L’ALBERO SICCU SICCU E LONGU LONGU di Graziella Tomarchio (Na Scinnuta du Sabbaturi)

albero-natale

Ripenso a quell’albero siccu siccu e longu longu, tutto spennacchiato che mia madre ci preparava nel salotto di casa e che poi ‘mbicava nell’angolo tra i due divani color porpora. Accussì non era ammenzu e pedi.

Un solo filo di lucine colorate a forma di stelline e, siccome mia madre è sempre stata una stangona di centoquaranta centimetri cu tutti i scappi, il filo di luci non partiva mai da sopra a scendere fino a giù, ma patteva sempre di unni cià arruvaunu i vrazza già stirati e quindi da metà albero. C’è pure da dire che il filo non era come quelli che si trovano oggi con tantissime lucine. Il nostro ne aveva solo dieci e ogni anno stavamo con gli occhi chiusi e con le palpitazioni affinché lei, la stangona, non metteva la spina nell’interruttore e aspettavamo la frase mitica che era… “biiiiiii… addumaruuu macari st’annu”. E meno male perché se non si accendevano le luci non gliele avrebbe più tolte per quell’anno. Mia madre avrebbe detto: “siii, vabbeni, ora strammu tutti cosi pu filu ca n’adduma? Bonu è, appoi l’anno prossimo ‘ncasu saccattunu chiddi novi”.

Ma quannu s’arrivaunu addumari di deci, fitusi lampadini era in quella casa grande festa, applausi e tutti noi bambini ca sautamu di divanu a nautru du preiu. Dopo due ore dedicate solo al filo luminoso, mettilu di ccà, tirulu di ddà picchì sutta è o scuru, finalmente si poteva addobbare l’albero. Con molta cura, mia madre tirava fuori da uno scatolone verde pistacchio gli addobbi più belli e zuccherosi del mondo: le palline in vetro soffiato trasparente con finissime decorazioni argentate o dorate, (ma quanto erano belli quegli addobbi, ormai non se ne vedono più in giro neanche a pagarli a peso d’oro); c’erano i piccoli babbi natale che sembravano di zucchero e le palline rosse e dorate luccicanti che appena ne cadeva una a terra si faceva in mille pezzi. Diciamo che di queste povere palle, solo per il gusto di sentire quel delizioso e dolce rumore, sssscccciiiuuussssssss, quando arrivavano sul pavimento, ne abbiamo massacrate almeno due o tre l’anno. In effetti facevano più impressione le grida di mia madre quando arrivano a terra che quel sano e sadico piacere che provavamo nel vedere la pallina in mille pezzi. Si procedeva pian piano con l’addobbo, eravamo una catena di montaggio, sei figli più mia mamma. Io era addetta a pescare da dentro la scatola. Guardavo, ammiravo e m’incantavo a guardare queste palline zuccherose. Dopo c’era mio fratello Orazio che prendeva la palla, le faceva fare due tre voli nella speranza che cadesse a terra. Subito c’era pronto mio fratello Giuseppe soprannominato ‘lo scienziato’. Prendeva la palla e ci faceva l’analisi logica e illogica, iddu d’intra ci videva sempri qualcosa. Pronto chi manu apparati c’era mio fratello Giovanni, fissatu fino a 15 anni a giocare con le biglie di vetro a terra. Mentre mia madre era girata ad appendere gli addobbi, si ittava ‘nterra, metteva la pallina di vetro zuccherosa sul pavimento e con le dita puntate era ncoppu: ttièèènggg! cià tirava a mio fratello Alessandro che, ittatu ‘nterra pure lui nell’altra estremità della stanza, acchiappava al volo, si suseva velocemente, si scutulava i robbi e, subito pronto, con sorriso da iena, e come se niente fosse successo, gliela porgeva a mia madre che nel frattempo era stata girata verso l’albero per circa mezzora p’appeniri na pallina. Na tuttu stu manicomio mia madre cantava le canzoni natalizie: “Tuuu scendi dalle stel… proimi a pallaaaa…. lleeeeeeeeeeee.. oh mio beaatooo.. Oraziooooooo rumbi qualcosa ca ti staiu ammazzannuu.. e quanto ti costòòò l’averci amaaatooooooo… oh bambinooo… vadda vaddaaaa ittatu ‘nterraaa, susiti ca ti staiu unghiannu comu npalluni.. susitiiii…. mio divinoooooooo… ah, ora appena veni to patri ciù dicu iù comu mi stati aiutannu… oh bambino mio divinoooo…. Tutto questo teatro durava un pomeriggio intero fino a sera. Dopo s’arricugghieunu i barattelli, si sbarattava u salottu e finalmente l’albero era pronto.

