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ivan castrogiovanni

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Le orribili notizie che provengono dalla cosidetta “comunità di Lavina”  fondata dal prete esorcista don Cavalli dovrebbero – ora che la misura è colma – scuotere la chiesa acese,  dal suo vertice in giù che, come ho scritto in un recente articolo – specie in questi ultimi anni sta privilegiando una sua presenza  nella società caratterizzata da notevole spregiudicatezza e aggressività in politica non disgiunta da forti interessi economici, accompagnata da un generale stato, al suo interno, di emersione di forze,  gruppi, individui, che nulla hanno a che spartire con la “povertà” che Francesco I dice di  volere  come statuto permanente dei cattolici.

Oggi, la stampa, attingendo alle ancora rade prese di posizione, fa le pulci tra associazione ‘cattolica’ e ‘civile’, tendendo a definire con quest’ultimo termine notarile  un’associazione di  ben cinquemila membri  servita come riserva blindata di voti per diversi  personaggi  i cui nomi  tutti conoscono, personaggi che del cattolicesimo hanno fatto il leit motiv del  loro cosiddetto “impegno in politica, al servizio della gente”.

Sono stato cattolico fino al’età di tredici anni.  Cattolico militante. Quando entrai in crisi – e non ero solo- a metà degli anni Sessanta, nessuno (assistenti, parroco, vicario, vescovo) si fece cura di ciò che stava succedendo a un’intera  generazione di giovani, alle domande pressanti che gli rivolgevamo. Preferirono dare aiuti e sostegno morale ai  “giovani turchi” democristiani, che erano rimasti al loro posto  sublimando la crisi in solidi  avamposti  elettorali. Dico questo perchè il tempo che è trascorso non è poi così lungo, anche se lo è apparentemente: la ‘ comunità’ di Lavina va avanti con  le note vicende già da un venticinquennio, ed è lecito pensare che essa è depositaria dell’eredità della DC di Aleppo e di Nicolosi.

Rifletta, la chiesa acese:  passi  in rassegna tutto ciò che di ambiguo, di immorale a partire dalla ‘politica’ ha al suo interno. Prenda le distanze da chi ritiene che il potere, dalle nostre parti, gli sia stato conferito stabilmente  nel  corso di un  fastoso Te Deum. Abbia la forza di mettere in discussione qualsiasi gerarchia tenti di  trascinarla verso  facili  e  rilassati modelli di vita. E non si scordi degli atei, che non hanno colpa dei suoi errori.

 (Ivan Castrogiovanni)

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Questo è stato scritto nell’ottobre 2011. In esso mettevo in guardia sulla smodata esaltazione delle lampade ‘a basso consumo’. Visto che sta succedendo qualcosa di simile per i ‘led’, anzi , peggio, dal momento che saranno spese somme ingentissime per la pubblica illuminazione, conto di  trattarlo prossimamente.

Valore della lampadina

La lampadina a incandescenza sta per essere cancellata dalla nostra  vita : già dal 2009 se ne vieta progressivamente la prima immissione  nel mercato per direttiva europea, pur riconoscendo che ancor oggi è la sorgente luminosa maggiormente utilizzata in ambiente domestico per la  sua luce calda e piacevole.

Il motivo della messa al bando?  Le lampade sostitutive che si cerca di imporre con tutti i mezzi pubblicitari (e non solo), consumerebbero un quinto delle lampadine. Che folle società è la nostra!  Facciamo l’esempio dei sacchetti di plastica per la spesa: da un lato si mettono al bando; dall’altro, qualsiasi cosa tu compri (salumi, attrezzi, pezzi di ricambio, giocattoli et milia) viene racchiusa in involucri di plastica rigida che pesa decine di volte il sacchetto. Una beffa all’ambiente, con buona pace degli ambientalisti dop.

Chiunque faccia un’analisi serena  utilizzando le informazioni  presenti in internet si accorgerà che a fronte di un risparmio nominale usando le lampade fluorescenti “a basso consumo” si va incontro a riduzione della qualità della luce, tossicità dei gas, alto prezzo, smaltimento come rifiuto speciale.

