Manuale di Dissesto Idrogeologico per Bagnanti – Edizioni Il Mulino

La recente ordinanza della regione Sicilia che vieta la balneazione in quasi tutta la costa adiacente alla Timpa di Acireale, ha lasciato perplessi i cittadini ed in parte anche gli specialisti, proviamo a capire da cosa deriva.

La nostra meravigliosa Timpa di Acireale è la parte emersa di una grande macro faglia regionale, conosciuta ai più come “scarpata ibleo maltese”, che isola due grandi placche mediterranee generando un gradino morfologico su cui sono impostate numerose colate storiche e preistoriche del nostro vulcano, in parte consolidando i terreni sottostanti ed in parte creando ulteriori fenomeni di dissesto dovute alla fratturazione da raffreddamento delle colate.

I flussi che anche in epoca storica recente hanno interessato la scarpata della timpa, sono intervallati da strati di terreno meno coerente, da materiali piroclastici e da paleosuoli che vengono rapidamente erosi dagli agenti atmosferici, creando numerosi gradini a sbalzo da cui nel tempo, si sono distaccate porzioni delle colate massive generando frane di crollo locali e puntuali.

I nostri avi, conoscevano bene il fenomeno ed avevano imparato a conviverci utilizzando l’agricoltura a terrazzamenti che stabilizza i pendi e riduce l’erosione, creando terrazze coltivabili in cui nei secoli si sono alternate numerose colture tra cui il ficodindia, il limone, la vite, l’olivo ed altre specialità autoctone che come scolpiva Mons. Calanna nelle rocce della Gazzena “beneficarono questa terra”.

Tale attività di cui oggi troviamo traccia solo dopo gli incendi, aveva riprofilato un territorio instabile per natura, permettendo la convivenza e la coesistenza degli uomini e della natura per secoli.

L’abbandono dell’agricoltura nel dopoguerra e la presunzione della protezione integrale di un’area che è stata da sempre manipolata dall’uomo, ha generato l’abbandono dei terrazzamenti lasciandoli esposti al dilavamento delle acque superficiali, dei roghi dolosi, del pascolo abusivo e di tutte quelle componenti che riducono la stabilità di un versante creando il dissesto di cui oggi leggiamo nelle carte bollate che la nostra regione puntualmente ci invia.

Negli anni 70 e 80 il raddoppio ferroviario  da parte delle Ferrovie dello Stato con l’abbandono delle gallerie della Timpa in favore del nuovo tracciato e la realizzazione della statale hanno ulteriormente cronicizzato il dissesto, scaricando tutte le acque superficiali raccolte dalle nuove infrastrutture sul versante sottostante,senza creare opere di regimentazione idraulica, adeguate anche in relazione all’aumento delle portate liquide che arrivavano dagli insediamenti urbani soprastanti in pieno sviluppo caotico e senza regole.

Le vecchie aste torrentizie naturali di Malascesa, Pietra monaca, del Martinetti, ricevettero e ricevono tuttora, enormi quantità di acque superficiali luride e turbolente, che erodono i terrazzamenti e provocano il crollo dei blocchi sugli abitati sottostanti.

Numerosi gli interventi del Genio Civile degli anni 80 e 90, costantemente osteggiati dagli ambientalisti e conseguenti ai numerosi crolli sulla scuola elementare di Santa Maria La Scala, sul Mulino Vasta, sulla sorgente Miuccio, sulla via Tocco ed in molte altre zone della Timpa, tra le quali la più imponente è l’enorme frana attiva di S. Caterina che ha dislocato milioni di metri cubi a mare e sulle cui origini ci sarebbe molto da discutere.

Questi interventi hanno arginato in parte i problemi di crollo, ma ha hanno interessato una porzione piccola del versante e nonostante i numerosissimi studi del rischio confluiti nel Piano di assetto idrogeologico PAI, sono pochissimi i progetti di consolidamento attualmente in attesa di finanziamento.

Il rischio per le popolazioni è certamente alto, probabilmente molto più alto di quello a cui incorrono i bagnanti almeno nelle zone di Scala, in cui l’intera costa è coperta dalle abitazioni e dalla via Tocco in parte protetta da barriere paramassi ed altri interventi.

Sicuramente più alto è il rischio al di fuori del centro abitato, in cui solo l’anno scorso una grossa frana ha interessato la costa della grotta delle Palombe e l’area della frana di S. Caterina costantemente in movimento.

La strada corretta è quella del censimento del rischio, in larga parte già fatto, e del successivo consolidamento dei terreni ancora lontanissimo dal raggiungimento degli obiettivi di sicurezza sufficienti a garantire la fruizione delle nostre coste.

E’ comprensibile la precauzione dei solerti funzionari pubblici che in presenza di rischio accertato chiudono gli accessi, ma è altrettanto auspicabile l’impegno politico e tecnico per poter eseguire le opere di consolidamento necessario a ridurre quel rischio e per le quali esistono enormi disponibilità economiche nei fondi europei, nel Patto per il Sud ed in altre linee regionali  di finanziamento.

Migliaia di anni dopo di fatti narrati da Ovidio nelle Metamorfosi e da Omero nell’Odissea, siamo ancora qui a trovare soluzioni per i massi scagliati dalla costa sugli uomini incauti che transitano per le nostre coste.

Fabio D’Agata