Parola al capitano, Savanarola: «Giocare qui per me è come la serie A. Ma adesso ho ancora un sogno da realizzare…»

Occhi di ghiaccio e sguardo che si illumina quando si parla di Acireale. Qualità tecniche da giocatore vero, ma soprattutto una leadership percepibile sulla pelle fin dagli spalti. E’ amore vero quello tra l’Acireale ed il suo capitano: Peppe Savanarola, ragazzo umile e sincero allo stesso tempo e capace di mettere il cuore sempre e comunque. Una storia d’amore che inizia da bambino, quando la leggenda vuole che durante gli intervalli folgori il pubblico coi suoi palleggi infiniti. Poi il ritorno “da grande”, infine quel cerchio che si chiude lo scorso anno con la fascia di capitano al braccio e il ruolo di simbolo della rinascita granata. Tra momento attuale e carriera, abbiamo dunque scambiato quattro chiacchiere col numero 7.

-Peppe, sei su sei compresa la coppa. Direi che come inizio non c’è male…

«Si, rispetto allo scorso anno siamo partiti sicuramente con un altro piglio. Parlo sia a livello personale che di squadra ovviamente. Quando ti trovi a coesistere con un’idea di calcio che si sposa con le tue caratteristiche e con quelle dei compagni, tutto viene da sè. Direi che meglio di così non si poteva iniziare»

-A livello personale cosa è cambiato per te? Lo scorso anno 5 gol ed il primo solo a dicembre, quest’anno 6 gol e siamo ancora ad inizio ottobre. E’ cambiata la posizione in campo o il gioco di Pagana permette di esaltare maggiormente le tue qualità?

«Entrambe. Lo scorso anno ho sposato al 100% il progetto Acireale che prevedeva sacrificio da parte di tutti per cercare di ripartire tutti insieme, per cui non mi è mai pesato trovarmi spesso lontano dalla porta perchè conta principalmente la squadra. L’ho fatto con grande piacere e per l’Acireale, anche se la prima rete è arrivata solo a dicembre. Quest’anno si parte da un gruppo sicuramente diverso, più forte e la mia posizione in campo mi permette di trovarmi molto più vicino alla porta esaltando le mie caratteristiche. Di fatto ho già segnato le stesse reti fatte nella passata stagione. Se lo scorso anno mi sono sacrificato con molto piacere, quest’anno vincere e segnare è ancora più bello»

-Quando si parla delle top del campionato spesso l’Acireale viene etichettata come una sorpresa, quando in realtà la rosa è composta da grandi calciatori. Quanto è stimolante dimostrare sul campo di essere una realtà e non la semplice mina vagante?

«A noi fa solo piacere. Il calcio è pieno di squadre etichettate come possibili sorprese che poi si sono rivelate protagoniste di imprese: il Leicester per dirne una, ma non solo. Ciò non significa che vinceremo il campionato, ma credo che pur essendo all’inizio abbiamo già dimostrato di non essere una mina vagante. Giochiamo bene, vinciamo e facciamo divertire il nostro pubblico, direi che siamo una realtà concreta. Poi cosa dirà il campionato lo scopriremo a fine stagione, ma siamo consapevoli delle nostre qualità»

-Sei uno dei pochissimi reduci della scorsa annata, si respira un’aria di solidità diversa che forse mancava da tanti anni? Si parla finalmente solo di campo e non più di altro…

«E’ una situazione che ho vissuto in prima persona lo scorso anno e posso assolutamente dire è stato difficile. Purtroppo ci siamo ritrovati ad affrontare un enorme problema lasciatoci in eredità da altri e ne abbiamo patito le conseguenze. Un calciatore per rendere al massimo ha bisogno di stare bene mentalmente, che non significa avere a fine mese lo stipendio, ma sapere che la situazione societaria è ottimale. La serenità è tutto nel calcio, soprattutto nelle dinamiche di spogliatoio. Nonostante ciò e nonostante un’annata travagliata sotto tanti punti di vista, credo che quanto fatto da tutti noi, squadra e società, meriti un applauso. Quest’anno siamo invece partiti con un’altra mentalità, dopo aver scontato i problemi di altri, e già dal ritiro si è subito respirata un’aria diversa. Non è un caso che si è partiti forte sul campo, perchè quando si è sereni a 360° tutto riesce meglio»

-Com’è stato il primo approccio con il mister e che allenatore è considerando che fin da subito questa squadra mostrava già un’identità chiara e delineata?

