Piccola storia di Jaci – Trojlo Sanglimbene e il suo testamento,1658

Piccola storia di Jaci – Trojlo Sanglimbene e il suo testamento,1658

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Finita la festa della Santa Patrona , si spengono i riflettori su una delle feste religiose più importanti di Acireale. Restano aperti gli interrogativi e le ipotesi sui ruoli dei vari attori, che organizzano la festa, detengono : la Deputazione,  Amministrazione comunale , Curia e Circolo dei devoti. Documento che potrebbe rivelare molto sull’organizzazione della festa potrebbe essere il Testamento di Sanglimbene, benefattore e principale finanziatore della Deputazione nel XVII secolo. E’ auspicabile che i più importanti studiosi della città entrino in sinergia per sciogliere i nodi della vicenda “Festa Santa Venera” e definire una volta per tutte i vari ruoli.

Pubblichiamo una breve scheda su Don Trojlo Sanglimbene curata dallo studioso Aurelio grasso che ringraziamo per la condivisione delle sue ricerche.

TROJLO SAGLIMBENI
un nome sconosciuto a tanti ma la cui figura è legata indissolubilmente a quella della principale patrona della città, s. Venera.
Nato intorno al 1579, come si evince dal suo certificato di sepoltura, era un nobiluomo di origine romane.
Trasferitosi in Catania per i suoi affari sposa in prime nozze una Platania abitando nella sua casa appalazzata sita in contrada delle Verginelle o nell’altro tenimento di case nella contrada della fiera in Catania.
Scevre le notizie su questo periodo o se dall’unione con la Platania siano nati dei figli.
La sua persona entra nelle vicende storiche della nostra città nel 1651 quando, essendo rimasto vedovo, sposa in seconde nozze la nobildonna acese Caterina D’Urso.
Da questo momento pur mantenendo il suo ingente patrimonio nella vicina Catania inizia a dimorare in Aquilia accanto alla moglie pia e fervente devota di S. Venera.
Alla morte della consorte, avvenuta nel 1656, per volontà testamentarie della stessa, sarà sepolta davanti al primo altare della santa presente nella chiesa dell’Annunziata, fatto erigere a spese della municipalità.
Da questo momento il Saglimbeni lega con una figura in particolare, il sac. Dott. Tommaso Lo Bruno, che ne diverrà il suo confessore.
Appena due anni più tardi, il 22 agosto del 1658, il Saglimbeni giungendo alla fine della sua vita terrena detta il suo testamento con le sue disposizioni e volontà.
Nomina un fide commissario, e adempiendo ai suoi obblighi verso terzi, enti, corporazioni religiose, chiese ed altro lascia l’intero patrimonio alche’ si realizzi una cappella per maggior gloria di s. Venera e si investa il suo denaro perché accresca negli anni e non diminuisca. Dettando quelle che per secoli saranno le linee guida di come operare con il suo lascito (oggi diremmo una fondazione con tanto di statuto, disposizioni sulla nomina dei deputati, fide commesso ed altri).
Tra le sue disposizioni scrive … I detti deputati con l’intervento dell’infrascritto fide commissario li debbano spendere ( i suoi soldi) ed erogare nella fabbrica di una cappella di marmo o di stucco dorata (dov)e’ al presente l’altare è quadro di detta gloriosa santa Vennera, ovvero fare detta cappella d’altra miglior forma e maniera che ai deputati e al fide commissario sembrerà più opportuno.
I detti proventi non si possono spendere per altro effetto e causa benché urgentissimo se non che per la fabbrica di detta cappella come vuole e comanda il testatore che alla vendita di detti beni così mobili come stabili, si devono spendere per la costruzione di detta cappella. Non si può interessare il Vescovo né il Vicario ma solamente i detti deputati e il fide commessario possano e debbano liberamente fare tutto quello che sarà necessario perché sia soddisfatto ciò che detto testatore, comanda e impone di fare….
Un personaggio dimenticato ed un testamento sconosciuto che andrebbero rivisti per amor del vero.
Aurelio Grasso.

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Breve stralcio del testamento di Sanglimbene