La scrittrice e giornalista Maria Cristina Torrisi, ripresenta ad Acireale, il suo romanzo “Prigioniera”.

Il conte Ferdinando Manforte s’innamora di Edga. La sposa per possederla e proteggerla dal mondo esterno, una società che egli vede corrotta e corruttibile a causa dell’infedeltà della donna.
Edga, dopo la morte dei genitori, cresce con gli zii e, contro il volere della famiglia, sposa l’uomo di cui è follemente innamorata ma che, dopo le nozz avvenute in gran segretezza, la terrà segregata in cada “prigioniera”.
Don Ferdinando, che da marito affettuoso, si trasformeràben presto in consorte possessivo e austero, cela un terribile segreto che da vittima lo rende carnefice, preda di deliri di un ricordo lontano, quando ancora giovinetto, assistette all’omicidio della madre fedigrafa e al suicidio del padre.
Riuscirà Edga a scoprire i segreti nascosti tra le mura del castello del conte e a fuggire da una realtà opprimente?
( Maria Cristina Torrisi. “Prigioniera”)

Serata all’insegna della cultura quella di sabato scorso nella Sala Costarelli di Acireale, che ha visto come protagonista assoluto il romanzo “Prigioniera” della scrittrice e giornalista Maria Cristina Torrisi.
Una sala attenta ascoltava con interesse le letture di alcuni brani del libro, interpretati magistralmente dal bravissimo attore Luca Lisi, che, senza perdere se stesso, ha fatto propri i personaggi, esternando le loro emozioni attraverso la sua interpretazione. Il risultato è stato eccellente, i presenti catturati da questa magnifica interpretazione che ha aggiunto valore al romanzo stesso.

Un libro che vide la luce nel lontano 2013 e che ha dato tanto alla scrittrice Maria Cristina Torrisi a livello interiore. Un romanzo che, grazie alla bravura dell’autrice, porta il lettore a vivere un periodo storico diverso dal nostro. “Prigioniera” è infatti ambientato nei primi anni del 900 in una Italia di altri tempi, e non è certamente facile immergersi in un primo momento nella lettura di un romanzo storico, ma una volta immersi tra le pagine del libro, grazie alla bravura della scrittrice che riesce a coinvolgere e conquistare il lettore con una narrazione capace di esprimere sentimenti ed emozioni, la lettura diventa facile e il lettore viene accompagnato con delicatezza nelle trame del romanzo.

Cristina Torrisi, con questo romanzo, si guarda dentro per dare voce alle proprie emozioni, alle proprie passioni e con estrema dolcezza mostra al lettore anche le proprie fragilità.

Che un romanzo sia fatto di parole potrebbe sembrare scontato ma, in realtà, la sensazione che si prova leggendo le prime pagine di “Prigioniera” è che le parole abbiano trovato la loro essenza e densità, un’armonia perfetta in cui collocarsi, un disegno preciso e articolato in cui traspare tutta la sensibilità della scrittrice.

L’amore è il sentimento più importante, ma non può essere mai accostato alla parola violenza perchè questa produce dolore, sofferenza, e queste due parole, “amore e violenza”, non possono e non devono stare vicine perchè la violenza non ha nulla a che vedere con l’amore, con il rispetto.
Bisogna saper valutare, nelle parole, la differenza tra i sentimenti puliti dell’amore e quelli malati di chi distrugge un sentimento trasformandolo in odio. Bisogna togliere dalle storie d’amore le parole violenza, possesso, malvagio, perchè queste purtroppo si sviluppano e l’ “orco cattivo” prende spazio nella vita della sua vittima togliendole dignità. Ecco che la brava scrittrice Cristina Torrisi, con questo romanzo ci descrive un amore malato che si trasforma in violenza, in orrore. Un amore che genera odio e dolore, distruggendo tutto quello che di bello si è vissuto con una forza distruttiva inaudita.

