Piccola storia di Jaci – “Noi siamo dèi”

La figura di Vito Finocchiaro, giornalista e pubblicista acese, non ha bisogno di presentazioni. Nella pubblicazione postuma di alcuni suoi articolo editi nel volume “Gazebo per poveracci”, sulle orme di Fabrizio Salina nobile gattopardesco, traccia un profilo dell’acese e della sua fortuna di vivere in una città ricca di monumenti e tradizioni. Oggi a distanza di quasi quarant’anni il dott. Finocchiaro cosa scriverebbe della sua città e che profilo traccerebbe dei suoi abitanti?

“Noi siamo déi”: “We are gods”!

Questa frase scultorea Tomasi di Lampedusa mette in bocca al Principe Frabrizio Salina, che spiega, agli ufficiali inglesi dagli scopettoni rossastri e successivamente al cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo, il perchè i volontari italiani di Garibaldi non potrebbero insegnare niente ai siciliani, “dei imprevedibili, entusiastici e sonnacchiosi, ribelli e docili, ostinati e rassegnati, geniali e sregolati, che si crogiolano nell’atmosfera di mistero e di malìa che giunge dall’oriente, mentre sovente la storia gli scorre davanti”, come appunti anonimi, pescati tra le mie mille e mille carte, mi dicono.

Bene, io scelgo questa introduzione non mia per presentare Acireale. Perchè, per conoscere la mia città, bisogna prima comprendere gli acesi, gli appartenenti a questa strana comunità, che nella tumultuosa provincia di Catania, pare capitata proprio per caso e che, per nulla gattopardesca in ogni altra sua manifestazione, lo diventa quando si indentifica, convinta nella definizione del Salina.

Ad Acireale – vedete – siamo persuasi d’essere dèi. Certo, cittadini di grandi, medie e piccole città di Sicilia sono, in senso assoluto, meglio di noi (tra l’altro, con alle spalle scelte e comportamenti storici non sempre limpidi ed inequivocabili), ma è difficile che ci sia qualcuno che possa superarci (almeno nella nostra convinzione comune) se il discorso comparativo viene posto in termini di compiacimento per quello che la città è stata ed è, per la constatazione d’un campanilismo orgoglioso che ancor oggi ci contrappone donchisciottescamente al grande capoluogo di provincia (la Catania che ha lanciato i suoi tentacoli di espansione metropolitana verso ogni latitudine e longitudine, ma che ha capito che verso Acireale, non avrebbe potuto), per il piacere sensuale di vivere all’ombra di antichi e superbi monumenti disseminati su un pianoro di favola sospeso tra mare e montagna, per una tradizione di cultura, in senso classico ed anche in senso antropologico, che non sfigura affatto nei confronti di retaggi del genere di cui godono località celebrate del Meridione d’Italia, per la coscienza d’essere baciati dalla fortuna fin dai tempi assai remoti, quando vivere in quasi tutte le parti della Sicilia, e del Sud in genere, era difficile, triste ed incerto.

E con la cultura sono stati l’ambiente , la storia , la società a costituire l’humus che ha favorito il radicarsi dell’atteggiamento di superiorità degli acesi, del resto mai ostentato ed anzi ben dissimulato per secolare influenza del prudentissimo e diplomatico clero su generazioni e generazioni di miei concittadini. A cominciare dal nome della città, con l’aggettivo “reale” concesso da Filippo IV di Spagna nel 1642 per affermare il privilegio di Aquilia Nova (cosi si chiamava la progenitrice di Aci Reale, erede della greca Xiphonia, della romana Akis, della bizantina, musulmana e normanna Jachium, dell’aragonese Akilia) nei confronti delle tante altre Aci, generate dalla contiguità con l’omonimi fiume e dedicate al ricordo del leggendario pastorello, amante della ninfa Galatea.

