Primi Effetti dell’Ordinanza 7/19 sulla Balneazione ad Acireale

L’ordinanza 7/2019 del 26 aprile scorso relativa all’interdizione alla balneazione delle aree classificate P4 e R4 del PAI (piano di assetto idrogeologico), comincia a “mietere” le prime vittime, si tratta di tutte quelle attività commerciali e turistiche soggette al regime concessorio del demanio marittimo, ovvero le piattaforme con annessi servizi, che con periodicità stagionale insistono sul territorio coperto dal divieto, che si estende , nel nostro territorio, da Capomulini a Giarre  .

L’ordinanza che , ricordiamo,  si applica solo alle porzioni di Demanio marittimo e non alle aree sottostanti ai costoni rocciosi della Timpa, prevede l’interdizione dell’accesso al mare e pertanto sospende le concessioni pubbliche e private  che su quelle aree sono localizzate, cancellando con un colpo di matita  piattaforme, discese comunali, accessi pubblici e privati, in pratica trasformando Acireale in comune a divieto di balneazione per oltre il 90% delle coste di competenza.

L’origine di tale provvedimento sta tutta nell’applicazione restrittiva delle disposizioni contenute nel PAI

Il Piano per l’Assetto Idrogeologico (o PAI) è uno strumento fondamentale della politica di assetto territoriale delineata dalla legge 183/89, viene avviata in ogni regione la pianificazione di bacino, esso ne costituisce il primo stralcio tematico e funzionale. Il Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico, di redatto ai sensi dell’art. 17, comma 6 ter, della L. 183/89,  ha valore di Piano Territoriale di Settore ed è lo strumento conoscitivo, normativo e tecnico-operativo mediante il quale sono pianificate e programmate le azioni, gli interventi e le norme d’uso riguardanti la difesa dal rischio idrogeologico del territorio,

Il P.A.I. ha sostanzialmente tre funzioni:

  • la funzione conoscitiva, che comprende lo studio dell’ambiente fisico e del sistema antropico, nonché della ricognizione delle previsioni degli strumenti urbanistici se dei vincoli idrogeologici e paesaggistici;
  • la funzione normativa e prescrittiva, destinata alle attività connesse alla tutela del territorio e delle acque fino alla valutazione della pericolosità e del rischio idrogeologico e alla conseguente attività di vincolo in regime sia straordinario che ordinario;
  • la funzione programmatica, che fornisce le possibili metodologie d’intervento finalizzate alla mitigazione del rischio, determina l’impegno finanziario occorrente e la distribuzione temporale degli interventi.

Il dramma che comuni costieri come Acireale ed Acicastello, stanno subendo è proprio legato alla terza funzione del PAI, ovvero la programmazione degli interventi di mitigazione del rischio che dal piano stesso derivano, proviamo a spiegare meglio.

Come spesso avviene in Italia, uno strumento fondamentale per la pianificazione degli interventi del territorio nato nell’89 e applicato nel 2019, prevede che dopo uno studio delle problematiche presenti si mettano in atto gli interventi di consolidamento necessari alla riduzione del rischio e che , completato il risanamento, si declassifichino le aree, restituendole alla collettività per gli usi previsti nei piani regolatori comunali.

Quello che è successo invece è che in molte delle aree classificate come ad alto rischio P4 e R4 i lavori di consolidamento siano stati fatti veramente e che però non siano mai stati riportati sul PAI lasciando la situazione invariata.

Il Comune di Acicastello che oggi ha tutte le discese al mare interdette, ha realizzato gli interventi di riduzione del rischio anni fa con finanziamenti POR FESR 2007/2015 proprio nelle stesse aree oggi vietate, ma nessun funzionario ha attivato le procedure di riclassificazione delle aree, con il risultato che quegli interventi per il PAI non esistono, nonostante i milioni di euro spesi dalla stessa Regione Sicilia.

Il Comune di Acireale nelle aree oggi interdette di Santa Maria La Scala e Santa Caterina ha ricevuto numerosi finanziamenti con l’ordinanza di Protezione civile 2621 del 1997 e 2440, che a seguito di eventi franosi importanti, ha finanziato interventi di consolidamento su molte zone del costone roccioso, interventi eseguiti dal Genio Civile, dal Comune e dalla Protezione civile regionale, ma nessuno di essi risulta trascritto sul PAI che continua a riportare quelle zone ad alto rischio.

Difficile interpretare la catena di responsabilità nella mancata trascrizione, si tratta di procedure complesse che, nel caso dei privati, vengono svolte dai tecnici del soggetto che ha interesse a vedere svincolate le aree, nel caso dell’ente pubblico avrebbe  dovuto essere cura dei funzionari comunali del tempo, avviare le pratiche per la riclassificazione delle aree consolidate.

Oggi che qualche solerte  funzionario del Demanio marittimo, blocca la balneazione su mezza costa Jonica ci si rende conto che nessuna comunicazione è mai stata attivata e la riclassificazione delle aree, che si ottiene con Decreto del Presidente della Regione e non con una Pec , sembra solo un miraggio.

Fabio D’Agata