Ho incontrato la scrittrice Maria Cristina Torrisi, poco prima della presentazione del suo romanzo, molto emozionata come se fosse alla sua prima presentazione: “Questa non è la prima volta che presento questo romanzo, ma è un libro che mi ha dato molto e tantissime soddisfazioni, soprattutto nell’universo femminile, perchè racconta la violenza piscologica tra le mura domestiche.
“Prigioniera” è la rivisitazione di una famosissima fiaba, “Barbablù” di Charles Perrau, e in questo caso Barbablù, rappresenta non soltanto il mostro cattivo che plagerà la protagonista, Edga, ma rappresenta in un certo senso il lato oscuro di ognuno di noi, cioè quello che non ci permette di poterci difendere dalle trappole dell’assoggettamento. Quando noi donne, purtroppo, diventiamo deboli e fragili davanti a colui che crediamo possa essere l’amore e che poi, tardi, ci rendiamo conto che non lo è.
Questo libro mi ha arricchita enormemente e mi ha regalato la consapevolezza che siamo individui fragili, certamente, ma capaci di creare una propria autonomia basata sull’autostima e sul rispetto di se stesse.”

I romanzi di Maria Cristina Torrisi

“Le Due Primavere” (1993, Galatea edizioni. Adottato come libro di narrativa per ragazzi in diverse scuole medie del territorio).

Una magnifica storia d’amore ambientata nel 1839.
Calandosi nella realtà dell’800 acese, l’autrice fa rivivere il piccolo borgo marinaro di S. Maria La Scala, animandolo con tartane e paranze pronte a salpare cariche di mercanzie; le Chiazzette con l’antica Fortezza del Tocco, a quell’epoca già distrutta; il centro storico della città con Piazza S. Vito attraversata dalla polverosa diligenza proveniente da Messina e diretta a Catania…
…La fedeltà alla realtà ambientale e storica, narrata attraverso i discorsi dei protagonisti e le loro azioni, fa rivivere grandi e piccoli avvenimenti come il colera del 1837, la successiva visita in Sicilia di re Ferdinando II e di sua moglie M. Teresa, lo sbarco dei Mille, l’Annessione e le elezioni per il nuovo Parlamento.
Il vasto panorama del porticciolo di S. Maria La Scala ratteneva i silenziosi pensieri di Giacomo mentre i calesse, trainato da uno splendido baio, s’inerpicava verso Aci Reale.

“Oltre la memoria” (1996, A&B edizioni. Adottato come libro di narrativa per ragazzi in alcune scuole medie del territorio).
In questa seconda prova, Maria Cristina Torrisi affida ad un diario, puntualmente registrato dalla protagonista, il compito di narrare angosce e gioie, cedimenti, debolezze e prove di forza e di coraggio attraverso le quali si dipana, giorno dopo giorno, la vita di Sarah, tutta tesa, dopo gli anni tristissimi della sua giovinezza, a recuperare, attraverso il ritrovato abbraccio con la figlia Nadia, la propria identità di donna.
La vita si frantuma, attimo dopo attimo: anche noi ci sgretoliamo, fino a perdere la memoria di noi stessi. C’è qualcosa, tuttavia, oltre la memoria, che ci appartiene. Qualcosa che ci fa diventare noi stessi.

Dal Diario: scritti del 1910
Sono trascorsi quattro anni da quando non ho più scritto pagine di diario e tante cose sono cambiate…
Sento il bisogno di rivivere momenti trascorsi e la mia mente vaga fino ad approdare in un luogo…Napoli, primavera del 1908: da pochi mesi avevo fatto ritorno a casa dopo il terremoto che aveva raso al suolo Messina, città che zia Betty amava molto.