Ma quanto era bello quell’albero tutto spennacchiato e con pochissime lucine. Era solo nostro. Ci univa, ci faceva stare insieme, ci faceva sentire al sicuro. Dopo cena ci riunivamo tutti in salotto, con accese solo le 10 fituse lampadine dell’albero e cantaumu tutti i canzuni di Natale, fino a quando non cominciavamo a svenire addormentati uno dietro l’altro e ci portavano a letto.

Questa specie di novena natalizia durava, dalla sera che veniva allestito l’albero e il presepe, fino alla notte magica della vigilia quando a mezzanotte, stavamo al buio, tutti seduti davanti all’albero e al presepe e cantavamo a squarciagola “Tu scendi dalle stelleee… sutta ‘npedi di patacca…, oh bambino mio divino…”. Fino a quando mio padre si alzava e ci diceva: “Shhhhh, vediamo si nasciu u bammineddu”. Andava a guardare dentro la mangiatoia, piano, piano. Noi tutti in silenzio che aspettavamo il suo: “no, no, non è ancora nato”. Si ossittava nautra vota: “Avanti, cantamu nautru pocu e videmu si nasci stu bammineddu”. E attaccaumu “Tu scendi dalle stelleeeee… ohhh bambino mio divinooooooo ..sutta npedi di patacca c’è Maria ca tira l’acquaaaa…” Dopo un po’: “avanti, videmu si nasciu?” Tutti noi ormai stanchi motti: “Siiiiiii!”. Mio padre: “Shhhhhhiiiiiiiiiii. Silenziooo…”. Si alzava nuovamente, si avvicinava, e di nascosto metteva il bambinello, ehh finalmente diceva: “Siiiiiiiiiiiiiiiiii! Nasciuuuuuuuu!” Applausi davanti al presepe, tutti felici ci avvicinavamo per guardare il bambinello appena nato. E mia madre: “Vaddati, vaddati che bedduuuu… è biondo”. Con immensa delicatezza, come solo una madre sa fare, lo prendeva dalla paglia dove era adagiato e, come se stesse prendendo un bambino dalla culla, si avvicinava a quel bambinello di cera per baciarlo e, con religioso rispetto e per quello che rappresentava in quel momento, uno ad uno, ce lo faceva baciare a noi bambini. Infatti, poviru bamminu era tuttu spaddatu di quanti vasuni acchiappau in tutti quegli anni della nostra infanzia. Dopo, con la stessa delicatezza, lo rimetteva nella paglia e ci diceva: “ora facemulu dommiri, fozza cantamu nautra canzunedda ppù bammineddu”. Stavolta tutti all’impiedi, come soldatini, davanti al presepe a cantari l’ultima canzoncina. Iniziava mio padre con il vocione ca si puttava a testa. “Ehh nasciuuu lu bamminedduuuu senza nfilu di capiddu e cu ‘nfilu ca n’aveva comu l’oru ci stralucevaaa.. Fai la ninna fai la nanna dormi fra le braccia della mammaaaa…”. A quel punto mia madre e mio padre accendevano la luce e ci facevano gli auguri baciandoci con tanto amore. Era già Natale!

(Graziella Tomarchio)