1 maggio, festa dei lavoratori. Ieri come oggi al nero, sfruttati, precarizzati.

L’1 maggio è la festa dei lavoratori non del lavoro. La “festa” nasce il primo maggio 1867 negli USA (Illinois) e più che una festa fu una imponente manifestazione che sancì l’ottenimento, dopo la lotta, delle otto ore lavorative. Una conquista che oggi non esiste più.

Quante ore lavorano i tanti ragazzi e ragazze senza contratto? Quante ore lavorano nelle campagne reclutati dai “caporali”. Quante ore e anni non lavorano quelli cercano un lavoro minimamente dignitoso?

Con il pensiero unico dominante, con il ritorno anche in Europa del turbocapitalismo, con il termine flessibilità, con i  contratti a termine, con le partite iva forzate, con le buste paga taroccate, con il precariato e con l’emigrazione sempre più imponente e sempre più giovanile, le lotte del secolo scorso sembra che siano state inutili. Quelle lotte che avevano prodotto avanzamento sociale della classe lavoratrice sono oggi disperse, perdute, volate via insieme al futuro dei giovani.

Il welfare sono i genitori e le pensioni dei nonni, il lavoro intellettuale è sfruttato, i ricercatori italiani, tra i migliori al mondo, sono diventati precari a progetto ed i più tenaci sono volati via a cercare fortuna in altri Paesi e a vedere riconosciuta la loro preparazione. L’altro aspetto di questi tempi così infami per intere classi sociali è l’analfabetismo di ritorno, la povertà culturale in cui versa la scuola italiana, il degrado in cui affondano quasi tutte le città italiane a partire proprio dalla capitale, da Roma.

In questo vuoto di proposta politica crescono i populismi e la deriva totalitaria diventa sempre più concreta, possibile, reale. Aleggia una perversa necessità di trovare un colpevole che sia il più debole, quella sensazione di volersi sentire potenti ai danni degli ultimi. Quella bramosia di forza e disciplina che fa perdere di vista il significato delle cose. E’ scomparso il senso della lotta uniti e al fianco dei più deboli e non in contrapposizione agli ultimi della società.

Siamo dentro un magma ribollente che altro non è che un miscuglio tra incapacità del sistema e la pessima risposta dei populismi “antisistema”, si va perdendo il senso della comunità e l’indigenza fa diventare crudeli, l’assenza di una prospettiva per il futuro trasforma sempre più persone in macchine dell’odio. Tempi pessimi per la ricostruzione di un pensiero antitetico al sistema iperliberista e, allo stesso tempo, in grado di dare risposte concrete alle fasce deboli. Un sistema marcio che non sapendo e non volendo trovare la risposta alle pressanti domande di sicurezza e di lavoro, sta lasciando il campo ai demagoghi, alla retorica della patria, al gioco al massacro. E’ il solito terribile scontro tra penultimi e ultimi su cui tanti stanno rivolgendo la loro comunicazione e il marketing elettorale. Poi, quando anche questi falliranno, allora potremmo incominciare a capire che la strada per la crescita sta nell’innovazione, nella solidarietà, nella riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. La strada è quella di togliere spazi alla precarietà, infondere sicurezza, adeguare i salari con il resto dei Paesi industrializzati europei, rimuovere con tutti i mezzi la criminalità organizzata, la corruzione politica e la grande evasione fiscale.

Oggi i lavoratori sono quasi scomparsi in termini di categoria, il sindacato non è più in grado di interpretare i bisogni di una nuova classe di lavoratori; dai call center, ai precari ed ancora i ricercatori, i ragazzi e le ragazze che senza contratto si prestano a qualsiasi richiesta di manodopera, i lavoratori dei campi, quelli dell’edilizia e ai disoccupati in cerca di lavoro. Nessuna risposta per interi ceti sociali, per i lavoratori e per i disoccupati.

Tempi pessimi per i lavoratori, tempi di demagogia, di slogan in un tweet. Tempi di parole senza senso mentre le piazze sono vuote, non si vedono striscioni e bandiere. Tutti dentro il proprio dolore alla ricerca di una vittima sacrificale da considerare il nemico pubblico e la causa di tutti i mali.

Nella foto alcuni lavoratori dell’Ipab Oasi Cristo Re. “Gli invisibili”.

(mAd)