«Fin dal primo momento l’impressione è stata forte. Ho scoperto una persona determinata, che sa ciò che vuole, ma allo stesso tempo schietta e sincera. Da subito è entrato nella testa di tutti noi facendoci capire qual è la sua idea di calcio e toccando le corde giuste in ognuno»

-Notoriamente sei un grande tifoso dell’Acireale, quali sono i ricordi che legano la tua infanzia alla maglia granata?

«Per me l’Acireale era tutto. Quando giocava in casa per me era una gioia immensa ed era il mio primo pensiero fin dalle 8 del mattino. All’epoca ero raccattapalle e avevo la fortuna di entrare in campo, quindi non vedevo l’ora che arrivasse quel momento. In particolare in quei 15 minuti di intervallo tra primo e secondo tempo ero solito palleggiare con altri ragazzini della mia età. I ricordi sono tanti, tantissimi, tutti scolpiti nella mia mente e difficilmente potrò mai dimenticarli. Una della gioie più grandi è sicuramente la vittoria di Catanzaro in cui ero presente»

-Se ti avessero detto che un giorno ne saresti stato capitano e simbolo della rinascita granata ci avresti mai creduto?

«Ci ho sempre sperato fin da bambino, per me l’Acireale rappresenta il massimo. Anche se gioco in serie D, indossare questa maglia e addirittura esserne capitano è come essere in serie A. Essere parte integrante della squadra della tua città e per cui hai sempre tifato è qualcosa di indescrivibile»

-Hai avuto modo di fare la trafila del settore giovanile ad Acireale, poi dopo aver girovagato un po nel 2011 sei ritornato. Che ricordi hai di quell’annata e cosa ha significato per te indossare per la prima volta da calciatore la maglia granata?

«E’ stato sicuramente bello, ma non entusiasmante come adesso. Avevo 25 anni e non c’erano le responsabilità di oggi. Oggi, rispetto ad allora, il mio bagaglio calcistico è sicuramente più pesante e anche in virtù della fascia di capitano le responsabilità sono aumentate. Dico sempre che tante responsabilità corrispondono anche ad un ritorno importante dalla gente. Quando esci e i tifosi ti fermano e ti fanno sentire tutto il loro calore è una sensazione bellissima. Oggi è per me tutta un’altra storia e tutto questo mi riempie di entusiasmo»

-Lo scorso anno com’è nata l’idea di un tuo ritorno? E soprattutto, vista la situazione difficile in cui versava la società per via di vari problemi, quanto è stata decisiva la voglia di indossare nuovamente questa maglia?

«Tutto nasce da una mia pazzia, perchè venivo da quattro campionati di serie D vinti di seguito e ho scelto di sposare in pieno un progetto che di solido aveva solo i punti interrogativi. Era però qualcosa che volevo a tutti i costi, non dando peso nè alla parte economica, nè a quella che sarebbe stata la squadra che sarebbe stata costruita. Ho dato peso solo al nome, Acireale, che per me significa tutto. Io sono così, deciso nel calcio come nella vita: quando prendo una decisione, è quella e resta tale. Oggi a posteriori possiamo sicuramente dire di aver fatto un ottimo campionato, ma quando ho firmato c’erano anche tutti i presupposti per poter fare male. Non mi importava, non ci ho pensato nemmeno un momento e l’ho fatto col cuore. Anzi, spesso le scelte fatte senza ragionare sono quelle che vengono meglio»

-C’era mai stato modo di tornare negli anni precedenti?

