Ermanno Fenoglietti – Il Debito di Una Citta’

Le piazze pavimentate con il “basolato” lavico, quello che rilascia il tepore di un sole sempre caldo e accogliente sono piene di gente, turisti e residenti che affollano i locali del centro storico sin dal primo mattino, per vivere la frenesia dei mercati o per cercare quel ristorante di cui si è letto su Tripadvisor che, tra i fumi dei braceri in strada, offre una mistura tra esotismo e tradizione che agli stranieri piace tanto.

La Catania che appare al visitatore poco interessato ai dettagli, è una città quasi normale, proiettata verso una dimensione euro mediterranea di sviluppo e dinamismo che nasconde grandi sacche di arretratezza sotto una patina di perbenismo borghese. Una città che ama dimenticare piuttosto che ricordare, che ama rimuovere piuttosto che testimoniare, come quel terremoto che attende da trecento anni e di cui nessuno vuol sentire parlare, perché i catanesi non amano affrontare i loro problemi, preferiscono diluirli nell’euforia metropolitana, fatta di traffico e di fumi di carne alla brace.

Eppure se oggi Catania vive una semi normalità nella sua caotica interpretazione delle regole e del vivere civile, lo si deve alla lotta senza quartiere che uomini dello Stato hanno avviato dai primi anni novanta per arginare una deriva affaristico mafiosa che stava sfuggendo di mano e rischiava di travolgere il paese intero.

Uomini che il governo centrale aveva inviato sul campo per arginare il delirio di una città in mano ai clan mafiosi dominanti, che con l’appoggio incondizionato di una parte della politica e dell’imprenditoria emergente avevano trasformato Catania in un campo di battaglia, con un morto al giorno, estorsioni a tappetto e complicità in tutti i livelli istituzionali, dalla Magistratura all’editoria, dal commercio all’Università e della cui pericolosità sociale i catanesi erano solo spettatori paganti.

Uno di questi uomini, di cui Catania ha rimosso il ricordo è un giovane Maggiore dei Carabinieri venuto dall’altro capo del paese, Ermanno Fenoglietti .

Fenoglietti, nasce a Torino da padre già Tenente della “Folgore” caduto prigioniero durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1977 entra nell’Accademia Militare  di  Modena  dove  viene  selezionato  quale  ufficiale  dell’Arma  dei  Carabinieri,  terminando  i  propri studi  a  Roma  presso  la  Scuola  Ufficiali.  Nel suo curriculum di Comandante figurano  importanti  reparti quali:  Plotone  del Battaglione  Paracadutisti  “Tuscania”,  Sezione  del  prestigioso  Gruppo  di  Intervento  Speciale  (GIS),  Nucleo  Radiomobile  di Catania, Compagnia di Fontanarossa (CT) e Reparti Operativi di Catania e Como. Nei  primi  anni  Ottanta  partecipa  a  due  missioni  di pace  in  Libano  e  negli  anni  successivi,  rientrato  in  Italia,  nelle  sedi  ove presta servizio si prodiga in prima persona ad aiutare le popolazioni colpite da disastri naturali, tanto da essere insignito della Medaglia Commemorativa per le Operazioni di Soccorso a favore delle Popolazioni. con un curriculum militare di altissimo livello, arriva a Catania nel 1993.

La Sicilia è ancora stordita dalla furia stragista e lo Stato ha compreso che, con o senza trattativa, la situazione in Sicilia potrebbe sfuggire di mano e trasformare la borghesia mafiosa nella nuova classe dirigente del paese, e non aveva visto così male.

Il paese sano prova a mettere in campo Magistrati e uomini delle forze dell’ordine tra i migliori sul campo, provando a fermare il “sistema Catania”, in cui la mafia imprenditrice aveva iniziato ad infiltrare ogni angolo dell’economia sana, marginalizzando ed isolando tutte le voci fuori dal coro.

Ermanno Fenoglietti è un militare abituato a confrontarsi con un nemico diverso da quello che si trova davanti a Catania, in cui il degrado e la precarietà del lavoro avevano creato interi eserciti di affiliati, che ormai riconoscevano l’antistato come unico referente delle loro società malate.

Il maggiore Fenoglietti comanda la compagnia di Fontanarossa, parla poco con la stampa, non rilascia interviste e colleziona successi uno dopo l’altro colpendo anche la classe politica che da decenni riempiva la zona grigia, quella su cui non si era mai indagato perché a Catania la mafia non c’era, era un problema palermitano.