Mettiamola un po’ sul ridanciano. Bruno Zevi nel ’59 scrive un articolo per l’inaugurazione del Guggenheim  Museum  di Frank Lloyd Wright dando corpo ai pregressi contrasti tra l’architetto(morto prima del fatidico giorno) e il direttore nominato, J. Sweeney in tema d’illuminazione degli interni del famoso museo a forma di tazza. Wright, dice Zevi, “aveva previsto un’illuminazione integrativa di quella naturale a lampade incandescenti. Sweeney l’ha cambiata immettendo  tubi fluorescenti che determinano una luce uniforme, cioè disfano il rapporto wrightiano tra opere esposte e spazio espositivo”.  È indicativo che quando si tratta d’illuminare, l’innovatore  Wright preferisce le lampadine! 1959…

Accenno solo a un dato, che è estremamente importante : se si esamina la distribuzione spettrale della luce naturale diurna, che come è noto,  per la vista umana si colloca tra i 400 e i 750 nm, ci si accorge che le lampadine includono armoniosamente lo spettro considerato, con tutta la gamma delle colorazioni intermedie fino al rosso: viceversa le lampade fluorescenti hanno passaggi repentini, a righe,tra i colori intermedi, che detto in altri termini significa che esse contribuiscono a ‘accecare’ progressivamente la morbida sensibilità della retina oculare.

Sotto questo aspetto (ma purtroppo qui non possiamo approfondire) anche le illuminazioni ad es. per le aule scolastiche e per le biblioteche consigliate nella direttiva UNI EN 12464-1, risultano favorevoli per l’installazione delle lampade “a basso consumo” ma non per la retina dei lettori. Sono disposto a qualsiasi contraddittorio.

 (arch. Ivan Castrogiovanni)

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Il giornalista Nello Pietropaolo a proposito del ciottolato in forma di grande semicerchio che accoglie  da un secolo e mezzo i visitatori della Villa Belvedere, lo chiama ‘il ventaglio’ e   dice che si tratta di ‘ciacatu‘, cioè di pavimento ottenuto con ciottoli. Nello non scrive (ma sa benissimo) che è solo dal 1986 che viene così inteso, quando lo misi in copertina nel catalogo di una fortunata mostra di architettura co-patrocinata dal Comune e dalla  BPSV come fosse, appunto, un ventaglio in mano a una bella ragazza; né sa che le informazioni sul ciottolato che ha tratto da Wikipedia sono mie. Vabbé.

Quello che è invece importante  e  tento inutilmente di  proporre alle Amministrazioni che si sono succedute, è la conoscenza scientifica  e storica del ‘ventaglio’ e il suo  conseguente restauro metodologico. Ma figuriamoci se Roberto Barbagallo mi darà mai questa gioia!

Il grande semicerchio-trentuno metri di diametro- quasi un ‘tappeto’  per chi entra nella Villa Belvedere, realizzato nel 1878, è  uno degli ultimi manufatti della  millenaria tradizione musiva. L’autore, l’architetto acese Paolo Pantellaro (1824-1916) che nelle costruzioni predilige il revival gotico, è anche influenzato, per la decorazione, da quella nuova ‘grammatica dell’ornamento’ (è il titolo dell’opera di metà Ottocento del pittore Owen Jones) che trae spunto dal vastissimo campionario orientale oltre che dalla tradizione medievale europea. L’assimilazione di quella nuova ‘grammatica’  avviene in pochi decenni anche per merito delle Esposizioni universali: verranno macinate tutte le esperienze artistiche dell’umanità per riassemblarle in un nuovo, frettoloso e precario ordine. Ciò balza evidente nel disegno del Pantellaro: notate lo stridore percettivo tra il perimetro di esagoni allineati quasi a mo’ di catena logica per contenere l’ambiguo, sfrenato intersecarsi e infinito moltiplicarsi delle ellissi ogivali disposte a ventaglio  attorno a una conchiglia. Si tratta , appunto, di una lezione magistrale circa l’innestarsi  prepotente della nuova grammatica ornamentale sulla base di un’antichissima tradizione.