«Si, varie volte mi sono ritrovato a parlare con il direttore Leonardo ma per un motivo o per un altro la trattativa non si è mai conclusa. Soprattutto negli ultimi anni i contatti erano stati frequenti, in particolare due anni fa prima di firmare con il Biancavilla e ancora prima quando poi firmai con il Taranto. In quest’ultimo caso direi che fu meglio così visto ciò che accadde a livello societario a causa di persone che al calcio fanno solo del male. La società attuale ha fatto dei miracoli nonostante i problemi ereditati da altri»

-Da capitano qual è la responsabilità più grande che ti sei ritrovato ad affrontare?

«Essere capitano è una bella responsabilità, perchè non significa scendere la domenica in campo con la fascia al braccio ma essere un esempio ed un punto di riferimento per il gruppo. Questo ti porta a dare più del 100% per essere da traino, ma allo stesso tempo ti fa crescere tanto. Ad ogni modo, per quanto grande sia questa responsabilità, per me è un onore»

-Quest’anno la rosa è composta da tanti under e tanti ragazzi sulla ventina, età media 22 anni. Come si guida un gruppo così giovane?

«Ti dico la verità: ho trovato una serietà ed una maturità tale che faccio fatica a distinguere i grandi dai ragazzi. Durante la settimana si allenano con estrema applicazione e la domenica i risultati si notano a vista d’occhio, perchè giocano con personalità da veterani. Questo è sicuramente merito del direttore, che ha fatto delle scelte oculate, e anche del mister che fin dal primo momento li ha fatti sentire importanti. D’altronde, dovendone giocare quattro, i giovani fanno la differenza e noi siamo fortunati ad avere ragazzi validi sotto tutti i punti di vista»

-Riguardo l’attuale campionato che opinione ti sei fatto? Sembra quasi una vecchia C2

«A mio modo di vedere credo che sulla carta possa essere un campionato equilibrato, anche se alcune sono partite un po a rilento in questo inizio di stagione. Sicuramente il Palermo sembra essere la squadra da battere, ma ci sono anche altre società con organici importanti. Alla lunga comunque si delineerà la batteria di squadre che battaglierà fino alla fine. Noi a detta di tutti potremmo essere la sorpresa, ma fin dall’inizio eravamo certi delle nostre qualità e che saremmo partiti bene. La qualità della nostra rosa non è indifferente e sappiamo di avere qualcosa in più rispetto a ciò che si pensa»

-Per le qualità tecniche e carismatiche che hai è un po un rimpianto aver conquistato sul campo la C 4-5 volte, senza poterla mai vivere concretamente se non con qualche piccola apparizione?

«Si, è vero. Ho vinto parecchi campionati ma per mia scelta alla fine ho preferito sposare altri progetti. Ciò che forse mi rimprovero è la mia troppa umiltà perchè in tutta la mia carriera non ho mai badato ai soldi o alla categoria, ma ho sempre scelto i progetti e i contesti giusti per far bene. Pensa che tre campionati li ho vinti insieme al direttore Chiavaro, con gruppi importanti per qualità tecniche e soprattutto umane»

-Un’ultima domanda, qual è il tuo obiettivo stagionale e dove può arrivare questa squadra?

«Questa squadra non deve porsi nessun obiettivo, ma deve guardare avanti partita dopo partita. Il nostro obiettivo deve essere quello di fare bene, di divertirci, far divertire i nostri tifosi e allo stesso tempo quello di pedalare con tanta umiltà. A livello personale, invece, mi piacerebbe arrivare in doppia cifra. Poi non si è mai troppo grandi per avere un sogno, io ne ho uno che preferisco non dire, ma spero che a fine anno possa realizzarsi…»

Foto: FotOttica Consoli

Giorgio Cavallaro