COLALUCCI E ACIREALE

Ho appreso solo il 25 aprile che Gianluigi Colalucci è morto la notte tra il 28 e il 29 marzo scorsi. Ogni tanto, sapendo che era ultranovantenne, per rassicurarmi della sua esistenza guardavo in internet, con fatali presentimenti.

Quando venne a Acireale a tenere, la sera del  26 aprile 1994  la magnifica conferenza in cattedrale, concessami  benignamente da quell’ottimo vescovo che è stato Giuseppe Malandrino e  col pieno appoggio dell’ intelligente parroco mons. Giampapa, aveva appena finito da pochi giorni l’immane fatica del restauro di Michelangelo nella Sistina ricevendo l’otto aprile l’attestato  di Wojtyla davanti al mondo per un lavoro durato consecutivamente quattordici anni: come è tipico dei grandi, anzi dei grandissimi, aderì immediatamente, quando lo cercai per telefono in Vaticano, all’invito di illustrare, con l’ausilio di due grandi schermi, a un pubblico numerosissimo tra cui il gotha degli amministratori e degli specialisti  d’arte siciliani, quello che è stato definito “il restauro del secolo”. Facemmo amicizia con Colalucci, perché così era l’uomo, e l’indomani della conferenza  un gruppo di docenti del Liceo artistico di Acireale lo accompagnammo in una visita a alcuni luoghi dell’etneo e a Taormina. Un ottimo ruolo di sostegno all’iniziativa svolse la preside Anna Talò. Come riconosce Giuseppe Contarino su “ La Sicilia” di qualche giorno dopo, la mia iniziativa aveva un triplice intento: “ l’incontro con un maestro autentico del restauro, il salvataggio delle opere del Vasta e l’istituzione di una scuola per restauratori”.  Il sindaco sen. Filetti si pronunciò per il patrocinio e presenziò anch’egli in cattedrale: ma non si volle  cogliere l’obiettivo, nonostante Colalucci desse la disponibilità al restauro degli affreschi del Vasta !

Colalucci si è dimostrato amico pronto e disinteressato di Acireale. Sarebbe il caso di tributargli un omaggio perenne.

(Ivan Castrogiovanni) – foto in alto Ivan Catrogiovanni, Cristoforo Filetti, Gianluigi Colalucci, Anna Talò

Qui di seguito, la mia introduzione alla conferenza  del Maestro.

Enzo-Bianco e Giuseppe-Malandrino tra il pubblico

Nel bellissimo discorso, o omelia, pronunciato nella Sistina l’otto aprile, davanti al Giudizio Universale,il Papa ha in esordio definito “splendidi i risultati raggiunti…avvalendosi delle tecnologie più avanzate e sicure”, “meravigliosamente restaurati” gli affreschi.

Le parole di Giovanni Paolo II calano come benedizione su Colalucci (e sui suoi collaboratori) suggellando l’identità di intenti tra l’illuminato committente e l’infaticabile artefice il quale ultimo, quasi a voler dare la sensazione della levità dell’intervento, quasi a conferirgli un significato ecologico, lo aveva definito “pulitura, non restauro”.

 Ma il Papa ha in realtà colto questa che si annunzia come un’imminente battaglia semantica e concettuale nel mondo della teoria del restauro. E ha attribuito uno straordinario valore alla pulitura colalucciana, elevandola, potremmo dire con un bellissimo termine greco, a diafàneia, trasparenza, allorquando, entrando nel tema squisitamente teologico, ha descritto una stupenda azione transitiva che ha implicitamente al suo punto di arrivo il restauratore: “l’intero mistero della visibilità dell’invisibilità – ha detto  Giovanni Paolo II  (io sono costretto a sintetizzare) – si compie in Cristo, il cui corpo vivente rappresenta la ‘kenosis’ di Dio” una parola greca che il Papa ha tradotto come ‘consumazione’. Ora “Michelangelo si sforza in ogni modo di dare i tratti della antica bellezza di Cristo, e dell’antica bellezza di Adamo, e ha il coraggio di ammirare coi propri occhi il Padre” (creazione di Adamo, volta della Sistina). Ancora il Papa insiste sul corpo, sul corpo nudo dei nostri progenitori di cui “non si vergognavano”, e definisce la Sistina “santuario della teologia del corpo umano”.

L’azione di Colalucci si pone al termine, termine relativo della transizione Dio – kenosis – Michelangelo che   con insolita arditezza lo rappresenta – pieno svelamento del valore sacramentale dell’icona ridandole l’antica luce.

E c’è una parte del discorso del Papa che ben si attaglia alla nostra latitudine, intendo dire alla nostra condizione di siciliani e all’arte siciliana che in questa chiesa è sommamente rappresentata dagli affreschi di Paolo Vasta : legato profondamente alla tradizione iconografica dell’ Europa orientale, egli esalta Andrej Rublev, culmine della pittura russa. E fa bene a tenerla viva. Chissà quanti tra noi sanno chi è Rublev, hanno mai visto, anche in fotografia, la splendida Santa Trinità, ad esempio.

Ma con eguale forza, con eguale fede, con eguale devozione, noi dobbiamo dare diafàneiaalla nostra arte sacra. A partire dagli affreschi di Paolo Vasta.

Guardate i quattro Evangelisti nei pennacchi della cupola, guardate la Gloria di santa Venera nella volta del transetto, e ancora le nozze di Cana, e Caino e Abele, e Abramo e Isacco sull’ingresso della sacrestia : rigonfi di umidità, qua e là coperti di un bianco sudario di sale, orrendamente sbriciolati, solcati  da devastanti lesioni essi trascinano nel loro inesorabile disfacimento  il genio, la passione, la luce di quel buon pittore. Paolo Vasta visse diciassette anni a Roma, dal 1714 al 1731. Delle sue opere compiute in quell’immenso cantiere che fu la Roma di Clemente XI, Innocenzo XIII, Benedetto XIII, noi ignoriamo tutto.

Ma al ritorno a Acireale egli realizza, guidato da una chiesa sapiente, forte, lungimirante, opere tra le più significative del ‘700 siciliano. Basti pensare al ciclo di san Sebastiano e a santa Venera, due grandi santi, uno dell’area settentrionale, l’altra dell’area greco-maltese-sicula,  entrambi congiungentisi, nel martirio, nella Roma dei primi cristiani. O alla chiesa della Madonna delle Grazie. detta di s.Camillo, ove, pur in assenza di un rinnovato patrimonio dommatico, fermo al concilio tridentino, Paolo Vasta tocca vertici di poesia nell’esaltazione della Madonna in quanto e soprattutto donna, attorniata dalle figure autonome e solitarie come in Michelangelo per i personaggi dell’antico Testamento di Giuditta, di Giaele, Rebecca, Ester ed altre.

Stasera i presenti sono in massima parte giovani, giovani che con l’arte hanno un quotidiano rapporto, provenienti da Siracusa, da Caltagirone, da Catania, e i miei allievi di Acireale.

A tutti dico: impariamo da Colalucci l’arte della diafàneia,della luminosità ritrovata, e applichiamola con fondatività teorica, con metodo, con scuola, con sudore all’arte della Sicilia che muore. Io credo in un rinascimento. E voi?