“La Grande Aquila” (1999, Greco edizioni. Vincitore del Premio Superprestige nel Concorso Internazionale di Roma “Scrittori per il terzo millennio” e del I Premio di Narrativa nel Concorso Nazionale “Jonella Strano”).
Baldassarre, duca de la Rochelle-Montfort, cavaliere crociato, rientra in Francia con l’unico desiderio di rivedere Bianca, la donna amata.
Si scontrerà con eventi che lo porteranno a contatto con una realtà al di là dell’immaginazione.
A guidarlo alla ricerca di una felicità negata sarà la Grande Aquila, custode della coscienza del Cavaliere e simbolo guida del suo spirito tormentato. Con la magia delle apparizioni il grande rapace spiegherà le sue ali in alto…

…Al chiaror della luna, Baldassarre si carezzò la lunga e folta barba ricciuta mentre il severo e penetrante sguardo mirava lontano, perdendosi, col suo triste umore, in chissà quale riflessione…
Egli stava accasciato, ai piedi di un albero di quercia, per far riposare il corpo ferito. Era rimasto vittima di un agguato quando mancava poco per giungere al suo castello, al quale faceva ritorno dopo aver partecipato alla Crociata.

“Gretha” (2003, Bohémien edizioni)
Gretha, giovane orfana, viene accolta da un’aristocratica famiglia corsa, all’interno della quale si dipanano i più umani ed antichi sentimenti: l’amore, l’odio, la gelosia, l’invidia.
La giovane cresce in compagnia della coetanea paolina Bonaparte, presso un amato focolare domestico e sotto la protezione di Giulio di Montevecchio,
Il “Belvedere” è ciò che di più bello lei abbia mai potuto ammirare, ma dovrà lasciarlo per tristi avvenimenti che manovreranno incontrastati il suo destino.

5 dicembre 1804
Un volto ovale, sorridente, incorniciato da lucenti riccioli neri che, frivolmente acconciati, ricadevano appena sulle spalle di una giovane donna.
Lo sguardo fiero evidenziava degli occhi grandi, di un colore fuggevole e cangiante tra un blu notte ed un grigio cupo.
Su una dormeuse era adagiato il corpo snello di Paolina Bonaparte, intenta a staccare dal grappolo d’uva tenuto in mano i chicchi da portare alle labbra. Indossava un candido abito di veli, la cui cintura le si fissava sotto il petto sottolineandolo in maniera sobria. Il vistoso decollété, che metteva in risalto la purezza del suo incarnato, veniva trattenuto da due preziosi cammei, con cura appuntati sugli omeri, così come era stato il desiderio di Paolina.
Le sue fattezza erano di una venustà tale da essere paragonate a quelle della dea Venere, l’antica divinità italica simboleggiante la Primavera, la Bellezza, la Grazia…

“La vite e il tralcio”, Il suo nome era Jesus (2009, Bohémien edizioni)
Nabeel Hassan, protagonista del romanzo di Maria Cristina Torrisi, ci ricorda con semplicità e coraggio che, nella nostra fede, i pochi anni su questa terra sono parte di un più grande evento che si estende molto al di là dei confini della nostra vita. Possiamo stringere patti d’amore che vadano a raggiungerci nell’Infinito.

Pochi chilometri da Gaza, campo profughi…
Il grigiore delle strade polverose e la desolazione che ne derivava dipingevano, anche tra le mura delle abitazioni fatiscenti, l’orrore della morte. Eppure, in quel contesto buio, quattro ragazzi, furtivamente, avevano trovato il coraggio di uscire dalle loro case, che si trovavano vicino Deir al-Balah, a poca distanza dalla basa Kussfim.
…Nabeel Hassan, di nascosto come i suoi amici, era da poco uscito per incontrarsi con loro e li aveva trovati sulla strada: con Ammar, Jesa e Azhar ritrovava l’antica vivacità d’animo. Insieme cominciarono a corteggiare la palla, a rincorrerla…d’un tratto, le loro grida furono risucchiate in un’altra dimensione in cui il tempo sembrò essere infinito…l’odore acre della morte aleggiò su quattro corpicini. Solo uno, gravemente ferito e mutilato, aveva ancora orecchie per udire…il suo nome era Nabeel Hassan e aveva dodici anni…
Si trovava adesso su un piccolo monte roccioso. Era il Gulgoleth.

Graziella Tomarchio