La riforma delle arti, che da noi arriva assieme a  tante altre novità da choc traumatico ( l’unificazione italiana soprattutto) provoca un vero delirio riformatore. Il primo vescovo di Acireale, mons.Genuardi, propone al Pantellaro di progettargli una cattedrale “nuova e grande a stile gotico” o almeno di ” riformare a stile gotico” il nostro Duomo! Le cose, fortunatamente, anche per merito di Ernesto Basile non sono andate, se non in parte, in quella direzione. Ma Pantellaro può punteggiare Acireale di altre realizzazioni nel suo prediletto stile, come nel caso della facciata della chiesetta dei Raccomandati, un pò più giù del Presepio di S.M.della Neve.

Nella catastrofe che ha investito in questi anni  la Villa Belvedere, per mera fortuna, il ‘ventaglio’ non è stato toccato, nonostante le trovate a dir poco esilaranti di qualche assessore, tipo Nuccio Calabretta, di una passata giunta, che aveva promesso che sarebbe stato coperto da “uno speciale film” per salvaguardarlo…..

In un anno che in questo momento non so precisare, comunque tra gli anni ’80 e ’90, ottenni un permesso per fare delle prospezioni in una zona del ciottolato che era saltato via  (per assoluta ignoranza dell’Ufficio LL.PP circa i sistemi di allettamento dei ciottoli): praticata, a opera di un artigiano, una buca profonda circa 70 cm., scoprii che sotto era pieno di radici degli alberi distanti una quindicina di metri. Ciò significa che il restauro scientifico, anzichè  gli insulsi allettamenti di ciottoli alla bell’e meglio con cemento, presuppone tecniche di sostruzione  simili a quelle tipiche dei mosaici pavimentali e per quanto concerne il disegno (che è stato in varie parti deformato da raffazzonate rappezzature) va preventivamente eseguito un meticoloso rilievo almeno in scala 1:20  riscoprendo i primitivi rapporti geometrici della composizione al fine di evitare grossolanità e possedere, finalmente, una tavola perpetua valida in ogni manutenzione.

architetto Ivan Castrogiovanni

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Riceviamo e pubblichiamo

AVEVO SPERATO IN PIERO GRASSO
Le forti emozioni, collettive, non sono più di questo tempo, di questa morta gora. Tuttavia sono sicurissimo che a tanti siciliani, tra ieri e oggi, il cuore ha trasalito almeno un paio di volte: la prima ieri, quando si seppe che Pietro Grasso, il presidente del Senato, aveva detto ‘nì’ alla proposta di governare la Sicilia; la seconda oggi, ed è stato scoramento totale, quando si è saputo che, dopo una mattinata passata… con Orlando…. a valutare i riflessi istituzionali di una simile prospettiva, Piero ha rinunciato decisamente,pur protestando il suo amore per questa Terra. La stampa maligna attribuendo il veto alla moglie con l’ ‘hic manebimus optime’ in favore della comoda residenza romana e tirando in ballo lo ‘ius soli’ di cui Grasso sarebbe convinto di essere pilastro nelle prossime battaglie parlamentari, ma anche i giornalisti non sanno dissimulare le emozioni: così ammettono che le speranze nutrite oltre che dalla gente comune anche da gran parte del personale politico siciliano erano”sincere”.
No, Pietro, no. A settantadue anni, quanti ne hai, avresti dato un esempio di altissimo patriottismo e di consapevolezza storica accettando di concludere con cinque anni di buon governo nella tua Terra la tua pur brillante carriera. Capisco che il compito è poderoso e potrebbe riservare rischi massimi, non escluso quello della vita. Ma è la Sicilia che ti ha generato e ti ha guidato dentro la Storia, e in un tempo come il nostro, dove si preferisce puntare tutte le attenzioni su Prodi e le sue infantili alchimie, la tua rivoluzione avrebbe unito i siciliani per tornare a sperare, a lavorare, a vivere.
No, Pietro, il tuo non è, o non è più, amore. E meno che mai lo è quello del Pd, che con una ‘ingenuità’ indegna di un partito che compirà tra breve cento anni, ha fatto credere, anche se per poco, che stavi per accettare e che ti portava in palma di mano. Vallo a trovare un altro di egual caratura!
Devi sapere che avevi suscitato qualcosa di indicibile anche nei più disincantati. Ma a te, ormai, non importa. Goditi Roma.

