I LAVORATORI DELL’IPAB CRISTO RE DI ACIREALE, SI RIVOLGONO AL VESCOVO RASPANTI AFFINCHÈ INTERCEDA CON LE ISTITUZIONI.

Sono rimasti in ventisei i dipendenti dell’Ipab Oasi Cristo Re di Acireale, lasciati soli sprofondati nella disperazione, e per ognuno di loro i giorni passano tutti uguali, passano arrancando senza mai raccogliere frutti, giorni sprecati nell’oblio e nel silenzio più assoluto da parte delle istituzioni. I lavoratori ormai chiedono da tempo di essere collocati in altri enti, ormai da anni non percepiscono tutti gli stipendi arretrati e a soffrirne con loro ci sono inevitabilmente le loro famiglie. In questi anni i loro debiti si sono accumulati, i mutui delle case non sono stati pagati, nel frattempo, chi era in affitto è stato sfrattato per non aver potuto onorare il pagamento e qualcun’ altro ha tentato invano di vendere addirittura la propria casa.

Una situazione drammatica quella che ormai da anni continuano a vivere alcuni dei nostri concittadini, le cui grida disperate conosciamo ormai bene poiché noi, come redazione di Fancity, li seguiamo ormai da tanto tempo e a cui siamo ormai sinceramente affezionati.

L’unico supporto che possiamo dare loro è quello di poterne sempre parlare per non far mai spegnere i riflettori su questa situazione tanto assurda e disumana. Gli operatori chiedono solo una stabilizzazione perchè, giustamente, ci dicono che chi non vive il problema di dover “sopravvivere” ogni giorno senza uno stipendio, senza una certezza, senza un futuro, non riuscirà mai a comprendere come la disperazione porti a pensare anche tante cose brutte. Il non poter avere una vita normale, il non poter permettersi una visita specialistica, non avere a volte neanche i soldi per comprare il pane, rende tutta la situazione ancora più drammatica, non si sentono ascoltati e chiedono giustizia per tutto il lavoro che hanno sempre svolto con serietà e professionalità e che oggi non viene loro più riconosciuto.

La promessa di rifare la riforma delle Ipab entro due mesi non è mai stata mantenuta, tanti i discorsi fatti e tante altre le parole e le rassicurazioni da parte delle istituzioni, ma nel frattempo sono passati due anni in cui i lavoratori ogni giorno combattono la loro battaglia personale senza nessun risultato dopo che, ribadiamo, per anni hanno lavorato onestamente.

A tal proposito abbiamo sentito una lavoratrice dell’Ipab Oasi Cristo Re di Acireale, la signora Enza Calabretta: ” Ventisei lavoratori sono stati stabilizzati e oggi sono per fortuna più tranquilli, siamo rimasti invece altri ventisei lavoratori senza nessuna stabilizzazione.
Chiamiamo continuamente i nostri politici acesi ma nessuno ci risponde, non ci danno neanche la soddisfazione di parlare con noi, di rassicurarci. Siamo senza stipendio da più di 50 mesi e disoccupati.
L’ultimo tentativo rimasto è stato quello di rivolgerci al Vescovo Raspanti di Acireale, affinchè almeno lui ci accolga, ci ascolti e ci faccia sentire il suo abbraccio. Gli chiederemo di poter lui intercedere con le istituzioni per riuscire ad aprire un dialogo al fine di sbloccare questa situazione di silenzio e di stallo e venire così in nostro soccorso, per la nostra e per tutte le altre Ipab siciliane, perchè la disperazione si è ormai impadronita di noi e a lungo andare ci porterà al più totale isolamento.
Il portavoce della Diocesi ci ha fatto sapere che le porte della Chiesa sono sempre aperte e che possiamo chiamare in Curia per fissare un appuntamento col Vescovo che si è detto essere ben felice di accoglierci al più presto.”.

Gli operatori che un tempo sono stati il fiore all’occhiello di una struttura importantissima di Acireale quale l’Ipab Oasi Cristo Re, che sono stati la famiglia per molti anziani e per tantissime persone fragili, che hanno accudito e voluto bene come fossero propri familiari.
Ricordo benissimo il giorno in cui tutti gli ospiti sono stati portati via perchè trasferiti in altre strutture, quando l’Ipab finiva definitivamente il suo corso di vita, e ho ancora impresse le lacrime di quei poveri anziani strappati via da quel luogo che per loro era diventato casa e gli operatori famiglia, e ricordo anche le lacrime e gli abbracci di chi li aveva accuditi, confortati e amati per anni e che oggi, dopo tanto amore e tanta dedizione donati, dopo tanto lavoro svolto con onestà e puntualità, si ritrovano invece da soli, abbandonati e dimenticati da tutti coloro che avrebbero dovuto difendere i loro diritti e la loro dignità.

Graziella Tomarchio