Pagana: «Che orgoglio rappresentare Acireale. Vincere non è mai scontato, il nostro un percorso straordinario»

Il calcio è uno sport fantastico, in grado di unire sotto un unico tetto miliardi di persone. E’ lo sport più bello del mondo e come tale non c’è niente di meglio che parlarne e scambiare opinioni con chi del calcio ne ha fatto la propria ragione di vita. Piccolo di statura, ma dentro di sè un’enciclopedia calcistica in formato max. Uno di quelli che, se ami il calcio, quando parla resteresti ad ascoltarlo ore ed ore, magari prendendo pure appunti per allargare i propri orizzonti con visioni concrete, di chi il calcio l’ha vissuto davvero. Parliamo di Giuseppe Pagana, tecnico di un favoloso Acireale a cui abbiamo rubato solo mezzora del suo tempo, ma a cui ne avremmo rubato molto di più molto volentieri. Un personaggio un po rock e un po musica classica, come quando da calciatore svolazzava in mezzo agli avversari con un passo di danza, ma con la cattiveria agonistica di un leone. Oggi l’ex Maradona dell’Etna non guizza più coi dribbling, ma costruisce imprese stando dall’altra parte del campo: in panchina. Se per lui l’Acireale in D rappresenta il massimo, è pur vero che anche Giuseppe Pagana per la D ne è forse il massimo esponente della sua categoria. D’altronde, se tutto ciò che tocca con mano diventa oro, un motivo ci sarà…

-Mister, i risultati ottenuti fin qui sono straordinari, ma possiamo dire che la straordinarietà sta nell’esser riusciti ad amalgamare un gruppo totalmente nuovo fin da subito?

«Fa piacere che si sottolineino i risultati ottenuti in relazione alla costruzione della squadra. Spesso nel calcio quando si vince, si pensa che sia tutto scontato, ma non è affatto così. Dietro c’è lavoro, c’è sacrificio, c’è tanto. Questa squadra ha vinto tutte le partite col solo incidente di domenica scorsa, ma si tratta di una squadra costruita in due mesi e per intero. Molti di questi ragazzi non si conoscevano neanche, altri venivano da un’annata in cui avevano giocato poco o avevano giocato altrove. Non era semplice partire così forte, averlo fatto significa che i ragazzi hanno lavorato benissimo»

-Fin da subito ha messo il tifoso al primo posto, dicendo che bisogna scendere in campo e rendere orgogliosa la tifoseria. Diciamo che quest’inizio di stagione è la perfetta applicazione della teoria alla pratica…

«Si, ciò che chiedo ai ragazzi è di rendere orgogliosa la gente che ci guarda. Conosco la piazza di Acireale e so quanto i tifosi siano legati a questa squadra, per loro è tutto. E’ una città con una forte identificazione territoriale e io ho la fortuna di rappresentarla. Quando si va in campo le partite si possono vincere, pareggiare o perdere, perchè ogni partita ha una storia da raccontare, spesso fatta anche di episodi che la determinano. Ma ciò che non deve mai mancare è la massima abnegazione: se dai tutto, il tifoso sarà felice indipendentemente dal risultato. Poi parliamoci chiaro: togliendo Palermo e Messina che per storia sono superiori, l’Acireale ha un blasone fin troppo importante che va onorato sputando sangue»

-Quando si ha una rosa già definita a disposizione si può pensare di adottare un modulo in base alle caratteristiche dei calciatori. Ma quando, come nel caso dell’Acireale, si costruisce una squadra per intero, si parte da un’idea di modulo e da lì la ricerca dei profili migliori per quell’idea?

«Sai, sono tanti i fattori da considerare al momento della costruzione di una squadra. Qui siamo in un caso limite, perchè siamo partiti da una vera e propria rifondazione generale. Magari inizialmente si può partire da un’idea di fondo, poi si vive anche di opportunità e di conseguenza di ciò che hai a disposizione. E’ chiaro che gli under hanno un ruolo chiave in tutto questo. Se hai under importanti in attacco, cambia tutto. Se hai under importanti a centrocampo, cambia tutto. E così via. E’ difficile costruire per intero, ma allo stesso tempo bisogna farlo con criterio. Direi che ci siamo riusciti alla grande fin qui»

-Fin qui spesso e volentieri i cambi sono risultati importantissimi. Quando lascia in panchina un calciatore, in alcuni casi la scelta può essere dettata non tanto dal valore tecnico inferiore rispetto a chi gioca titolare, quanto invece dall’impatto che un calciatore può avere a partita in corso?