Ivan Castrogiovanni

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Pubblichiamo uno scritto fattoci pervenire dal libero navigatore Arch. Ivan Castrogiovanni

Questo articolo uscì su La Sicilia del 30 ottobre 2012, quando già si sapeva che a vincere le elezioni regionali era stato Crocetta: ma io l’avevo scritto parecchio prima, alla chiusura dei seggi. Cos’è cambiato rispetto a cinque anni fa? Niente. Anzi, no: rispetto ad allora la Chiesa, specie quella locale, è tornata prepotentemente in politica con spregiudicate mire specialmente economiche, in questo contraddicendo papa Francesco che vorrebbe una chiesa “povera”.
I.C.

CHI GOVERNERÀ LA SICILIA?
Scrivo quando ancora non si sa niente delle quote ottenute dai concorrenti alla presidenza della Regione. Ma poco importa. Il vero risultato, il più punitivo nella storia d’Italia, è quel cinquantadue e rotti per cento che non ha votato. Stavolta i siciliani non si sono affidati ai capibastone, ma nemmeno ai ciarlatani e neppure ai dilettanti. Ne ho avuto la netta sensazione dalla…monnezza, che è rimasta a montagne in giro per i paesi e le campagne. Normalmente, alla vigilia della elezioni, in tempo di vacche grasse, si puliva un po’, si asfaltava qualche strada, si dicevano più messe. Stavolta anche i preti si sono affrettati a prendere le distanze. Orlando dice che questa è la Waterloo dei partiti e che lui dimostrerebbe, con la trasversalità del voto che lo ha portato a tornare sindaco di Palermo, che la gente si concentra sulle personalità. Non è così: qui non c’è più neanche traccia di un presunto messianismo, e si è visto chiaro, ripeto, che davanti alla catastrofe che fa dire a Mario Ciancio Sanfilippo nel suo editoriale che non si può aspettare oltre i cento giorni e poi ben venga “un bel commissario”, la Sicilia è stata affidata a dilettanti allo sbaraglio, che non hanno goduto neanche dell’assistenza degli esperti economici e strategici dei partiti, inventando, letteralmente, programmi che definire ingenui e stereotipati sarebbe eufemistico. Una cosa sola raccomando a chi ce la farà: premesso che un popolo e l’altro sul collo gli alita, nel senso che egli non sarà mai il presidente di tutti i siciliani, si affretti a aprire le consultazioni col nostro popolo nei comuni, nelle scuole e università, nei residui luoghi di produzione, per sapere in quale direzione bisogna andare. Nonostante non mi faccia per niente simpatia, De Benedetti ha ragione quando dice che, escluso il regime impositivo del governo, non si capisce dove l’Italia vada. E neanche la Sicilia.
Ivan Castrogiovanni

Questo micro-racconto apparve sulla stampa locale il 14 settembre del 1983. Surrealistico ma non troppo (l’assessore regionale al beni culturali si chiamava Ordile, Pippo Baudo aveva una villa a santa Tecla, i milioni furono davvero 137), molti dei suoi protagonisti sono morti. Lo dedico all’assessore al turismo Antonino Coniglio, che voleva sapere qualcosa di più da me. Sappia solo, l’assessore, che fu eseguita tra l’81 e l’82 una impermeabilizzazione della Grotta e da quel momento sorsero i problemi di aerazione interna. Gli ho chiesto di affidarmene il restauro: per tutta risposta non si è fatto più sentire.
I.C.
IL PRESEPIO

