Storia d’Italia – La marcia dei quarantamila, Torino 14 ottobre 1980

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Il 5 settembre 1980 si registrò un nuovo capitolo della crisi tra azienda e sindacato quando la FIAT preannunciò la messa in cassa integrazione di 24 000 dipendenti — 22 000 dei quali operai — per 18 mesi.

Dopo quasi una settimana di difficili trattativel’azienda annunciò l’11 successivo 14 469 licenziamenti.Il consiglio di fabbrica, in risposta alla decisione aziendale, proclamò lo sciopero con decorrenza immediata, cui fece seguito il blocco dei cancelli di Mirafiorie il picchettaggio degli accessi.

L’apice della protesta fu la mattina del 26 settembre quandoEnrico Berlinguer, a Torino per un comizio che avrebbe dovuto tenere quella sera in Piazza san Carlo, espresse agli scioperanti il pieno appoggio del P.C.I. e l’impegno a costringere il governo, in sede istituzionale, a dichiarare quale fosse la sua posizione sulla vicenda, lasciando anche presupporre sostegno politico nel caso in cui il consiglio di fabbrica avesse deciso l’occupazione dei luoghi di produzione. Il giorno seguente, a seguito della caduta del governo Cossiga II e la mancanza di un interlocutore istituzionale, la FIAT sospese le procedure di licenziamento e si accordò con i sindacati confederali per la messa in cassa integrazione di 24 000 dipendenti e l’uscita dal lavoro di quelli più anziani tramite prepensionamenti.

Il 30 settembre la FIAT consegnò gli avvisi di messa in Cassa integrazione ordinaria a zero ore fino al 31 dicembre successivo a 22 884 operai sparsi per tutte le fabbriche del Paese; i sindacati di categoria contestarono il fatto che i procedimenti di allontanamento e cassa integrazione fossero stati mirati in gran parte ai delegati dei consigli di fabbrica e minacciarono lo sciopero generale, mentre alcuni rappresentanti istituzionali degli enti locali chiesero alla FIAT di recedere dalla sua decisione. Durante il picchettaggio a Mirafiori un caporeparto, Vincenzo Bonsignore, di 48 anni, nel tentativo di forzare il blocco fu colpito da infarto e morì sul posto.

Il 14 ottobre, 35º giorno consecutivo di mobilitazione, un gruppo di quadri e impiegati  della FIAT informalmente guidato dal caporeparto Luigi Arisio si riunì al Teatro Nuovo in assemblea e, successivamente, decise di sfilare per le vie cittadine innalzando cartelli riportanti  slogan quali, tra l’altro, «il lavoro si difende lavorando» e «vogliamo la trattativa, non la morte della Fiat». Al gruppo si aggregarono molte altre persone durante il cammino. Non fu mai chiarita con precisione la portata numerica della manifestazione, definita senza mezzi termini «antisindacale» dall’ Unità: secondo lo stesso Arisio i manifestanti sarebbero stati al massimo trentamila (per questura e sinistra non più di 12 000) ma, avendo l’allora segretario della GCIL Luciano Lama parlato di «quarantamila» contromanifestanti, la FIAT e gli organizzatori della marcia trovarono conveniente non contestare la veridicità di un numero che veniva dalla controparte e che successivamente passò nel linguaggio giornalistico dando origine alla definizione di «marcia dei quarantamila».

In retrospettiva la marcia è vista come l’inizio della frattura dell’unità tra i salariati del ceto medio (i cosiddetti colletti bianchi) e quelli della  catena di montaggio (o tute blu)

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