RAFFAELE BELLA: 70 ANNI E NON SENTIRLI

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(di Giorgio Cavallaro)

Uomo di calcio a 360° ed una vita spesa dietro ad un pallone. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Raffaele Bella, attuale allenatore degli allievi regionali della Junior Calcio. Una carriera alle spalle brillante, da calciatore prima e da allenatore poi, che  lo rendono un personaggio calcistico noto ai più in tutto il panorama acese.

Raffaele Bella, è un piacere poter scambiare quattro chiacchiere con lei. Con sè porta un grande bagaglio pieno di esperienza e la sua carriera parla da sola. Da anni ormai riveste i panni di allenatore ma ha avuto una carriera da calciatore da far invidia. Ci parla un po del suo curriculum nel calcio giocato?

Parlando di calcio professionistico ho esordito nel 1964, a 17 anni, con l’Acireale in quarta serie collezionando 10 presenze. Soltanto un anno dopo passai al Catania, dove allora arrivammo terzi nel campionato di serie B. Riuscì anche a segnare all’esordio in casa contro il Livorno e vincemmo quella gara 2-1. Il destino vuole che il mio primo gol tra i professionisti lo segnai proprio al Livorno, squadra in cui oggi mio figlio veste il ruolo di preparatore atletico. Furono due anni intensi quelli trascorsi a Catania, al termine dei quali passai poi al Paternò. Quì mi trovai benissimo, segnai anche 10 gol da mezza punta e arrivammo secondi mentre l’Acireale vinse il campionato. Dopo Paternò andai un anno ad Agrigento e anche quì furono 10 le reti a fine anno. Un’altra esperienza importante fu poi il triennio al Siracusa, all’epoca uno squadrone per le categorie in cui si trovava. Terminai la mia carriera a soli 29 anni, ma ebbi l’occasione di tornare ad Acireale nel 73′ finendo di fatto quì col calcio giocato.

Ecco, Acireale. Lei ha vissuto l’epoca del ‘Comunale’, teatro di mille battaglie per quanto riguarda i colori granata. Quanto ha influito questo stadio negli anni d’oro?

Il ‘Comunale’ rappresenta la storia dell’Acireale Calcio, perchè è quì che è nata e quì che ha combattuto le sue battaglie. Direi che questo stadio ha influito per almeno il 50%, soprattutto grazie al calore dei tifosi acesi, un calore imparagonabile con nessuna delle piazze in cui ho giocato. Ho un ricordo dello stadio sempre pieno, tanto da far rimanere impressionato anche un certo Pierluigi Collina che una volta arbitrò quì.

-Nel 77′ quindi, ma l’addio al calcio giocato, quando è iniziata invece la carriera da allenatore?

Dieci anni più tardi, era il 1987 quando l’Acireale mi affidò un incarico nel settore giovanile. Iniziai coi più piccoli, poi giovanissimi, allievi, fino ad arrivare alla Berretti. Riuscivamo a portare con noi molti tra i giovani più interessanti del panorama calcistico siciliano con cui siamo riusciti a toglierci molte soddisfazioni. Ho un ricordo bellissimo di quegli anni.

-Dopo l’Acireale quali altre esperienze sono arrivate?

Ho allenato quasi sempre nei settori giovanili, mi trovo meglio coi ragazzi. Ho allenato nelle scuole calcio di Aci S.Antonio agli inizi degli anni 2000′, poi ho passato anni belli con il Sant’Emidio e circa 4 anni nella Stella Nascente, società dei Femiano. Adesso da 7 anni mi trovo nella Junior Calcio, società organizzata alla perfezione in cui posso fare calcio come piace a me.

-In tutta la sua carriera da allenatore qual è la soddisfazione più grande che si è tolto?

Ci sono sicuramente tante vittorie che conservo con piacere. Se devo dirne una, era il 93′ ed ero nell’Acireale e l’allora responsabile del settore giovanile mi chiese se si poteva mettere in piedi una buona squadra giovanissimi. Risposi alla proposta dicendo che non avremmo messo in piedi una semplice buona squadra ma che avremmo vinto il titolo regionale. Dopo una cavalcata in cui vincemmo quasi tutte le partite fu il momento della fase finale. Arrivati in finale battemmo il Palermo e ci aggiudicammo il titolo che ad inizio anno avevo predetto. Fu una grande soddisfazione.

-Ha vissuto 50 anni di calcio e forse anche di più. Da 30 è a contatto quotidianamente coi giovani, cosa è cambiato rispetto ad una volta?

Nei ragazzi è cambiato il modo di approcciarsi. Oggi è frequente vedere un ragazzo arrivare anche un quarto d’ora in ritardo, un tempo non sarebbe mai successo, perchè c’era molta più serietà di ora. Sono cambiati i tempi e adesso sono veramente tanti i diversivi che possono distrarre. Ai miei tempi si viveva di calcio ed in testa noi giovani avevamo solo il pallone, non vedevamo l’ora di venire quì per allenarci e stare a contatto col pallone. Adesso tra telefonini e altro spesso i ragazzi non sono totalmente concentrati sul calcio.

-Un’ultima domanda. Come si arriva a 70 anni con ancora l’entusiasmo di un ragazzino?

Per allenare bisogna trovare motivazioni continue e stare bene. Io mi sento ancora molto bene, ma credo soprattutto che per un allenatore faccia la differenza ciò che senti dentro. Dentro di me sento ancora tanto entusiasmo e mi vedo bene su un campo da calcio, lo dimostra il carisma che metto in mostra per spronare i miei ragazzi a dare il massimo ogni domenica. Quando non sentirò più tutto questo allora sarà il momento di smettere.