137 milioni, decine di comparse, quattro anni di giramento, un cast eccezionale: trentadue pastori. La storia ha un epilogo truculento: i corpi dei pastori saranno dati alle fiamme, le loro teste avviate a un laboratorio di chimici nazisti per esperimenti di disidratazione, il loro misero speco trasformato in un “ Christo’s grill” per carovane di ospiti di “Domenica in…” in pellegrinaggio ai santuari baudiani. Peccato che non riusciremo a vederlo alla Mostra di Venezia! Lo sforzo organizzativi è immane, e il regista ha avanzato al Produttore richieste di nuovi assistenti e nuovi fondali.
L’idea nacque così, per caso, diciamo che fu Trovata alla fine del ’79 mentre alcuni amici (dai curiosi nomi di Arancio, Verdello, Manda-Rino) ascoltavano lo Schiaccianoci, il celebre balletto di Ciaikowskij : sarebbe stata la storia non di un solo pastorello (c’era già in circolazione “Padre padrone”, dei fratelli Taviani) ma di un intero gruppo di uomini e donne che fin lì aveva condotto vita promiscua con gli ovini e ne era ormai stufo. Allettati da un venditore di biancheria intima, avrebbero deciso di partire per la Gujana per coltivarvi intensivamente la manioca.
Gli amici decisero: Manda-Rino va a Palermo, si Ordisce un finanziamento e, finalmente, si gira. Avevano le idee chiare, ma erano digiuni di regìa. La loro scelta cadde ineluttabilmente su quel tipo con le folgorazioni Paoline, specializzato in opere di lungo respiro, che aveva come manìa quella di utilizzare immensi fondali scuri.
Così è iniziata l’attesa, l’attesa di una società che in quei pastori, in fondo, si riconosce.