Arresta l’ex assessore socialista Genovese, aprendo con molto anticipo la stagione di tangentopoli, cattura dopo una lunga e difficile attività d’indagine Aldo Ercolano, reggente della cosca dominante di Catania e poi condannato per l’omicidio del direttore de “I Siciliani” Pippo Fava nel 1984 . Fenoglietti capisce che arrestare mafiosi a Catania è solo una parte della soluzione e si concentra sulle piste della borghesia politica e della pubblica amministrazione, perché citando il boss mafioso Salvatore Cancemi durante un interrogatorio del ’93 “Noi senza il rapporto con la politica e le istituzioni – saremmo solo una banda di sciacalli e saremmo annientati…”.

Arresta l’ex leader andreottiano Nino Drago rientrato dall’estero e l’economista Rossitto, consulente economico del Presidente Rino Nicolosi e mente finanziaria dell’affare Agroalimentare, un’area incolta di 107 ettari che, grazie a un perizia generosa, si è miracolosamente trasformata in agrumeto, passando dai due miliardi di valore ai dieci pagati dalla Regione, una storia di finanziamenti oscuri che costo la vita a Giovanni Bonsignore, un funzionario integerrimo della regione siciliana che rifiuto di collaborare.

L’intervista di Fabrizio Villa a Ermanno Fenoglietti

Ermanno Fenoglietti è inarrestabile, occhi azzurri e sguardo profondo, lavora a quella che alla fine del 1993 sarà la sua operazione più importante ricevendo  un  Encomio  con la  seguente  motivazione:  ”Comandante  di  Reparto  Operativo  di Comando Provinciale in territorio caratterizzato da elevato indice di criminalità mafiosa, organizzava e dirigeva, con costante dedizione e spiccata professionalità, una complessa attività info-investigativa conclusasi con la cattura di noto capo famiglia mafiosa legata a “cosa nostra”, ritenuto responsabile di efferati delitti e latitante da oltre dieci anni”

Giuseppe Pulvirenti era noto come il “malpassotu”, un boss sanguinario della mafia catanese, detentore di un esercito di militari mafiosi, partecipò alla faida che si aprì in cosa nostra catanese negli anni novanta, una faida da 100 morti all’anno che aveva ridotto Catania in un grande cimitero all’aperto. Nel ’91 il malpassotu rapisce un giovane incensurato di 18 anni, Giuseppe Torre colpevole di essere figlio di un boss ucciso dalla mafia legato ad una cosca perdente, è troppo.

“Quello è stato il momento in cui ho detto basta” racconta il Maggiore Fenoglietti al giornalista Pino Finocchiaro in una rara intervista. La città di Misterbianco si ribella e scende in piazza in una fiaccolata di sdegno e ribellione verso lo strapotere mafioso che insanguinava la provincia.

Fenoglietti lavora sodo con i suoi uomini, sopralluoghi e pedinamenti nelle campagne di Belpasso, appostamenti in tuta mimetica all’addiaccio giorno e notte, il cerchio si stringe e il 2 giugno del 1993 un gruppo di Carabinieri scelti, del nucleo operativo segue un fiancheggiatore di Pulvirenti che li conduce al covo del boss.

Fenoglietti e i suoi uomini arrestano l’ultimo bandito di strada della Sicilia – “molte cose sono cambiate, abbiamo mezzi adeguati a disposizione. I risultati ottenuti di recente anche dalle altre forze di Polizia dimostrano che siamo pronti ad affrontare questo livello”

Lo Stato ha imparato la lezione palermitana e comincia a fare sul serio, invertendo una deriva iniziata nel dopoguerra.

Fenoglietti non ha ancora completato il lavoro a Catania, ma il segno è tracciato, la linea è ben delineata; può andare altrove .

Il 27 dicembre del 1995 perde la vita a seguito di un incidente stradale dai contorni poco chiari, verificatosi durante una ricognizione nella città di Mostar Bosnia Erzegovina, dove comandava la missione italiana di pace.

Recentemente la sua Torino gli ha intitolato una via alla presenza del figlio Adriano, nella smemorata e raggiante Catania solo gli addetti ai lavori si ricordano di lui.

(si ringrazia Pino Finocchiario per gli spunti da: “La mafia grigia”, Fabrizio Villa per il reportage da Mostar)

Fabio D’Agata