«Certamente il tifoso guarda le caratteristiche singole dei calciatori, io però devo badare molto anche alla loro utilità in funzione della squadra. Avendo a disposizione una rosa così ampia, ho la fortuna di poter scegliere e di pensare la partita in ottica 90′. Esistono calciatori che per caratteristiche sono meno appariscenti di altri, ma magari offrono più ordine e più garanzie in un minutaggio più largo. Ci sono poi ragazzi con caratteristiche diverse, che ti garantiscono un cambio di passo e di ritmo che a gara in corso può risultare devastante per gli avversari. I cambi esistono e vanno sfruttati bene perchè possono essere determinanti. Dipendesse da me giocherebbero tutti, ma posso mandarne in campo solo 11 e di volta in volta devo scegliere quelli più funzionali»

-Mister, lei mi dà la sensazione del classico allenatore per la quale i propri calciatori darebbero tutto e più di tutto. Il fatto che 5-6 dell’attuale rosa abbiano scelto Acireale anche e soprattutto per la sua presenza ne è la conferma. Come si fa ad entrare in maniera così netta nella testa dei calciatori?

«Per me l’uomo viene prima dell’atleta. Guardo molto il lato umano dei ragazzi ed il rispetto reciproco è fondamentale. Cerco di farli stare bene, di proteggerli durante l’anno, poi quando ci si trova bene con qualcuno, se quest’ultimo si sposta magari sei disposto a seguirlo perchè sai come lavora e cosa può darti. Dico sempre che la vita va vista con gli occhi degli altri e che l’anima va accarezzata, ma per fare ciò non bisogna trattare tutti alla stessa maniera. Nella mia carriera ho allenato ragazzi di tante nazionalità, di diverse culture o religioni, tutto ciò mi ha fatto crescere tanto e capire le situazioni. Un ragazzo africano spesso è più chiuso caratterialmente perchè fin da piccolo ha subito ingiustizie sociali, quindi bisogna usare la carota e cercare di supportarlo per non perderlo. Poi ci sono gli argentini, di carattere forte per natura e con cui puoi anche litigarci, tanto domani si è amici come prima»

-Possiamo dire che entrare nella testa dei calciatori è poi la parte fondamentale (e non scontata) del ruolo dell’allenatore?

«Secondo me è il segreto. Per ogni ragazzo va trovata la chiave giusta, se ci riesci allora ti seguirà sempre e comunque»

-Tempo fa paragonavo questa squadra ad una piccola Atalanta: il modulo (3-4-1-2), rosa giovane, il lavoro degli esterni nella doppia fase e i due intermedi di difesa che agiscono da terzini in fase di impostazione e da mastini di centrocampo al momento di recuperare palla. Il paragone regge? Quali sono i concetti base su cui fonda la sua idea di calcio?

«Il paragone mi lusinga perchè l’Atalanta rappresenta qualcosa di positivo. Si, le somiglianze ci sono, è vero. Gasperini è un allenatore top, anche se talvolta eccede nell’integralismo. A me piace cambiare ogni tanto, magari avendo a disposizione giocatori duttili in grado di farti cambiare modulo. I miei principi? Sicuramente l’idea di base è quella di dominare la gara imponendo le nostre qualità. Dominare non significa surclassare gli avversari ogni partita, ma tenere maggiormente il pallone rispetto a loro e creando trame con velocità di pensiero»

-Quando in rosa si ha un calciatore come Rizzo, essendo un calciatore dalla qualità superiore, possiamo dire con tutta onestà che si cerca di sistemare gli altri 10 in modo che uno così possa esprimersi al massimo?

«Quando hai uno come Rizzo è semplicissimo. Parto dal ragazzo che è eccezionale, perchè si mette a disposizione della squadra senza pensare mai al proprio ego. Anzi, fa pure un’ottima fase difensiva. A tutto ciò aggiungi una qualità tecnica superiore per la categoria. I compagni sanno di queste sue qualità, ma sanno anche che il ragazzo è a loro completa disposizione e ciò rende tutto molto semplice. Al contrario, se stessimo parlando di un ragazzo con qualità ma allo stesso tempo presuntuoso, arrogante ed egoista, sarebbe tutto più difficile»

-In questa prima parte di stagione abbiamo spesso visto giocare in contemporanea Tuninetti, Barcio, Savanarola e Rizzo, tutti calciatori di grande qualità. Come si fa a garantire alla squadra grande equilibrio in fase difensiva?