Ivan Castrogiovanni

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Questo articolo, con cui mi cimento per la prima o tra le prime volte a ricordare a tutti, a tutti, quali sono i doveri di un sindaco, è privo dei pur necessari riferimenti di legge per dargli autorevolezza. Ma bisogna pur cominciare: se ne parla solo in periodo d’elezioni, per pronunciare nelle televisioni e radio locali, in internet e sulla carta stampata, una vuota serie di frasi fatte, stucchevoli, tra cui spicca (ricordo uno che fu sindaco più di vent’anni fa) l’evangelico “ ho accettato per spirito di servizio”.
Mi auguro che i mille e passa lettori che normalmente mi seguono su Fancity facciano l’identikit del sindaco che vorrebbero, nella speranza che ai luoghi comuni si sostituiscano idee, idee che affondino nella storia, individuale e collettiva, nel pensiero politico per chi ce l’ha, nel ricordo circostanziato, vivificate dalla propria competenza , dalla propria titanica solitudine. Non è necessario essere colti: importante è essere soli.
Notavo diversi anni fa, in occasione della presentazione di un candidato sindaco che, non troppo convintamente, decisi di appoggiare (ma il mio appello non venne pubblicato dai giornali locali) che la nostra città non ha mai avuto un sindaco realmente laico, uno cioè che non fosse cattolico (leggasi sostenuto dalle potenti parrocchie del centro e delle frazioni) ma neanche municipalista alla Biagio Scuderi (“la grande Aci”) o più recenti epigoni di cui non rimane arte e neanche parte. L’unico tentativo, andato a vuoto, di spostarsi verso un timido cattolicesimo martinazzoliano fu fatto con Agostino Pennisi (cui indirizzai una lettera durante la campagna elettorale con la quale lo mettevo in guardia dal manipolo che lo aveva letteralmente blindato, senza che questo significasse per lui avere minimamente conforto e sostegno nei momenti più duri, basta vedere il ruolo neutralmente inattivo e inoperante di Sebi Leonardi che non mosse un dito nel 1999). Agostino, inesperto ma per questo non indegno di sostegno, non mi ascoltò, anche se per merito suo potei celebrare con gran partecipazione di cittadini i duecento anni dalla nascita di Lionardo Vigo, che grandi insegnamenti ha lasciato sulle sventure degli acesi. Vigo considerava Aci, comunque, norma per gli altri comuni siciliani, almeno quelli di una certa dimensione.
Dicevo, un sindaco laico, almeno uno ogni cinquant’anni.Ne ha avuti più Giarre che Aci. Per non ricordare il De Felice Giuffrida di Catania, ma erano tempi di assalto ai forni del pane.
Ho sempre pensato a una bella figura, dal viso buono e intelligente, di ottima cultura socialista e schivo dalle parole di troppo, capace di fare un gran lavoro di base, legato da un rapporto di amore sereno per il popolo: è Turi Aretusa, il sindaco e il senatore che non abbiamo mai avuto. Gli mando un abbraccio forte e commosso. Insisto sulla questione del sindaco laico perché non si può votare sempre sindaci che si proclamano cattolici, salvo poi a essere sempre contestati dall’opinione pubblica. Possibile che Aci non esprima altro?
Quali doveri, dunque? Intanto, il sindaco deve meritarsi quei cinquemila ( o più) euro mensili di indennità ricordando che ci sono cittadini che vivono anche in silenzio povertà più o meno disperate,dimostrando davvero che la sua è una missione, una missione universale nel senso che egli deve sentirsi in ogni fibra al servizio dei cittadini, senza mai concedersi tregua, senza indulgere mai con sé stesso, affinando costantemente l’arte del governo col conseguimento , anche nei momenti bui, di successi nella risoluzione di problemi strutturali, ricercando l’unità coi comuni circonvicini, sollecitando costantemente la Città metropolitana a interagire con noi.
Il sindaco deve per primo condannare in modo netto e senza omissioni il comportamento scorretto dei membri del suo governo, come anche dei consiglieri comunali e, naturalmente, del personale amministrativo. Una cosa che i sindaci di Acireale non hanno mai fatto è la ricognizione del patrimonio comunale e gli sforzi per tornare in possesso di beni che appartengono al popolo, che sono sacri.
Il sindaco deve, appunto, avere, e far sapere che ha, un sacro rispetto del bene pubblico, da anteporre a chiunque, incrementando le casse comunali con l’invito ai cittadini a contribuire con tutti i sistemi legali possibile, interessandosi particolarmente dell’economia e della produzione. Il sindaco deve salvaguardare la proprietà comunale e comunque quella presente nel territorio del comune dalla derelizione e dalla distruzione. Il sindaco deve andare alla radice dei problemi e scoprire perché alcuni cittadini propongono sistemi per risolverli diversi dai suoi.
Il sindaco deve agire in totale autonomia di giudizio e avere perfetta coerenza tra i mali che ha denunciato quando non ricopriva l’incarico, e gli stessi mali che perdurano durante il suo mandato. Il sindaco deve appartenere solo a sé stesso.
Il sindaco deve cercare di estirpare le associazioni mafiose che agiscono nel Comune, contrastandole con strumenti quanto più mirati. Il sindaco deve accettare dalla Chiesa cattolica collaborazione leale, franca, subito percepibile dal popolo, senza interessi .Questa, ripeto, è solo una rassegna velocissima dei doveri del sindaco.
Ivan Castrogiovanni

