La scuola, la distanza e l’ipocrisia.

La scuola a distanza è un problema che si somma ad altre questioni mai risolte e mai affrontate né dai Ministri, né dai Dirigenti Scolastici e men che meno da tantissimi insegnanti.  La crisi della crescita intellettiva è per buona parte dovuta alle diffuse modalità elettroniche e agli algoritmi che sono il vertice ideologico dei social media. Poche parole, molto conflitto che genera “traffico” e tante immagini che poco impegnano le menti. Le parole diventano un orpello secondario quando bastano due righe di titolo per saziare l’appetito delle giovani menti, la ricerca stilistica nell’esprimere il pensiero è sottomessa alla potenza dell’immagine e tutto si deve risolvere in quindici, venti secondi di concentrazione. Eppure i tempi di concentrazione sono alla base dello sviluppo dell’area cognitiva per cui quando il mondo elettronico impone la velocità di applicazione allora l’involuzione è servita con la naturalezza di un clic. Ecco perché la didattica a distanza rappresenta (seppure in periodo di pandemia possa apparire una necessità) la dissoluzione del concetto stesso di scuola perché genera lontananza, ripropone applicazione intellettiva veloce e pone, ancora una volta, i nostri giovani e giovanissimi davanti ad uno schermo mentre le loro menti girovagano nell’universo dei pixel. Un disastro, una catastrofe epocale che lascia sul terreno giovani neuroni.

Eppure e malgrado tutto, in questi anni di pandemia nel mondo della scuola ci si è concentrati a trovare soluzioni che non hanno portato ad alcun risultato concreto. Dai banchi con le rotelle, al distanziamento mai attuato, alla riduzione del numero di studenti per classe anche questo mai messo in pratica,  fino ad arrivare alla vaccinazione obbligatoria per gli operatori della scuola e all’uso di mascherine buone solo per soffiarsi il naso. Argomenti emergenziali che non hanno risolto la questione dei contagi né l’insicurezza che tanti operatori scolastici vivono ogni giorno quando devono restare chiusi per ore in classe pullulanti di studenti che tengono la mascherina sotto il naso, che si affollano sopra gli autobus, che socializzano naturalmente prima dell’ingresso a scuola, durante la pausa e alla fine delle lezioni. Insomma tutto quello che si è proposto non ha avuto successo perché non poteva averne e le soluzioni pensate e messe in campo sono solo delle azioni a risparmio economico e improduttive.

Bisognava fare ben altro. Bisognava certamente, non adesso ma decenni fa, riorganizzare e rifondare l’architettura scolastica. Pochi sanno che l’80% delle scuole non è a norma, che molti istituti non sono dotati di palestre e mense, che in tanti altri piove dentro le aule e nei corridoi, che crollano pezzi di tetto e che sedie e banchi sono merce di modernariato dove costringere per cinque, sei ore giovani e bambini all’immobilità. Pochi sanno che gli insegnanti non lavorano diciotto ore settimanali ma molto di più e che la loro età media è di cinquantacinque anni. Una classe insegnante stanca e strutture scolastiche pessime e inadeguate per lo sviluppo cognitivo e per la divulgazione delle conoscenze. Questo è il dato ed il problema.

Certo la didattica a distanza è uno schifo che riproduce lo schema della pseudo efficienza ma di fatto potenzia solo l’incapacità al confronto e alla concentrazione, così come l’alternanza scuola/lavoro che è certamente un sostegno gratuito e volgare alla società dell’iperproduzione e del consumo. Povero Borges, mai compreso, quando affermava che la scuola deve tenere una profonda distanza dal mondo del lavoro e deve agitarsi quando tutto è fermo e rimanere salda quanto tutto si agita.

Adesso Ministro, Dirigenti Scolastici, insegnanti, studenti e genitori si confrontano sulla dad, ci si divide per un tema che non avrebbe senso se le nostre scuole fossero davvero adeguate allo studio e se negli Istituti scolastici si producesse approfondimento culturale e spirito critico. Invece siccome la necessità del potere è far crescere sudditi ubbidienti, insegnanti malpagati e demotivati e dirigenti che pensano solo al marketing ecco che la minestra è servita. Si continua a discutere a valle delle questioni mentre, lassù, tutto crolla sotto il peso dell’incultura.

(mAd)