Piccola storia di Jaci – Poeta improvvisatore analfabeta di fine 800: Salvatore Caudullo

186

La saggezza del popolino e di alcuni suoi personaggi che si esprimevano in rime dialettali per esternare un malessere o come segno di protesta. Il ricordo del Sig. Caudullo personaggio acese di fine ottocento attraverso i ricordi del Cav. Raffaele Di Maria.

Era un vecchio servitore dei signori Finocchiaro, suoceri di don Marco Grassi Voces (fratello dell’onorevole Giuseppe) che abitavano in via Pennisi. Lo conobbi di persona poco prima delle elezioni del 1913, un giorno che, venuto nel nostro negozio per conto dei suoi padroni, aspettava il rientro di mio padre, uscito per affari. Era un vecchio sulla settantina, piuttosto più che meno (allora i vecchi sembravano più vecchi che non i loro coetanei di oggi), con una fluente barba bianca, occhi miti e dolci, e un cappellaccio nero unto a larghe tese, portato alla ribelle. Aveva una strana rassomiglianza, almeno agli occhi miei, con l’anarchico Amilcare Cipriani quale lo avevo visto in un  numero del “Asino” esposto nella vetrina di Don Paolo Messina. Stuzzicato e sollecitato dai commessi di mio padre si mise a declamare con indovinate inflessioni di voci e di pause, certi suoi versi umoristici. Invitato a ripeterli perchè spiritosi, ricordo che rispose: ” ca cu ccì pensa cchiù”. Invece se ne ricordava benissimo: quella di fingere di non ricordare i versi appena composti e declamati era una sua innocente civetteria. Poi si mise a concionare contro il barone di Santa Margherita e a questo punto mio padre, appena rientrato, lo sorprese, interrompendolo e rimproverandolo aspramente. Ricordo che rispose umilmente: ” mi scusi, ma io non sapìa ca vossia è ccu baruni!” ( il negozio di scarpe di Di Maria era notoriamente una base del partito Scioano). Peccato che i versi di Caudullo, ripetuti solo oralmente dalle gente minuta che li trovava piacevoli, non siano stati trascritti come una curiosità o una testimonianza di un epoca.

Dei versi del Caudullo io ricordo solo, e poco esattamente, qualche piccolo brano come questo che accenna ad una immaginaria gita a Leonforte e finita a legnate per aver voluto fare  il nobile cuore verso gente in difficoltà, senza avere nè esperienza nè capacità per rendersi utile:

“Na ota mi truvai a Leonforti intra na casata chiancevunu a vuci forti mi avvicinai ppì cunfurtari un infilici l’occhiu ca aveva bbonu cci lu intuppai l’autru ca era malatu ccì lu innurbai. Ddocu li cumprimenti foru assai ca li lignati chiuvevunu a dui a dui e vi salutu ca non ci vegnu cchiu”.

Non mancano gli accenni e lamentele di carattere sociale, come questo frammento sul dazio:

Lu daziu! ca cchì bbi pari casa di minchiuni ca bbi fannu scabbillari macari ‘a merda ppi tirruni.

Oppure questo altro con pose non definite di repubblicano ribelle:

La musa mi carcau lu cappeddu e mi dissi: Caudullu, amicu di repubblicani tu ca ai iuto contru principi e suvrani…

In quell’epoca il colmo del disordine e della ribellione era raffigurato nella repubblica. Quando per qualsiasi motivo, c’era baraonda i nostri vecchi dicevano: “ca cchì vinni ‘a repubblica?”

 

foto dell’anarchici Amilcare Cipriani che secondo Di Maria assomigliava a Caudullo.