Come conciliare punizione e reinserimento nella società, quali le esigenze di giustizia e i diritti degli autori di reato?

Se teniamo conto della recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sul caso Viola, ma anche dei tempi difficili che viviamo e del nostro immaginario collettivo che spesso costruisce sbarre più resistenti di quelle reali delle carceri, possiamo capire l’importanza del momento formativo proposto agli studenti del piano di studio Cicerone del nostro liceo classico “Gulli e Pennisi” dal consigliere comunale Sabrina Renna e dall’ex assessore Antonio Coniglio.

Nutrito e autorevole il gruppo degli invitati a tenere una relazione ieri mattino nell’aula magna dell’istituto, dopo la proiezione del docufilm “Spes contra Spem”, un viaggio nel buio profondo del Carcere di Opera e che racconta l’ergastolo attraverso le voci di chi lo sta scontando.

A Rita Bernardini, Partito Radicale, che gira spesso per le carceri Italiane abbiamo chiesto di dirci quali sono oggi le condizioni di vita nei nostri istituti di pena.

“Devo dire, non oggi, ma ormai da vent’anni sono completamente degradate e chi è detenuto, all’interno, va in una scuola criminogena, nel senso che tutta l’attività di riabilitazione che dovrebbe caratterizzare il carcere secondo la nostra Costituzione in realtà non viene messa in opera e in più vengono violati diritti umani fondamentali.”

D.: quanto il recente pronunciamento della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo può aiutarci a riflettere sul “fine pena mai” proprio dell’ergastolo ostativo?

R.: “in questi ultimi tre mesi ci sono state due sentenze molto importanti: la c.d. “sentenza Viola” della Corte Europea dei Diritti dell’uomo e la Sentenza della Corte Costituzionale che chiamiamo Cannizzaro dai nomi dei due protagonisti. Queste hanno stabilito sostanzialmente che l’ergastolo ostativo, così come è concepito nel nostro ordinamento, non corrisponde ai parametri della nostra Costituzione, perché toglie completamente la speranza di un futuro di reinserimento sociale. E questo non vuol dire che un ergastolano ostativo sia immediatamente liberato e a lui siano concessi immediatamente permessi premio e altri benefici, vuol dire semplicemente che sarà il Magistrato di Sorveglianza, quello che si occupa dell’esecuzione della pena, a valutare se questa persona dopo 20, 30 anni di carcere è sempre la stessa, se ha tenuto i collegamenti con la criminalità organizzata o se invece ha fatto dentro al carcere un percorso per cui ha potuto riflettere sul male fatto ed è in condizione di inserirsi gradualmente nella società”.

Consigliera Renna, oggi parliamo di Ergastolo ostativo, di rieducazione, di pena, di carcere. Sono temi impegnativi importanti ma anche divisivi. Cosa ne pensa dell’ergastolo ostativo?

R.: “io ritengo che la Commissione europea diritti dell’Uomo si sia espressa in piena armonia con quanto espresso dall’art. 27 della Costituzione che recita che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ecco dobbiamo dare la speranza ai detenuti di far parte di un processo rieducativo. E’ chiaro che il “pentimento” non può essere manifestato solo attraverso la collaborazione con la giustizia, che ha certamente dato un importante contributo, ma è anche un processo che parta da dentro, quindi attraverso lo studio, il lavoro. Sinceramente riteniamo che sia importante oggi porre l’attenzione da parte della collettività su un tema così importante e far conoscere quello che accade all’interno delle nostre carceri”.

Sergio D’Elia, presidente di Nessuno tocchi Caino.

D.: il pronunciamento della corte europea é di grande importanza…

R.: “Si. E’ come se avesse introdotto nel nostro paese, con quella sentenza che verrà ricordata come la “sentenza Viola contro l’Italia” – Viola era un condannato all’ergastolo che si è rivolto alla corte europea per chiedere se fosse giusto che nel nostro paese il fine pena fosse indefinito, fosse mai, illimitato,  – beh ha introdotto con quella sentenza nel nostro paese, un diritto inesistente, il diritto alla speranza. Il diritto senza il quale la vita di un condannato, fine pena mai, non è una vita dignitosa, perché viene limitato quello che è l’aspirazione fondamentale di vedere, una volta espiata la propria pena, il reinserimento nella società, il riscatto”.

Di diverso avviso è l’ex Procuratore Michelangelo Patanè.

D.: Procuratore, qual’è il suo pensiero su questo pronunciamento della Corte Europea dei Diritti Umani?

R.: “Guardi le dirò molto sinteticamente che non condivido questo pronunciamento. Mi fa pensare che questi signori Giudici della Corte Europea non conoscano cos’è la mafia, la n’drangheta e la camorra.

E devo dire che amministrare la giustizia in Danimarca, Norvegia o Svezia è cosa ben diversa che amministrarla in alcune regioni d’Italia dove il controllo dello Stato, soprattutto in passato, è stato molto debole. Ci sono intere zone del paese che sono state in mano alla criminalità e dunque di questa realtà, di questa diversa realtà bisogna tenere conto.

Poi il messaggio che fa veicolare questa sentenza è veramente negativo. Perché si osserva che il condannato potrebbe decidere di non voler collaborare con la giustizia, per difendere l’incolumità sua e quella dei suoi familiari. Ma questo sta a significare che lo Stato è più debole rispetto alle organizzazioni criminose e non è in grado di tutelare chi decide di collaborare. Ma non è così! E già da anni abbiamo il fenomeno della collaborazione di malavitosi e lo Stato è risuscito sia a proteggere il collaborante che i suoi familiari, spostandoli in altre località d’Italia e cambiandogli i dati anagrafici e quant’altro.

Poi vorrei osservare che parliamo di ergastolo ostativo, come di un ergastolo vero, da contrapporre all’altro ergastolo che è per così dire, all’italiana, finto. Questo ergastolo “vero”, ha fatto si non solo che pericolosi delinquenti non siano tornati in libertà, ma ne ha anche indotti molti a collaborare con la giustizia. Io personalmente ho esperienza di persone che hanno deciso di collaborare dicendo in modo esplicito, chiaro e senza infingimenti, che lo facevano perché non volevano scontare l’ergastolo ostativo”.

D.: Quindi è stato anche un deterrente utile per lo Stato?

R.: “Certo. Perché un conto è che il soggetto si metta nella prospettiva di scontare il carcere a vita, un conto se prevede che dopo 20-21 anni potrebbe ritornare in libertà”.

Infine all’ex assessore Antonio Coniglio abbiamo chiesto come si regge un sistema punitivo che non mantiene viva la speranza.

“Non si regge, implode e la pena ha soltanto una funzione criminogena e non ha invece una funzione rieducativa, non mira alla redenzione. Dovremmo rileggere i lavori dell’assemblea costituente, cioè dovremmo rileggere il travaglio che ci fu tra forze politiche diverse circa la funzione retributiva della pena, che è una delle funzioni della pena ma non può essere l’unica. Perché se la pena serve soltanto come mezzo di difesa sociale, allora noi avremo non soltanto un carcere che è un cimitero dei vivi, ma porteremo all’esterno morte e non vita.”

Nello Pomona