La calda estate dell’ispettore Acitans

Il premio è il refrain ricorrente di questa estate torrida. Un calendario fitto di iniziative che serpeggia lungo le serate calde, che si muove tra i vicoli cadenti, in mezzo al caos veicolare e fin dentro le granite alla mandorla. Chi canta, chi suona, chi si è distinto per qualcosa, chi è apprezzato nel mondo e chi naviga nel mare del provincialismo.Le feste, le sagre per ogni cosa, i fuochi d’artificio per santi e navigatori; è una miscela di folclore paesano, un lungo caldo happening di vacuità. Il grande calendario del nulla, mesi di agitazione sudata, di pane e dolciumi, di quartieri che ripetono tradizioni e di iniziative che si guadagnano una citazione per riempire il vuoto e il silenzio di una città che non produce, che non ha economia, che non ha ancora raggiunto il fondo perché lo stesso continua a spostarsi sempre più in basso.

Voglia d’estate, di gioco e divertimento, l’animazione agita le feste per i bambini con un microfono e due casse acustiche, il palco, i palchi vengono montati e smontati, poi ci sono i tecnici, le organizzazioni, le associazioni, le culture di una città che sembra proprio essere l’immagine di una vecchia puttana che offre sesso orale per pochi euro. Tanta agitazione per l’estate, tanta quanta merita un popolo di beoni silenziosi, questo popolo che si è fatto derubare di ogni cosa eppure continua ad essere prono ad ogni potere, continua a questuare favori, dimenticando i diritti, l’accesso ai servizi, la vivibilità.

Il circo è stato montato e nella pista sotto il tendone si alternano maghi e giocolieri, ballerini e nani, si alternano artisti con le pezze al culo e la folla vociante ride e soffoca il dolore annegandolo nel sudore. Magliette bagnate di sudore acido, pensieri annichiliti dalle note impossibili della band del quartiere, poi il piano bar e, dio c’è, il karaoke dove lungo la notte si alternano aspiranti x factor, gente che ritornerà nelle loro case, nel silenzio della notte e l’indomani non avrà nessuna idea di come sbarcare il lunario.

Il palco, le luci, il premio e le produzioni letterarie, poi l’ape con la frutta all’angolo della strada, il parcheggiatore sulle strisce blu, le periferie che cadono a pezzi, le frazioni dimenticate, i lavoratori non pagati, una montagna di lavoro nero, sfruttato. Sbattimento per dieci euro al giorno per sentirsi chiedere “ungafè e ‘mpocu d’acqua”.Ogni cosa si agita in questa pop e torrida estate acitans, ogni cosa diventa festa mentre il fallimento e la tristezza del quotidiano viene rimandato, come sempre, a settembre.

(mAd)