Ancora tanto da fare per essere veramente una Città Inclusiva

Acireale Città Inclusiva, uno slogan da campagna elettorale di quelli belli che ti andrebbe anche di mettere nella segnaletica stradale. Uno slogan cui finisci per dare credito perché supportato dalla presenza dell’allora Garante per i diritti delle persone disabili, assessore designato, perché siamo stati tutti sentiti sul tema dal candidato sindaco ed abbiamo avuto la possibilità di dire la nostra, perché tanti consiglieri si occupavano in prima persona di varie disabilità, perché … si era creato un clima di belle speranze. Il punto, a più di due anni dell’insediamento di quell’amministrazione comunale, poi scelta nelle urne, è doveroso, ma anche, purtroppo, impegnativo e per alcuni aspetti avvilente.

Nella recente intervista di qualche giorno fa al Garante per i diritti delle persone disabili, il dott. Castro lamentava le difficoltà di relazione istituzionale con l’amministrazione cittadina ed evidenziava le lacune riscontrate sull’inclusione sociale.

Eppure avremmo avuto una città inclusiva, ricordate? In cui ognuno, “indipendentemente dalla propria capacità motoria/cognitiva”, potesseesprimere e potenziare le proprie capacità, …. le proprie abilità” finendo così col “favorire l’aggregazione, l’amicizia, la solidarietà, la collaborazione e l’inclusione”. Incredibile. Bello e gravido di possibilità.

Se si vuole verificare a che punto siamo ad oggi in questo viaggio che dovrebbe appassionarci tutti occorrerà riprendere il sempreverde programma amministrativo, unitamente alla relazione di gestione amministrativa del 10/09/2019 e al bellissimo libretto di Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia.

Perché in questa Città, bisogna pur essere un po’ matti per prendere qualche aspirante amministratore sul serio, per criticarne le eventuali inettitudini, per proporgli idee e progetti ed attirarsi così le antipatie di quasi tutti. Per giocarsi le buone relazioni, quelle che contano.

Siccome però io sono matto (continuerò a prendervi sul serio) e voi non portate le mie scarpe, mi permetterò di dirvi quel che penso, in tutta libertà, con la dovuta pacatezza. Sicuro del fatto che vorrete almeno prestarmi “non quell’orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri, ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli”. All’abitante di un suggico, via.

Del resto non avete scritto voi che nel vostro programma non troveremo “verità calate dall’alto ma una puntuale raccolta di quello che ci suggerisce chi ci sostiene e chi ci critica, perché spesso è proprio grazie alle critiche che si cresce”?

Ebbene mi sono umilmente ripromesso di criticarvi proprio nell’intento di darvi un ulteriore aiuto a crescere. Una mano. E’ un aiuto interessato sì a promuovere inclusione, ma è gratuito. E può sempre essere deriso e rispedito al mittente. Senza problemi.

Non mi aspetto alcun like. Non mi interessa. Specialmente da chi è abituato a misurarli in termini di convenienza personale. Da chi si tura il naso e va avanti, come suggeriva Montanelli. Da chi ha imparato a ricorrere alle solite furberie per dividere, con mezzucci scontati, e a volte anche con goffi tentativi di manipolazione dell’altro. Semplicemente non rientrano tra i miei fini alleanze pro o contro qualcuno. Ognuno vive con i propri valori, che ne orientano le scelte di vita. A ciascuno il suo.

Per dare spazio ai miei buoni propositi e fornire giusto un aiutino, credo si possa partire da quello che leggo nella relazione annuale 10/09/2019 redatta ai sensi della l.r. 26 agosto 1992 n. 7, dove nella slide 21 si parla espressamente di “Piano Distrettuale Dopo di noi: si tratta di interventi di sollievo a favore delle famiglie per la gestione dei bisogni dei congiunti con disabilità”.

Si tratta di interventi di sollievo? Ma davvero?

Il concetto di “Dopo di noi” entra nel linguaggio delle politiche sociali per le disabilità già nei primi anni ottanta, quando noi genitori, con coraggio, uscendo dai nostri gruppi ristretti, ci siamo chiesti pubblicamente: che cosa ne sarà dei nostri figli quando non ci saremo più? Una domanda difficile ma necessaria.

Ed è incredibile che ancora oggi non lo si capisca o che si usi con tanta improvvisazione questo concetto. Con un semplice copia-incolla da qualunque parte (tranne che siate così sfortunati da imbattervi in relazioni come la vostra) vi sareste resi perfettamente conto che il Dopo di noi implica una cosa difficilissima, che toglie il sonno e che rende angosciose molte scelte che pure con grande dignità e coraggio tanti genitori compiono. Quelle che disegnano possibilità di vita future che avranno sempre bisogni speciali. E le fanno ben sapendo che non saranno in grado di verificarle e proteggerle in itinere. Altro che interventi di sollievo.

Speriamo tuttavia che il piano distrettuale sia coerente con i bisogni dei nostri ragazzi. Purtroppo però ad oggi non ne sappiamo nulla, nonostante sia passato quasi un anno dalla data della relazione. Diamo allora un altro aiutino. Se non sapete come fare per coinvolgere i diretti interessati e le loro famiglie, ditelo. Fatevi aiutare da chi riterrete opportuno, per fare del vostro meglio. Ci sono tanti strumenti di co-progettazione che potrete utilizzare per fare passi avanti nella costruzione di un piano per il Dopo di noi. E non solo a livello distrettuale.

Di iniziative cittadine ce ne sono? E’ questa la cornice di senso entro il quale vanno misurati tutti gli interventi fatti a vantaggio delle persone con disabilità: dalla scuola, all’inserimento lavorativo. E’ il Dopo di noi che da un senso centrale a tutte le attività. Ed è qui che si misurano le possibilità ed il dialogo, ma anche le difficoltà di co-progettazione e le incapacità amministrative. E’ su questo che si giocano i diritti e le tutele di questi vostri concittadini fragili e nostri spettacolari figli. A me sembra che ancora non lo si sia ben capito. Ed è un grande limite. 

Non mi resta che citare con disincanto il maestro di Milo: “Se avremo ancora un po’ da vivere/la primavera intanto tarda ad arrivare”.

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