Beni Confiscati alla Mafia – Le Responsabilità del Comune di Acireale

Ci siamo occupati spesso della spinosa questione dei beni confiscati alle mafie, si tratta di un patrimonio immenso distribuito in tutta Italia, ma prevalentemente al sud, costituito da migliaia di immobili, aziende, beni immobili e una quantità enorme di automezzi ed autovetture il cui costo di gestione supera spesso il reale valore dei beni.

Questo immenso patrimonio è gestito dall’Agenzia nazionale dei beni confiscati https://www.benisequestraticonfiscati.it , un farraginoso contenitore creato dallo Stato per amministrare quella che probabilmente è la più grande azienda italiana per valore patrimoniale ma che, per carenza di personale e per assenza di visione manageriale, resta uno dei tanti “carrozzoni “ di cui la Repubblica si è dotata negli ultimi anni, da quando la lungimiranza del progetto di Pio La Torre cambiò radicalmente la lotta alla mafia.

La legge Rognoni-La Torre, infatti aggiungeva all’ordinamento antimafia la confisca dei beni dei soggetti mafiosi e con l’art. 1.7 dispone che «Nei confronti del condannato e’ sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego» La legge colpiva le mafie lì dove sono più vulnerabili, ovvero nei loro patrimoni a cui i mafiosi tengono molto più che alla limitazione temporanea della loro libertà personale . Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è […]. Quindi la cosa migliore è quella di andarsene”. dichiara Francesco Inzerillo, membro degli scappati della Seconda Guerra di Mafia, sintetizzando il pensiero di Cosa Nostra circa la confisca dei beni.

Il carcere o l’uccisione sembra dunque essere meno dannosa del sequestro dei beni, che permette di colpire l’organizzazione dove è più vulnerabile, la legge fu approvata solo dopo l’omicidio di Pio La Torre nel 1982, mentre per la nascita dell’agenzia che gestisce i beni confiscati bisognerà attendere il 2010 .

Torniamo ad Acireale, nel cui territorio si trovano ben 4 beni confiscati, in parte riconducibili ad un unico immobile sito in via Mortara nella fraz. Santa Maria Ammalati e confiscati ad un soggetto ritenuto vicino al clan Laudani, clan particolarmente attivo in città.

Il Comune di Acireale nella sindacatura Barbagallo, approvò un regolamento per la gestione a fini sociali dei beni confiscati e fece espressa richiesta di assegnazione di tali immobili all’Agenzia Nazionale, ottenendone la disponibilità.

Da allora però poco o nulla e successo nonostante periodicamente la questione “beni confiscati” venga sollevata dall’informazione locale e dalle associazioni tra cui Libera, che sull’argomento organizzò anche un campo di volontariato la scorsa estate .

Purtroppo da parte del Comune invece non arriva nessuno stimolo, pare sia stata inviata una nota (non riscontrata) all’attuale occupante dell’immobile, senza avere avuto alcuna risposta, omettendo quindi di adempiere alle precise responsabilità che l’amministrazione ha avuto dal momento che ha richiesto l’assegnazione.

Infatti mentre prima i beni erano sotto la gestione dell’Agenzia nazionale, dal 2017 sono passati al Comune che quindi avrebbe dovuto occuparsi di ottenerne la completa disponibilità e successivamente di assegnarli per fini sociali in base al regolamento di cui dispone. Pare che nulla sia accaduto, ed a sentire la recente intervista che il giornalista Antonio Condorelli ha pubblicato, sembrerebbe che nessuno si sia mai preoccupato di chiedere lo sgombero dell’immobile, eppure stiamo probabilmente parlando di gravissime omissioni da parte dell’attuale amministrazione comunale.

Ascoltando l’intervista dell’attuale Sindaco durante la campagna elettorale, sembrerebbe che il problema fosse noto e l’impegno ad occuparsene prioritario,

oggi invece, ancora una volta, è la libera informazione ad occuparsi della questione in un vuoto istituzionale di cui la Commissione Regionale Antimafia dovrebbe chiedere conto, ripristinando le condizioni di legalità che quest’amministrazione invoca spesso per le questioni più diverse, ma colpendo, probabilmente, lì dove il “muro è più basso”.

Fabio D’Agata