Il Ricordo di Libero Grassi in Consiglio comunale ad Acireale

Nel giorno dell’anniversario dell’omicidio di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso a Palermo dalla mafia il 29 agosto del 1991, per essersi opposto al pagamento del pizzo, nel Consiglio Comunale di Acireale interviene il Consigliere Fabio Fontanesca per un breve ricordo .

Intervento del Consigliere Fabio Fontanesca del 29/8/2019

L’intervento, di genere quantomai raro e privo della retorica di un’antimafia della memoria, è riassunto in una breve nota :

Durante la scorsa seduta di consiglio comunale, ho parlato di un argomento che ha tenuto banco in Città negli ultimi mesi, che è stato motivo di confronto e dibattito che è stato motivo di conferenze stampa e di numeri donati ai social, oggi vorrei parlare invece di un argomento che non gode dello stesso interesse, di cui non si parla ne discute, eppure è un problema è un male oscuro. Tanti ritengono che Libero Grassi di cui oggi si ricorda il 28 esimo anniversario fu ucciso perché disse no a quel ricatto di Mafia, fu ucciso perché si ribellò alle estorsioni e non considerano, in realtà, che l’uccisione fu provocata anche dalla solitudine e dall’isolamento a cui fu relegato da istituzioni, colleghi imprenditori e cittadini. Oggi, quel seme donato da Libero Grassi è sbocciato all’interno delle associazioni , addio pizzo, impresa libera per citarne alcune , associazioni che supportano, aiutano ed accompagnano chi denuncia, in un percorso di vicinanza durante il quale, quel senso di inadeguatezza e di solitudine non li incateni due volte. E se oggi è più facile denunciare, parlarne non lo è ancora. Perché se vere sono le parole di Peppino Impastato che la mafia è una montagna di MERDA l’indifferenza ed il silenzio della gente non scherza!

Capita poche volte di sentire parlare di mafia in un Consiglio Comunale, eppure si tratta di un fenomeno radicato e tuttora presente in una Città indifferente e spesso considerata “immune” dai problemi connessi al fenomeno dell’estorsione mafiosa, nonostante importanti inchieste della Magistratura ne abbiano più volte svelato i contorni oscuri che si celano dietro un’apparente tranquillità di provincia.

La mafia ad Acireale esiste ed opera da decenni, con famiglie locali affiliate ai clan dominanti dei Santapaola-Ercolano e dei Laudani attive nel racket dell’estorsione nell’usura e nel più redditizio spaccio di stupefacenti, nonchè dedite , da sempre, al riciclaggio degli ingenti capitali accumulati con le attività illegali e reinvestiti nell’economia cittadina, tramite il mercato immobiliare, le attività commerciali ed imprenditoriali.

Si tratta di una mafia meno appariscente di quella catanese ma ad essa intrinsecamente collegata e capace d’infiltrare le istituzioni e la politica, come evidenziato dalle indagini che hanno portato all’arresto dell’ex Sindaco di Acicatena il cui processo è iniziato il 26 giugno scorso nell’aula bunker del carcere di Bicocca.

Presenti diversi imputati, tra i quali proprio Nicotra. È il suo il nome più importante della lunga lista di imputati. Nicotra, infatti, è stato per due volte sindaco di Aci Catena – la prima esperienza, a inizio anni Novanta, conclusa anzitempo con lo scioglimento del consiglio comunale per mafia  a causa dei rapporti tra il primo cittadino e l’allora capomafia Sebastiano Sciuto  detto Coscia– e per tre deputato all’Ars, con un’esperienza anche in commissione Antimafia. Le accuse nei suo confronti sono pesanti: concorso esterno in associazione mafiosa, voto di scambio politico-mafioso .

Sono lontani i tempi in cui con l’operazione Ciclope del 1996 vennero assicurati alla giustizia oltre 30 affiliati di Cosa nostra, tra cui “l’esattore” del clan che conosceva “carta del pizzo” di Acireale, mentre risalgono solo a qualche anno addietro le intimidazioni nei confronti dell’ex Sindaco Barbagallo e del Deputato all’Ars Nicola D’Agostino, ma Acireale resta una città in cui la criminalità mafiosa era e resta radicata.

Sono pochissime le denunce di estorsione da parte degli imprenditori e dei commercianti, il pizzo spesso , lo si paga per tradizione familiare “ereditandolo” dalle attività di famiglia e verso il quale , le giovani generazioni faticano a liberarsene, eppure si tratta della più vile tra le attività illegali gestite dalla criminalità organizzata e per il quale non sembrerebbe esserci alcuna giustificazione plausibile.

Un tempo l’estorsione era la conseguenza di una paura da parte dell’imprenditore a sottrarsi al giogo mafioso per evitare possibili ritorsioni alle proprie aziende, oggi il rischio d’incorrere in pesanti ripercussioni da parte delle Forze dell’Ordine, che conoscono perfettamente nomi e soggetti attivi, limita fortemente qualunque rappresaglia nei confronti di coloro che rifiutano di piegarsi all’umiliazione di pagare parte dei propri guadagni a persone che vivono da parassiti il rapporto con l’economia sana.

La presenza di numerose Associazioni antiracket in Città ed in provincia, ha favorito un cambiamento culturale che, però stenta ad essere palesato in una piena denuncia dei moltissimi che ancora sono sottoposti ad estorsione, o che spesso per interesse, preferiscono pagare un “canone” alle mafie locali, pensando di poterne trarre giovamento per l’aggiramento delle regole di libero mercato, per la restituzione di eventuali furti alle attività o per “aderenza” ad un retro pensiero mafioso che fa più danno delle mafie stesse.

Oggi la denuncia e l’informazione libera sono l’unica risposta per la creazione di una cultura antimafiosa vera e priva di retorica soprattutto per coloro che non cercano un posto in questa società ma che si adoperano per far nascere una società in cui valga la pena di avere un posto.

Fabio D’Agata