Acireale, ecco perchè è tutto “discarica”.

Il meccanismo che disintegra il bene comune e che sconfigge il senso di comunità è il clientelismo; anche quello misero e spicciolo. Quando l’incontro  con le istituzioni si traduce in rapporto immediato di causa ed effetto, di racconto individuale, di scambio è allora che la comunità inizia il suo percorso di disintegrazione e di collisione con il bene comune. Una regola evidente. Il rapporto di scambio (qualunque sia lo scambio) riduce la funzione dell’amministratore in un dispensa di favori e cortesie (quella che ad Acireale abbiamo chiamato “la logica della rizzetta”), lo scambio – inoltre – classifica il cittadino elettore non come legittimo fruitore di diritti con l’obbligo del rispetto dei doveri ma come chi, nella giungla delle comunità, sgomita e lotta contro i suoi concittadini per ottenere qualcosa, qualsiasi cosa che possa essere in qualche modo tornare utile a soddisfare le esigenze personali o dei familiari o degli amici.

Questi sono processi atavici nella nostra terra, meccaniche che tendono a delegittimare le istituzioni a privilegio della dimensione individuale che spesso può essere efficientissima sul piano dei risultati immediati. Una modalità che fa si che tutti i diritti scompaiono, tutte le giuste richieste vengono sacrificate sull’altare del rapporto “faccia a faccia” che si traduce nel dimenticare ed ignorare fino a disprezzare il significato del bene collettivo, degli spazi pubblici e delle risorse del territorio per anteporre le miserie personali con la questua del “favore” corredato da leccaculismo potente e volgare. Chi fa fuori da questa logica si vede recapitate il conto dalla burocrazia.

Come ogni cosa le logiche perverse lasciano sempre vittime sul teatro di guerra. Il teatro è la città, le vittime quei cittadini che amano i luoghi, l’ambiente, che rispettano le regole della collettività e che vorrebbero vivere in comunità con i concittadini sapendo di poter contare su un dato certo: gli spazi comuni sono luoghi di tutti e non praterie selvagge dove poter fare di tutto. L’individualismo che sviluppa il mercato dei favori infetta i territori, sconfigge il senso di comunità, conduce ad una guerra di tutti contro tutti e il bene comune è solo un far west dove si raggiungono risultati solo con la prepotenza o aggregandosi alla banda più  forte.

Adesso sapete perché le cose vanno male e non saranno gli sforzi di quello o quell’altro a cambiare il volto di una città che ha costruito il suo profilo gestendo con sapienza il gioco di “patruni e sutta”, il gioco dei potenti che fanno favori e di una massa di plebaglia che chiede e ottiene qualcosa.

Ecco perché le strade sono piene di carogne umane che con tenacia uccidono l’ambiente e non si interessano dei gravi danni che possono procurare alla salute dei propri concittadini. Ecco perché il cemento ha preso gli spazi dell’agrumicoltura. Ecco perché si chiudono i battenti di ogni luogo del bene collettivo. Ecco perché non riusciamo a vivere i luoghi come aree di appartenenza collettiva. Ecco perché gli intellettuali sono stati e sono affiancati al sistema dominante. Ecco perché i cento campanili suonano mille silenzi. Ecco perché affondiamo nel degrado.

(mAd)