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Non è stato per nulla facile riunire…al cimitero puntuali alle otto del mattino, sotto una tenue pioggerellina, Sovrintendente, Sindaco, il suo vice,  presidente e due  membri di tutto rispetto degli  Zelanti, presidente del ‘project financing’ da nove milioni per la gestione trentennale del camposanto, dirigente degli uffici lavori pubblici e urbanistica, e tanti altri interessati al summit, per avere una risposta circa chi, e con quali strumenti legali, abbia potuto costruire in un lampo un enorme colombario da tre piani che ha cancellato il  verde paesaggio a ovest del rettangolo storico e annichilito l’architettura delle splendide  cappelle gentilizie di fine Ottocento, sovrastandole. Ma anziché riuscire a ottenere almeno un ridimensionamento di un po’ di metri in altezza di quell’obbrobrio, firmato purtroppo anche da un architetto, mi sono guadagnato  l’ulteriore annuncio, dato dall’ing,Giovanni Barbagallo, dirigente tecnico del Comune, della prossima  eliminazione delle alture verdeggianti a ovest  per far posto a una strada, e ‘ l’assicurazione ‘ che l’edificio resterà com’è  perché l’operazione “costerebbe troppo”. Dal canto suo l’architetto Fulvia Caffo, Sovrintendente, anche se visibilmente scossa dallo stato dei luoghi e con la promessa di vedere le carte, non mi è sembrata per niente speranzosa. In più ho perso anche il ‘tu’ che ci davamo col sindaco che  ha platealmente detto che ha cose più importanti che parlare con me, lo stesso dicasi col vicesindaco ( che in un epico consiglio comunale del 15 luglio 2013, quando stava all’opposizione, stigmatizzò la gravità della privatizzazione del cimitero tramite il ‘project financing’). Si è anche scoperto, senza tanti giri di parole, che  si può costruire all’interno di quest’area fino a diciassette metri di altezza e  non c’è alcun vincolo monumentale e paesaggistico. Vale a dire che il cimitero finora aveva conservato il suo aspetto sol perché non sono stati conclusi contratti globali  tra amministrazione e privati. Un vero miracolo, fino a ieri. Oggi non è più così e presto sorgeranno altri colombari per migliaia di loculi. Mi sono provato anche  a chiedere perché non sia stata avviata la costruzione di un crematorio, ma il sindaco ha subito troncato questo interrogativo : non lo fanno altre città, perché dovremmo farlo noi…
Mi pare di essere rimasto davvero solo: avverto però  gli Zelanti, l’associazione degli ingegneri e architetti acesi, l’ordine degli architetti di Catania, tutti i custodes civitatis, che c’è un limite fisico oltre il quale non posso andare. E la cosa più triste è che non vedo giovani a percorrere quella strada che ho percorso per  oltre quarant’anni.

arch. Ivan Castrogiovanni

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Un anno fa, al cimitero

Come faccio ogni dodici gennaio, sono andato al cimitero alla tomba di mia madre. L’atmosfera non era delle più quiete perchè sta sorgendo, a ovest del rettangolo storico contrassegnato dalle magnifiche cappelle gentilizie e famedi  che fanno di quello acese uno dei cimiteri più belli d’Italia, un enorme edificio che sovrasta le tombe di Lionardo Vigo, dei Floristella, dei Leonardi Pulvirenti, cancellando per sempre la visione delle verdi  collinette circostanti. Come si sia  potuta concedere questa costruzione che umilia l’architettura prevalentemente neogotica del secondo Ottocento, è davvero inspiegabile. E la Sovrintendenza? Proprio qualche giorno fa mi sono visto a Giarre con Fulvia Caffo, che regge quell’ufficio, e convenivamo nei rispettivi interventi al convegno sui centri storici, che vanno avviati, pena il fulmineo decadimento, immediati interventi puntuali che servano d’esempio per la tutela e la rivitalizzazione. Di contro, al cimitero di Acireale, solo per citare questo esempio flagrante, dei centri storici, di cui anche questi luoghi fanno parte e sono esemplari per l’Ottocento e il Novecento, si sconvolge l’assetto paesaggistico e monumentale. E non è l’unico fatto che mi ha turbato. Da una tomba sul viale principale  ovest-est, si notava chiaramente che erano state asportate, svitate, diverse lastre presumibilmente in bronzo, presumibilmente rubate; infine, la bellissima cappella Leonardi Pulvirenti aveva la porta  in ferro battuto  desolatamente aperta : entrato, ho visto che sono state rimosse le  sei (mi pare)  sepolture a parete, mentre una piccola bara bianca era  stata abbandonata  entro un loculo svuotato.
A questo punto c’è da temere di tutto. Sono preoccupatissimo per lo splendido monumento Geremia,  che non esito a definire la scultura più bella dell’ottimo Michele La Spina, che miracolosamente non ha fratture e resiste  da centotrent’anni nonostante alcuni particolari estremamente delicati (il braccio sinistro della stupenda dama inginocchiata, il serto di fiori, il puttino…). Avrei precise idee circa la sua protezione. Mi auguro che si possa passare a un che di operativo.

