Amministrazione Alì e la città inclusiva? Siamo in alto mare

ACIREALE – E’ passato un anno dall’insediamento dell’amministrazione Alì ed è giunto il momento di poter fare una verifica in itinere di quanto sin qui fatto nel campo delle politiche sociali dalla nostra amministrazione cittadina, tenendo presenti gli obiettivi indicati nel programma elettorale.

Dal punto di vista del sociale, questo articolo potrebbe chiudersi presto con poche parole: “siamo ancora in alto mare”, potremmo dire, ma forse conviene spiegarne il perché e provare ad incoraggiare ad un cambio di rotta. In questo caso infatti, a perdere sono coloro che vivono ai margini, sono tutti quelli che quotidianamente fanno maggiore fatica.

Nel programma, insieme alle tante mirabilie nuove e vecchie, viene delineato un obiettivo fondamentale di politica sociale: quello di fare di Acireale una città inclusiva, quasi un modello di inclusione, anche partendo dall’assegnazione di locali comunali non utilizzati alle associazioni del territorio.

Vorrei sommessamente ricordare che i pochi spazi del PalaVolcan su cui insistevano anche giochi per ragazzi diversamente abili, sono stati di fatto sottratti all’associazione che li aveva in cura. Sfrattata senza se e senza ma dalla mancata assunzione di responsabilità che porta un buon padre di famiglia a trovare un’idonea soluzione a problemi importanti.

Abbiamo però fatto in alternativa, alla villa Belvedere (a quel che resta della stessa), un parco giochi inclusivo. E’ nel programma, certo. Anche se era facile scriverlo, sapendo che l’amministrazione precedente ne aveva già stanziato i fondi e comprato parte del materiale. Chiunque eletto avrebbe potuto realizzarlo.

Ma che significa poi parco giochi inclusivo? Che ci sono dei giochi per disabili? Sono forse inclusivi i traporti delle città che prevedono autobus con spazi riservati alle carrozzine? Tutto quello che ha spazi per le diverse abilità, è di per sé inclusivo? E per chi ha altre vulnerabilità?

Inclusione è una parola concreta, richiama l’idea di una casa, di un lavoro e di una rete amicale di riferimento. Non usiamola a sproposito. Usiamola dopo aver messo mani al portafogli, pardon al bilancio, per tentare di aprire strade percorribili.

Ad oggi, non ci sono in città tracce per una progettazione sociale condivisa capace di agevolare la costruzione di legami di fiducia, che siano forieri di ulteriori positivi spazi relazionali capaci di mobilitare le competenze e le risorse necessarie per l’inclusione delle vulnerabilità.

In città semmai possiamo annoverare un bell’esempio di come si può fare esclusione. Dalla giuria del teatro scolastico e per motivi non proprio istituzionali. Un incredibile paradosso. Per chi parla di città inclusiva, una contraddizione incomprensibile che provoca un deficit di fiducia non semplice da recuperare.

No. Non c’è una visione inclusiva della città nei nostri amministratori. O almeno sinora non ci è stata comunicata. Al contrario sembrerebbe che c’è una visione ben definita su quali priorità perseguire con l’utilizzo dei pochi fondi in bilancio.

Che suona più o meno così: abbiamo pochi soldi in bilancio? Cominciamo a spenderli per noi. Utilizziamo la possibilità che un presunto aumento di popolazione o di consumo d’acqua d’estate ci consente di realizzare un piccolo aumento ai nostri emolumenti e facciamolo.

Poi utilizziamo una norma che interviene successivamente e aumentiamo anche il numero degli assessori, con il costo che aumenta di n. 2 unità. E lo mettiamo in bilancio, che approverà poi il Consiglio. Male che vada sarà una responsabilità condivisa.

Il vero problema sta nel fatto che lo avete pensato. Avete pensato alle opportunità amministrative prima ancora dei bisogni di chi vive in difficoltà. La politica che legittima in primis se stessa. Clap your hands. E pazienza se così facendo si tolgono soldi all’inclusione e riduciamo i programmi politici a spot elettorali.

Ma così oggi non possiamo dire che la nostra amministrazione sia orientata al servizio della possibilità per tutti di partecipare e contribuire alla crescita della nostra città. Così si mantengano, e anzi, si alimentano dissimmetrie piuttosto che incoraggiare e sostenere reciprocità. Così si alimentano divisioni. Così non si fa altro che rimanere nel tradizionale solco di una politica autoreferenziale, a cui manca il coraggio di scelte di ampio respiro.

Manca la capacità di sostenere la cultura della partecipazione, quella stessa che si auspica per singole iniziative (anche meritevoli) ma che non può scaturire dall’attrattiva di un singolo momento. La partecipazione non prevede la claque. Costa fatica e confronto con passioni critiche, competenze e sensibilità diverse.

La capacità di stare in ascolto della nostra realtà locale e dei suoi bisogni, è strategica per chi vuole – veramente – lavorare per una città inclusiva. E le scelte di bilancio parlano più di qualunque altro discorso. Non ci siamo.

(Nello Pomona)