Il commercio di prossimità

Come un pioniere, l’uomo sposta i propri confini sempre

più in là, si allontana sempre più da se stesso; “si trascen-

de” sempre di più e anche se non s’invola in una regione

sovrannaturale, tuttavia, poiché varca i limiti congeniti

della sua natura, passa in una sfera che non è più naturale,

nel regno dell’ibrido e dell’artificiale

(Gunther Anders, L’uomo è antiquato)

La frase citata non è la premessa per muovere l’ennesima critica alla tecnologia, non ne sarei all’altezza. Molto più modestamente Gunther Anders , mi dà lo spunto per ragionare di numeri, tecniche e indicatori. E di anima. Senza la quale, nemmeno le più moderne tecnologie possono far qualcosa per umanizzare le nostre vite e le relazioni che stabiliamo nei diversi contesti in cui ci troviamo a transitare.

Ed allora vediamoli questi numeri.

I primi ce li può agevolmente fornire la CGIA che in un recente rapporto del 2019 ci spiega come, dal 2007 ad oggi, i consumi delle famiglie italiane sono diminuiti di 21,5 miliardi di euro. E di conseguenza, sono spariti in Italia quasi 200.000 negozi di vicinato. Le botteghe di commercianti, artigiani, le salumerie, ecc. La vendita a dettaglio.

Spostando la nostra attenzione sul Sud Italia ci viene in aiuto lo Svimez , che nel suo rapporto 2019 sottolinea come anche nel 2018 la crescita del prodotto nel Mezzogiorno è risultata inferiore al resto del Paese, con un ulteriore allargamento del gap di reddito e benessere tra le due aree.

Non solo, il dato più preoccupante, nel 2018, che segna la “divergente dinamica territoriale, è il ristagno dei consumi nell’area (+0,2, contro il +0,7 del resto del Paese)”.

“Mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre-crisi, nel Mezzogiorno i consumi sono ancora al di sotto del livello del 2008 di -9 punti percentuali. A pesare nel 2018 è il debole contributo dei consumi privati delle famiglie, con i consumi alimentari che calano dello 0,5%. Questa prudenza nella spesa privata del Mezzogiorno continua a riflettere il pesante impatto della peggiore crisi dal dopoguerra, rispecchiato nell’ampia caduta dei redditi e dell’occupazione, che ha provocato una netta riduzione dei consumi delle famiglie meridionali rispetto al resto del Paese.”

Chiaro no?

La situazione è tale che le principali richieste delle PMI siciliane che arrivano a Roma al ministero dello Sviluppo economico, riguardano sgravi e incentivi; maggiori tutele e più libertà per le imprese.

Nella nostra Sicilia, il dato che possiamo leggere viene fornito da Assoesercenti, che sottolinea come ogni giorno nel 2019 hanno abbassato le saracinesche n. 22 attività. “Servono strumenti più potenti per garantire il credito al sistema delle imprese e, soprattutto, meno burocrazia”: così si esprime il direttore Salvo Politino, che spiega anche, in una intervista sul giornale La Sicilia, come a Catania a fronte di 1372 imprese di nuova iscrizione, vi sono state 1968 cessazioni.

Un veloce giro sul web, ci porta a comprendere come l’analisi della crisi del commercio di vicinato o di prossimità è sempre la stessa da anni: la concorrenza della grande distribuzione, il commercio on line, il progressivo svuotamento dei centri storici, il progressivo venir meno nei centri urbani delle funzione pubbliche, ecc. Quello che sembra incontestabile è che il commercio di vicinato ed i servizi d’intermediazione tradizionali hanno perduto consistenti quote di mercato con conseguenze rilevanti sui ricavi e sui margini di utile.

Più o meno di questo tenore sono le informazioni che un non esperto come me, ricava dal web se vuole farsi un’idea generale della crisi degli esercenti specie nel sud Italia.

Poi possiamo aggiungere tutte le considerazioni del caso, tutte le valutazioni personali sul fenomeno, sulla capacità di approcciarlo con professionalità, con empatia. Evitando di incorrere nell’autobiografia senza fatti di Bernardo Soares.

Ne riparleremo