Vamos, hasta siempre peones!

113

Anche a quelle altezze la temperatura è mite. Loro si nutrono di carogne.
Stanno accovacciati al caldo, mentre laggiù infuria la bufera, il vento sibila tagliente e le capanne dei “peones” traballano, ogni giorno sembra il giorno del giudizio. Loro, lassù, sono animali all’apparenza inoffensivi, si è vero che si nutrono di carogne ma è anche vero che sanno aspettare che ogni gemito di vita sia volata via prima di banchettare tra i resti in putrefazione.
Loro sono quelli che normalmente non scendono in guerra perché combattono i conflitti senza conoscere i dolori e gli affanni della trincea, loro stanno da una parte ed hanno come unico pensiero respirare con i più forti e sperare di non sbagliare mai la combinazione vincente. Sono quelli che non si sporcano con la tribù dei “peones”, si trovano sempre a misurare le parole per poi stendersi proni al padrone, qualsiasi padrone.
Hanno code a prima vista appariscenti e multicolori ma se si studiano da vicino sono piume puzzolenti, emettono un lezzo orribile di carne morta, forse a causa della loro particolare nutrizione. Loro sanno commuoversi ma solo per fingere sentimenti in occasione delle cerimonie. Sempre accanto ai prelati porporati, sempre vicini ai governatori, sempre distanti dalla polvere e il sudore, loro sono quelli con i calli alle ginocchia perché la genuflessione è la loro unica salvezza e unica via per l’autostoricizzazione. Loro parlano di loro come se fossero all’apice di una gerarchia evoluta, diciamo una razza superiore per autoconclamazione conosciuta solo nei circoli riservati e nei salotti intrisi di vecchi sputi catarrosi appassiti sulla tappezzeria floreale. Loro sono quelli che ti sorridono sempre ed hanno sempre la risposta giusta ma solo se la stessa può essere di servizio e aiuto al potente di turno.
Quelli che nel silenzio della loro tana, lassù, quelle volte che guardano in basso sentono il tanfo della povertà ed anche se sono affascinati dalla vita che pullula non sono in grado ne di viverla, ne di comprenderla, ne di sostenere la bellezza della precaria vita degli ultimi e dei diseredati.
Loro sono sempre una spanna sopra di te e puoi vederli solo per le occasioni, occupano ruoli per cui hanno dovuto spaccarsi le ginocchia per anni, sprecano carta e inchiostro per vomitare rancore e senso di onnipotenza ma le loro carni si nutrono di carne morta e la loro secolare incapacità ad incidere sul pensiero li rende nervosi, cattivi, affamati come bestie.
Quaggiù nell’inferno, nel boato della folla, tra gli scalmanati, i pazzi, i derelitti e le sensibilità nascoste si agita la vita, si agita il pensiero, si nascondono artisti, intellettuali, registi, attori, poeti, fotografi e pensatori.
C’è tanta umanità qui sotto, tanta vita che pulsa e c’è tanta di quella capacità e intuizione e onestà che loro da lassù – i mangia carogne – non riusciranno mai a comprendere mentre le loro esistenze infettano l’aria con il tanfo che li avvolge come in un alone di sottomissione.
Tanto caos che loro da lassù malgrado il loro odio non saranno mai capaci di comprendere perché la loro superiorità presunta non è altro che il sigillo del meridionalismo bieco e servo. Nei secoli e per sempre.

(mAd)