«Io ho un’idea di calcio ben precisa, incentrata molto sulla qualità tecnica. Quando schieri tutti questi in contemporanea la fase difensiva la fai, e la fai pure bene, tenendo il pallone più degli avversari. E’ la gente tecnica che ti garantisce di tenere palla, di far andare a vuoto la squadra avversaria e di conseguenza di avere poi più energie da spendere. Poi, come è ovvio che sia, ci vuole anche spirito di sacrificio e quando c’è da correre ognuno deve mettersi a disposizione del compagno e della squadra»

-Nelle ultime gare invece la squadra ha dovuto fare a meno di Tuninetti. Quando si sceglie di affidare quel ruolo a Savanarola piuttosto che a Barcio ad esempio, che è un centrocampista di ruolo, è per questione di caratteristiche o perchè si preferisce l’esperienza in quel caso?

«L’assenza di Rodrigo è stata pesante. Non è un calciatore appariscente, ma è uno che detta i tempi di gioco in un certo modo. Non avendo ancora avuto modo di tesserare Joao Pedro, siamo stati un attimino in emergenza da questo punto di vista, ma Peppe (Savanarola) è un ragazzo disponibilissimo. Quel ruolo non è il suo, ma lo ha fatto in carriera e può garantirci una certa qualità, basti pensare al gol di Rizzo a Marsala nato da una sua verticalizzazione. Barcio è un ragazzo interessantissimo, ma affidare quel ruolo ad un ragazzo del 2000 può essere intrigante quanto rischioso allo stesso tempo»

-Ripensando al Pagana calciatore si rivede un po in Savanarola per caratteristiche e leadership?

«Si, rappresenta quel tipo di calciatore lì e mi rivedo molto in lui. Peppe è un trascinatore, basta guardarlo negli occhi per capire quanto ci tenga alla causa. Per lui la fascia di capitano non è affato un motivo di vanto durante la settimana, ma è un motivo d’orgoglio. E’ di Acireale, sa cos’è l’Acireale e trasuda Acireale: tutto ciò lo trasmette ai compagni ed il gruppo riga dritto. Poi, oltre ai grandi valori umani, è un calciatore straordinario»

-Con le regole legate agli under i ragazzi diventano parte fondamentale del progetto. Come si fa a far integrare fin da subito i ragazzi ad un gruppo di grandi?

«Gli under sono fondamentali perchè costituiscono quasi la metà di una rosa, quindi la scelta in estate va fatta in maniera mirata. Diciamo che non è facile inserirli, spesso non hanno mai avuto esperienze in prima squadra ma solo nei settori giovanili. Quando si deve amalgamare un gruppo che comprende così tanti ragazzi, la scelta dei senior diventa imprescindibile. Qui va valutato il lato umano, perchè saranno poi loro che dovranno guidarli. In ogni caso non va promesso mai nulla nè a loro, nè ai loro procuratori. Bisogna che siano loro a dare il massimo per conquistarsi un posto»

-Da calciatore ha fatto una carriera importante nel professionismo ed è arrivato anche in B. Quando si diventa allenatore possiamo dire che la gavetta è importante anche per chi come lei ha fatto tantissimi anni di professionismo?

«Mi è servita tantissimo, ti dico la verità. Il bagaglio di esperienza che ho accumulato allenando nelle serie minori oggi mi permette di capire meglio ogni singola situazione. Chi ha giocato in categorie più alte magari non concepisce errori elementari come il passaggio o uno stop sbagliato, questo accade perchè gli standard a cui si è abituati sono elevati. Io ho vissuto tutte le categorie sia da calciatore che da allenatore e comprendo dove può essere il problema e come si può migliorare perchè ci sono passato prima di loro. Diciamo che la gavetta ha plasmato in me esperienze che oggi mi permettono di far crescere questi ragazzi»

-Ultima domanda: domenica la prima sconfitta stagionale, è tempo di rialzarsi in fretta. Cosa si aspetta dai suoi ragazzi?

«Mi aspetto rabbia, ma una rabbia costruttiva. Perdere dopo un lungo ciclo di vittorie ci può stare, è fisiologico, ma non è certo una sconfitta a far crollare tutto ciò che abbiamo costruito in precedenza. Fin da inizio anno non abbiamo mai venduto fumo, ma abbiamo fatto qualcosa di straordinario. Qui, comunque, nessuno ha mai parlato di promozione, nonostante ciò la nostra sconfitta è stata presa da qualcuno come modo per poter dire “io l’avevo detto”. Questo mi fa sorridere, perchè sono altri a dover vincere obbligatoriamente il campionato, non noi»

Foto: Francesco Barbagallo

Giorgio Cavallaro