E, poi, le Terme. tra le più moderne d’Europa per le attrezzature e tra le più antiche ( ne parlò Filippo di Tessalonica nei suoi epigrammi e gli scavi attuali nella zona di Santa Venera al Pozzo stanno mettendo in luce le consistenti strutture dello stabilimento dei Romani); il mare e L’Etna di cui si può godere contemporaneamente, se non addirittura quasi sincronicamente, per via delle strade che in meno d’un’ora collegano spiaggia e vulcano, gli agrumeti profumati di zagara della “riviera dei limoni” che corrono a perdita d’occhio e che cingono come una corona regale la splendida, irripetibile “Timpa”; il clima mitissimo, assai simile a quelle delle località dell’alto Nilo, che stregavano i viaggiatori sul finire del secolo scorso.

E, poi, ancora la sobria eleganza delle vie principali, il fascino delle viuzze misteriose e dei vicoli contorti e silenziosi, le grandi e luminose piazze, gli slarghi composti e quasi severi, la villa Belvedere e le villette ed i cortiletti e i giardini ancora fin dentro la città perchè fin oggi non conquistati dall’espansione edilizia, che ha creato nuovissimi quartieri, magari discutibili, architettonicamente ma indispensabili in un contesto (o, chissà, involutivo) imposto dai tempi, appresso ai quali bisogna pur correre.

E, soprattutto, immanente, il fastoso barocco siciliano delle chiese, del Palazzo di Città, dei grandi palazzi nobiliari, di case segnate, pur se piccole e modeste, da un fregio, da una mensola da una bugna lavorata in pietra lavica o pietra bianca, da un ferro battuto, da uno sporto, tipici esemplari di questo stile seicentesco ricco, capriccioso fino alla bizzarria, eccessivamente ornato, spettacolare, che ha le sue espressioni in Acireale, oltre che a Noto, a Modica, a Ragusa Ibla, nella bellissima via Crociferi di Catania.

Per finire, quelle attrattive che oggi sono chiamate turistiche ma che in fin dei conti, altro non sono che il rinnovarsi di tradizioni culturali, intese in quel senso moderno, a cui ho prima accennato, che è dato dalle conoscenze, dalle credenze, dalla morale, dal costume, da quel patrimonio difficilmente classificabile e catalogabile che appartiene all’uomo in quanto componente d’una comunità. Parlo delle feste religiose, che Acireale perpetua da tempo immemorabile e che sono esempi di tipico folklore(quella, per esempio, dedicata al Compatrono San Sebastiano), di sontuosità (quella della Patrona Santa Venera), di misticismo struggente (la Processione del Cristo Morto); parlo del carnevale (“il più bello di Sicilia” e certamente tra i migliori in senso assoluto d’Italia perchè genuino e privo di cerebralismi) dalle origini ultrasecolari; parlo del Presepio settecentesco; parlo della più recente tradizione (poco più di un secolo) dell’Opera dei Pupi, che contende a Palermo e a Catania il primato regionale, che poi vuol dire primato nazionale e diciamolo pure mondiale perchè questa forma di spettacolo e altrove scomparsa.

Per tutto questo insieme di piccole e grandi cose , che sono testimonianza d’una dimensione particolare della città, noi acesi, al pari del Gattopardo, pensiamo di poter ripetere, ancora, alle soglie del 2000, “We are gods”! C’è indubbiamente, dell’esagerazione, ma attenzione a liquidare frettolosamente la convinzione, ritenendola frutto di presunzione, vanagloria e spocchiosità. perchè nessuno, in compenso, ha la capacità rigorosa dell’acese di sapersi fustigare, di riconoscere i propri errori e le proprie debolezze, di ridere impietosamente di se stesso. E’ certo una questione di cultura, di civiltà, di gusto, di educazione e financo di rispetto nei confronti degli altri: chè sarebbe ridicola la pretesa di vedere l’oro in casa propria ed il piombo in casa altrui. Sta nella contradizione, soltanto apparente, la chiave interpretativa dell’autodeificazione dell’acese, che sa quando e perchè deve chiamarsi dio e che sa quando e perché deve chiamarsi niente.

Vito Finocchiaro “TAVI” – Leonforte – n3, marzo/aprile 1984

Foto del centro storico ripreso dal campanile della chiesa di San Domenico il giorno di San Sebastiano 2019