Piccola storia di Jaci – La peste di Messina, 1743.

Nel marzo del 1743 una nave da carico genovese attraccava nel porto di Messina, le autorità sanitarie rinvenivano un cadavere con strani segni, malgrado le rassicurazioni del comandante della nave, l’equipaggio veniva posto subito in quarantena. Le misure intraprese non impedirono un rapido sviluppo del contagio nella città. Nessuno più usciva da casa, molte abitazioni furono bruciate , i cadaveri giacevano insepolti per strada e molti bambini colpiti dall’infezione furono abbandonati dalle famiglie. La peste restò confinata in città e i malati ricoverati nel Lazzaretto di San Ranieri, i morti furono tanti.

Il Vigo sulla peste scriveva: “Quando nel 1743, la peste devastò Messina, Aci – Reale fu salva dal contagio, ma aveva dolentissimo il cuore per il danno di quella celebre e generosa città. Aci e Messina si sono sempre amate, e i cittadini come fratelli si festeggiano; però, come con Catania nel 1669, così nel 1743 praticò con Messina: barche annonarie cariche di ogni sorta di vitto, e più farine e frutta continuo spedì alla città sorella: i messinesi con gratitudine accoglievano il dono, e in ogni caso infausto di Aci, come vedremo ne hanno serbato memoria.

le cronache acesi di Giuseppe Di Mauro Riggio raccontano dell’intervento miracoloso della Beata Vergine del Rosario venerata nella chiesa di San Domenico e delle azioni spirituali condotte dal Padre domenicano Gaetano Valerio che ammoniva del pericolo di contagio. La popolazione acese era preoccupata per la possibilità di contagio dovuta anche all’arrivo di diversi messinesi in fuga. Gli unici rimedioi per arginare l’epidemia rimanevano i cordoni sanitari e l’isolamento dei casi sospetti.

La Madonna del SS.Rosario e i Santi Domenicani

Nel maggio del 1743 le cronache dei PP. Camilliani recitano: ” Accadde in detto tempo, nel mentre infieriva il contagio nella città di Messina, in Aci, nel quartiere dei Suffragio serpeggiava un non meglio identificato morbo epidemico…” Gia da alcuni anni il nobile Don Pietro Barrabini destinava parte del suo patrimonio per l’istituzione di una comunità dei Padri Camilliani in Aci Reale. Nel 1743 la comunità camilliana era ancora incompleta e allo stesso tempo arrivava in città il Padre Cara a sostituire il Padre Olivieri. Il Padre Carrà senza esitazioni si recava nel vicino quartiere per renderi conto della situazione “Si propose il padre Cara, in questa congiuntura, di farvi risplendere l’eccellenza della carità del nostro istituto.”

Altare di San Camillo nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie – Via Galatea
Pala d’altare attribuita ad Alessandro Vasta

I medici erano incerti sulla natura del morbo, non capivano se si trattava di peste o generiche febbri esantematiche. Il Padre dotato di nozioni mediche ” andava perciò spesso a visitare li detti poveri infermi di notte e di giorno e rendeva informati i medici delle qualità delle febbri, delle mutazioni febbri e d’ogni altro accidente occorreva, procurando in tal maniera giovarli ne’ luoghi della corporale salute” e “esortavali con più fervore alla pazienza ed uniformità al divino volere, assistendoli fino alla fine delle loro agonie.” Ad allentare la tensione arrivava la buona notizia che il sospetto di focolai nel quartiere dei “morti” non si trattava di peste ma “affezioni maligne”. I Reverendi PP. Crociferi avevano avuto la possibiltà di dimostrare alla cittadinanza il loro valore unendo alle prestazioni sanitarie i conforti spirituali. La loro presenza al capezzale dei moribondi era rassicurante e rendeva meno penoso il distacco dalla vita mostrando ad essi “il mite e festevole volto del Signore”

bibliografia:

articolo Sicilians – Vitangelo Moscarda

Archivio Generale della Maddalena – archivio dei Camilliani estratto da “I Camilliani ad Acireale 250 anni di presenza 1743 – 1993

Notizie storiche della città d’Aci – Reale, Lionardo Vigo

Memorie storiche sopra la vita del servo di Dio Mariano Patanè – Giuseppe Di Mauro Riggio.

In Copertina: immagine della “Palazzata” del porti di Messina , stampa d’epoca