Piccola storia di Jaci – L’epidemia di colera del 1887

L’epidemia di colera nel 1887 colpì l’intera provincia di Catania e parte della Sicilia provocando migliaia di morti e gravi disagi alle popolazioni. … Ai primi di marzo a Catania si erano avute le prime avvisaglie del morbo. A fine giugno il colera si intensificò espandendosi in tutta la provincia.

Nel mese di marzo, gli acesi seguivano con apprensione le notizie che provenivano dalla vicina Catania. Nel mese di luglio il contagio il contagio esplose a Catania causano tanti decessi.

La Commissione Sanitaria Municipale di Acireale consigliava ” Di Impedire assolutamente che siano introdotti cenci, stracci,ed effetti letterecci usati di provenienza da Catania. Di mantenere una scrupolosa vigilanza sulla pubblica igiene, specie nel quartiere rurale dei Platanj, ove se ne difetta”. Di predisporre nella stazione ferroviaria un locale per “assoggettare i viaggiatori in arrivo da Catania, ad una rigorosa visita medica”. Intanto in centro si rigistravano i primi due casi di colera, due conciapelli residenti in centro, uno in via Santicella e l’altro al Piano Pasini, la notizia si spargeva in città, chi poteva lasciava la citta alla volta della campagna.

Dal 23 al 28 luglio a Catania aveva raggiunto il picco del contagio e i decessi diminuivano mentre in Acireale iniziava la fase acuta in modo particolare in Aciplatani, Santa Tecla e al centro. la Commissione Sanitaria Comunale, composta da Giuseppe Giglio, Rosario Buccheri, Raffaele Arcisiacono e Nicola Musmeci, e l’amministrazione emanavano disposizioni su disposizioni non riuscendo a individuare le cause del morbo. Si realizzava il lazzaretto presso la chiesa della Madonna dell’Edera in contrada sciarelle dove prestavano servizio le suore della Carità.

Durante l’epidemia, mons. Genuardi esortava tutti i cattolici acesi a prestare il massimo aiuto alla popolazione, lo stesso vescovo non curante del rischio di contagio era in prima linea ” Penetrando nei miseri tuguri degli ammalati, esortava quella gente ad aver fiducia nei medici e nei provvedimenti dell’Amministrazione Municipale ha emesso nell’interesse della popolazione”

Mons. Gerlando Maria Genuardi – primo vescovo di Acireale

Non si riusciva a capire e trovare la causa del colera in città, si additavano le popolazioni delle borgate di Acipaltani, Santa Tecla e Santa Caterina ree di mantenere una scarsa igiene della persona e dei luoghi e una promiscuita con gli animali. Il 06 agosto si scopriva la causa del colera. Il quotidiano la “Patria ne dava notizia: ” Sappiamo che l’egregia Commissione sanitaria accertarsi che la frequenza dei casi, nelle contrade Platanj, Mangano di sotto (odierna via Oliveri – via San Piero Patti), Lanzalone, Barracche, ecc. proveniva dall’acqua inquinata, che scende, scoverta da Aci Catena, dispose la rottura e il deviamento di quel corso d’acqua facendo all’uso pubblico alcune cisterne private”. l’epidemia in agosto cessa. Il numero dei decessi su di 83, secondo la Relazione sull’epidemia colerica del 1887 in Acireale (ASCA) cosi suddivisi di 20 in città, 19 a Platanj, 7 a Capomulini e Anzalone, 2 a San Gerolamo, 8 a Santa Tecla, a Zerbate (odierna Fiandaca), 2 a Linera (allora frazione di Acireale), 1 a San Cosmo, 2 a Santa Caterina, 5 a Santa Maria La Scala, 15 al lazzaretto.

Oltre che in Acireale il colera infieriva anche in tanti comuni viciniori , ci sono stati pure dei casi di medici e farmacisti e levatrici che disertarono al loro incarico, tale comportamento fu sanzionato dal pretore del Mandamento di Aci Sant’Antonio a 100 lire di multa e sospensione dall’esercizio della professione per tre mesi.

Come abbiamo visto le cause del colera, nelle nostre contrade, erano la scarsa protezione dei numerosi canali di acqua potabile che in quel tempo scorreva alla mercè degli animali e degli sporcaccioni, infatti il morbo era iniziato con il contagio dei conciapelli che avevano l’abitudine di dissetarsi alle acque che arrivavano all’opificio, ignari che stavano bevendo acqua inquinata.

Dopo l’epidemia tante famiglie di acesi rimasero in miseria, il vescovo Genuarsi con isuoi collaboratori organizzani delle “Cooperative di consumo” con lo scopo di accorciare la filiera e distribuire i generi di prima necessita a prezzo di costo. Mons. Bella al proposito scriveva sul “Zelatore Cattolico” nel settembre 1887: ” Lo scopo immediato della cooperativa è il sollievo materiale della classe operaia, oggi ch’essa soffre attanagliata da mille angustie e balzelli e ladrerie e l’hanno in ogni guisa resa compassionevole. Ma sonvi altri scopi più remoti e meno valevoli, che raccomandano somammente la pratica delle cooperative. Li riduco in due parole, che tutto comprendono: moralizzazione e organizzazione”.

Bibliografia:

Aciplatani tra storia e leggenda – Gaetano Vasta

Le origini della diocesi di Acireale e il primo vescovo – Giuseppe Contarino.

Chiesa della Madonna dell’Edera luoco dove fu realizzato il lazzaretto – foto Michele Alì