                                                                                                                                            Ivan Castrogiovanni

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russia

IL MONDO RUSSO

Se è vero quel che dice Lionel Kochan ( ho ritrovato nella mia biblioteca la sua Storia della Russia moderna che avrò letto nel ’69), e cioè che la Russia fece con la rivoluzione in primo luogo un esperimento d’occidentalizzazione, allora l’occidente, premendo negli anni ’80, specialmente con Gorbacev e Giovanni Paolo II, per la rapida scomparsa del PCUS e dell’esperienza sovietica, ha commesso un errore madornale che oggi rischiamo di pagare al più alto prezzo immaginabile : la guerra. Da sempre ho guardato alla Russia con simpatia, forse perchè mia madre decise di chiamarmi Ivan (accanto a casa nostra stava una signora slava che aveva scelto questo nome per il suo piccolo, e mia madre le chiese il permesso, appena nato di fare altrettanto con me). E da sempre, per quanto ammirassi con gli slanci di un giovanissimo l’Unione sovietica, mi sono chiesto chi sono realmente i russi. Ne “il mondo sovietico”, un libro del ’62 scritto da Luca Pietromarchi ( regalatomi-pensate!- da un anarchico che come me frequentava il “Gulli e Pennisi di Acireale), fascistissimo collaboratore di Ciano ma poi, dal ’58, ambasciatore della nostra Repubblica a Mosca, potei leggere il giudizio sulla bontà del Russo ,” riflesso dell’infinita pazienza e tolleranza proprie della natura russa, quel senso della fratellanza umana che negli scrittori più rappresentativi, Tolstoj e Dostoevskij, assurge alla tragica commiserazione delle sorti comuni”. Lo stesso, nel capitolo sull’elemento umano, sottolinea che “questa razza gran russa fu…costretta a emigrare dalle assolate piane dell’Ucraina”. In altra parte del ponderoso volume, che è pieno di dati statistici, l’autore vaticina però che “quando l’Unione Sovietica sarà diventata la prima Potenza economica del mondo, sarà al tempo stesso la prima Potenza politica e militare”. Onestamente anticomunista, l’autore dice che solo quando l’Europa sarà unita verrà a porsi per la Russia l’alternativa: o insistere nella sua politica di egemonia continentale, o avviare con essa una proficua collaborazione”. Come si vede, nulla nell’analisi di Pietromarchi, che poi è l’analisi mutuata dagli americani,funziona. L’Unione sovietica non c’è più e con essa è sparito il comunismo, l’Europa è unita ma….la Russia, come sempre, come negli ultimi mille anni, è dilaniata all’interno, qualunque sia oggi la struttura politica dell’Ucraina. L’Occidente ha indotto coi suoi comportamenti la Russia a fare errori mostruosi, come quello di “regalare” nel ’54 la Crimea all’Ucraina per dimostrare al mondo che le barriere nazionali possono essere minimizzate. E vedete oggi la figura di Putin : l’unico di cui si sa un minimo di biografia, l’unico che è alle prese con tutto : politica estera e economia, religione e costumanze, perfino musica e ambiente.
E’ fin troppo evidente che tutto ciò, cioè l’eterno problema russo, ne fa una figura isolata che può sopravvivere in un universo arretrato, quasi primordiale.
L’unica cosa di cui nè Stati Uniti, nè Europa Unita sono capaci, è di rafforzare l’Onu, l’unica entità che in questo pericolosissimo snodo storico potrebbe rasserenare tutti.

Ivan Castrogiovanni