. (Royal Air Force) la notte del 14 novembre 1941, giorno della patrona Santa Venera. La R.A.F.  fino ad allora aveva scritto pagine di fulgido eroismo nel cielo della Manica (con soli 700 caccia era riuscita a contrastare vittoriosamente 3500 bombardieri e caccia dell’ aggueritissima Luftwaffe di Herman Goering, maresciallo del Reich) ed altre ancora ne avrebbe poi scritto in tutto l’enorme scacchiere del conflitto, ma in quella occasione l’aviazione imperiale compì un’enorme nefandezza  accanendosi, dopo una snervante ricognizione durata circa due ore, per ben sette ore su una città inerme. Acireale era, infatti, centro ospedaliero e l’esiguo corpo aereo tedesco, di stanza nella parte Sud del paese, non aveva notoriamente compiti operativi; dal che gli inglesi poterono ben accertare, durante la ricognizione di cui s’è detto, perchè da Acireale non partì un solo colpo d’arma da fuoco, essendo i pezzi della contraerea italiana del piano Pizzone in gran parte non ancora approntati e non…reperibili gli otturatori che avrebbero potuto far funzionare i pochi pezzi montati, come all’indomani confessarono piangenti e confusi i militari per la cronaca quasi tutti veneti e poi felicemente accasatisi in un certo numero nella nostra città. Sui motivi di tanto ingiustificato accanimento terroristico sono state formulate varie ipotesi, poi confrontate con poco successo con le versioni ufficiali e semiufficiali a guerra conclusa. Si disse che l’operazione era stata frutto d’un errore materiale, ma non riteniamo fondata la tesi perchè, se gli aerei nemici erano venuti in Sicilia per bombardare un obbiettivo militare, avevano dovuto ben presto accorgersi che Acireale non era e non poteva essere quello che cercavano,  per i motivi che abbiamo esposto sopra. Si disse che i piloti erano ubriachi: altra tesi fantasiosa perchè è impossibile che tutti lo fossero, malgrado i film ci abbiano raccontato che gli aviatori “alleati” facevano solenni bevute di whisky prima delle azioni di guerra.

Più probabile l’ipotesi della rappresaglia, che però ha due motivazioni. La prima vuole che così la R.A.F. abbia risposto al bombardamento dell’altrettanto indifesa Gozo, nell’isola di Malta, da parte di aerei tedeschi partiti dall’ aeroporto militare di Gerbini. L’altra, più elaborata ma altrettanto credibile, la riportiamo pari pari da Casimiro Nicolosi, autore con Piero Isgrò di “Labari e campanili”. Scrive Nicolosi: ” C’è chi pensa ad una rappresaglia che gli inglesi avrebbero voluto compiere, colpendo una città rea soltanto del proprio nome (Aci – Reale), per vendicare il siluramento della loro portaerei Ark – Royal, affondata proprio il giorno precedente, il 13 novembre, dal sommergibile tedesco U-81 al largo di Gibilterra”.

Come  che sia, il certo è che tutto cominciò poco dopo le 7 di sera, quando s’erano appena conclusi in Cattedrale i secondi vespri, dedicati alla traslazione delle reliquie del simulacro di Santa Venera, e per le strade e le piazze si erano quasi completamente svuotate per via dell’affrettato rientro a casa dei fedeli, del freddo umido tipico del novembre acese e dell’ oscuramento totale, mentre i nottambuli si trattenevano ben dentro i circoli, i caffè e le osterie. Essendo le strade deserte e non avendo ancora cominciato ad ululare lugubramente la stonata sirena d’allarme del Collegio Pennisi, i primi ad avere la sensazione del brutto frangente che si andava ad apparecchiare furono forse, a metà di via San Martino, nei pressi dell’antica dolceria di “Malumaritu”, i seminaristi, che in fila per due rientravano dalla funzione, i quali – come ci racconta in testimonianza l’amico mons. Sebastiano Giampapa, attuale parroco della Cattedrale – videro improvvisamente aprirsi sulle loro teste un largo ombrello di vivide luci gialle: i razzi lanciati dagli aerei per illuminare a giorno la città.

Per un paio di ore su Acireale, rannicchiata atterrita nei rifugi (che poi altro non erano che le cantine di alcune case signorili ed i sotterranei misteriosi dei conventi), piovvero queste luci d’incubo, facendo della notte un mezzogiorno spettrale. Poi dopo le 9, cominciò ossessivo, crudele e pazzesco un cadere intermittente delle bombe dirompenti e degli spezzoni incendiari, un cadere fragoroso che durò sette ore sventrando, spianando, incendiando ed ammazzando.

Un bombardamento simile, condotto a snervanti ondate successive, avrebbe potuto certamente radere al suolo metà di Acireale, il cui perimetro era allora poco più d’un terzo di quello d’oggi. Ma – stranezza nella stranezza d’una operazione bellica, che, malgrado tutte le ipotesi avanzate, resta pur sempre incomprensibile – gli aerei si accanirono quasi esclusivamente sugli stessi posti, in particolare su vico Carcagnolo (in quel tempo un addensarsi di casupole e cortiletti da “casbah” algerina), via Marchese di San Giuliano (qui fu completamente distrutta una cospicua costruzione all’angolo con via Mertoli, nell’area ove oggi c’e la casa Vecchio, e l’edificio attiguo all’attuale scuola media “Michele La Spina”), via Atanasia ( e Sebastiano Zagame di recente ci ha raccontato su questo giornale come padre don Vito Russo si fece ricostruire la casa durissimamente colpita) e via Currò. Per il resto, bombe dimostrative in gran quantità qua e là, parecchie anche nelle campagne che serravano da presso la città con opulenti giardini di limoni. I poveri morti furono 21 ( di cui 10 inferiori ai vent’anni) e 29 i feriti. Un bilancio dolorosissimo eppure numericamente minimo se pensiamo alla durata ed alla intensità del bombardamento, così come contenuti risultarono i danni alle  cose (il che è inspiagabile se consideriamo che quasi tutte le case bombardate furono colpite ripetutamente), sicché, come riporta ancora Casimiro Nicolosi, i fedeli pensarono ad un miracolo di Santa Venera nel suo giorno onomastico.

In quelle drammatiche ore di paura , di dolore, di disperazione ed anche di codardia, sulla quale ultima è bene stendere il pietoso velo del silenzio, una bellissima pagina di coraggiosa abnegazione scrissero i ragazzi della P.A.A. (protezione anti aerea), comandati dal cadetto Oscar Gravagna, i quali si prodigarono nell’opera di assistenza ai sinistrati e nel pronto intervento sui posti colpiti, finendo per essere la cosa chi funzionò meglio in quella notte di tregenda.

Poi l’indomani, cominciò, per chi poteva permetterselo ed anche per chi non avrebbe potuto (ma la pelle è pelle!), lo sfollamento degli acesi in campagna, che sarebbe durato quasi due anni, mentre la faccia del mondo cambiava per sempre.

 

Foto dei danni dell’incursione – Archivi Alinari

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