Bellini, l’effimero indispensabile.

 

bellini-effimero-indispensabileDentro un lungo silenzio culturale interrotto solamente dal passaggio di qualche automobile rombante musica neomelodica, avvolti, due volte l’anno, dal suono di “meu amigo Charlie Brown”, ecco che arriva la notte del Bellini. Si il teatro Bellini, ovvero quel rudere che eravamo abituati a vedere con le lamiere, alcuni posti auto per il parcheggio, le porte d’ingresso murate.

Più volte ci siamo chiesti, da materialisti consapevoli, se la cultura, il volubile, l’effimero può, in qualche modo, essere messo a comparazione con i bisogni fondamentali: mangiare, dormire, accoppiarsi. Ma poi, dal momento in cui abbiamo ottenuto la posizione eretta, ecco che lo sguardo nel cielo ci ha imposto altri interrogativi. Il pensiero astratto, quel getto pirotecnico di neuroni che sancisce la nascita dell’Uomo. Altro rispetto alle necessità primarie, dove quell’altro non è concreto, non appare commestibile e neanche una carezza che ci culla la notte. La cultura, il bello, il pensiero astratto, le filosofie, le domande, la ricerca, la musica, la scultura, la pittura: tutto ben altro che cibo e procreazione.

Eppure, oggi, quando le necessità primarie ritornano prepotentemente per la crisi di sistema che attanaglia i ragionamenti, l’effimero, il “sensibile” sembra essere volato via portando con se le conquiste dell’Uomo dal pensiero astratto. Un ministro della Repubblica il signor Tremonti qualche anno fa ebbe a dichiarare: “Con la cultura non si mangia”. Ovviamente una sonora idiozia, qualcosa che lasciò gli analisti sconcertati perché la povertà dell’affermazione non era solamente contraria alla stessa natura dell’Uomo ma anche non esatta da un punto di vista meramente economico. Di cultura si mangia e si generano indotti virtuosi. La cultura in Italia, infatti, vale intorno al 5,8% di PIL, una cifra che si aggira intorno agli 80 miliardi di euro l’anno, e si potrebbe fare molto di più.

Acireale, da oltre un ventennio alla ricerca di un’identità, allora potrebbe (finalmente) riconvertirsi come città della cultura. Creare intorno alle nostre bellezze ambientali, al barocco, alle terme, alla musica, ai teatri, un indotto ed un risveglio economico importante e degno in una città smemorata e penalizzata da mezzo secolo di corsa “all’oro verde”.

L’operazione abbattimento dell’ecomostro sulla timpa, il tentativo (primo step) di far vibrare dopo tanti anni il teatro Bellini sono segnali che indicano un percorso. Un percorso ancora non strutturato, un sentiero in cui l’amministrazione comunale acese deve completamente convincersi di percorrere.

Il passaggio da una città “trunza” ad un luogo che valorizza, vende e promuove cultura crea indotto, crea economia, crea coesione sociale e crea lavoro. Oltre le tifoserie sarebbe bello capire (da tanti luoghi e parti politiche) che uno spazio donato alla cultura è uno spazio possibile per la nascita di una città che per troppo tempo è stata amministrata nel silenzio culturale e nel vuoto assoluto di pensiero astratto.

Di cultura si mangia e l’effimero non solo è indispensabile ma corrisponde esattamente con il concetto più nobile di Uomo.

(mAd)