QUATTRO CHIACCHIERE CON IL REGISTA, SCENEGGIATORE E SCRITTORE ALESSANDRO MARINARO.

Incontriamo Alessandro Marinaro, classe 1978, regista, sceneggiatore, scrittore. Una laurea in “Communication and Media Studies” alla “Nottingham Trent University” di Londra e diversi riconoscimenti per i suoi corti. “Motore” ha vinto l’edizione 2010 del festival del corto de “La 25ora”, su La7, ma anche “La Bici sotto il Vulcano” e “Buongiorno sign. Bellavista” con il quale ha vinto diversi premi tra i quali l “Italian Contemporary Film Festival 2013″ di Toronto. Di recente ha anche collaborato con il film acese “Lo scoglio del leone”, del quale ha curato il montaggio e ha, proprio qualche settimana fa, vinto il premio al Miglior Montaggio “Indo-Global International Film Fest” di Mumbai. Per il suo ultimo corto, “Vita fuori campo”, ha vinto anche il premio della critica al festival dedicato ai film noir “Genova calibro 9” edizione 2017. Tra i suoi scritti, la raccolta “Storie di presunti imbecilli” edita da A&A edizioni, al cui interno ci sono alcuni dei racconti che hanno vinto diversi concorsi letterari.

V.M: Allora Alessandro con che cosa vogliamo cominciare, con il cinema o con la narrativa e soprattutto, il tuo primo amore è stata la lettura o il cinema?

A.M: Il mio primo amore è stata la musica, quando ho capito che non avevo nessuna qualità in questo ambito, ho trovato casa presso il cinema. La letteratura è arrivata dopo la scuola, come una promessa fatta a me stesso: dopo il diploma quando smetterò di studiare per imposizione, inizierò per passione. Sono sempre stato innamorato dei vocaboli , dei molteplici significati, sono sempre stato curioso di scoprire l’etimo delle parole , ancora oggi ritengo che libro più bello in assoluto sia il vocabolario.

V.M: Ah, però! A questo punto ti chiedo quali film e dunque registi, ti hanno particolarmente colpito e fatto innamorare durante la tua giovinezza -a tal punto da farti diventare regista- e, ovviamente, quali opere letterarie e autori hanno contribuito alla tua passione per la scrittura?

A.M: Quand’ero molto piccolo vedevo molto cinema popolare italiano anni’70 – ’80, quello delle risate ignoranti e asmatiche, e sono pure cresciuto coi film machi di Stallone, un mito della gioventù come molti della mia generazione. E lo è rimasto. Posso amare in contemporanea Bergman, Kusturica e Stallone, e non necessariamente in quest’ordine. Ho di recente rivisto il primo Rocky in tv. Soggetto e sceneggiatura perfetti (scritti da lui), regia di Avildsen magnifica. Comunque uno dei primi registi che mi ha influenzato tanto nei primi anni della giovinezza – che sarebbe meglio dire del post-infanzia – è stato il grande Dario Argento. Lo odiavo perché mi terrorizzava, e proprio per questo dicevo “Ma questo come cavolo fa a turbarmi così tanto attraverso qualcosa che so essere finzione assoluta?”. Da lì ho intuito quanto potente riesca ad essere il cinema e l’ho amato all’istante.

Gli scrittori che hanno, invece, contribuito sono tutti superclassici. Restando nel campo della narrativa, senza sconfinare nel teatro, nella filosofia o nella saggistica, le opere che più mi hanno influenzato appartengono a Kafka, Hugo, Pirandello, Verga, De Maupassant, Buzzati, Cechov, De Sade, Gogol, Tolstoj, Cervantes. Ne dimentico una ventina, comunque. Preciso ovviamente che non esiste nella storia della poesia e della letteratura qualcosa di più elevato del Canto V dell’Inferno, e mai esisterà. Qui siamo proprio nell’incorporeo, nel trascendente, è qualcosa che sorpassa gli aggettivi.

V.M: Ho avuto modo di vedere, in questi ultimi mesi, alcuni tuoi corti e ciò che più mi ha colpito è che in tutti quanti è presente sempre, talvolta anche in maniera ironica e comica, un elemento“irreale”, “fantastico”, “psicoanalitico” o “onirico”. Le fantasie, che in fondo ciascuno di noi si porta dentro -sapendo che comunque resteranno solo delle fantasie- nei tuoi corti prendono vita, irrompono nella scena, diventano realtà, per cambiare una realtà che necessita un cambiamento. Io almeno, li ho interpretati così. Cosa c’è dietro tutto questo? Da cosa o da chi sei ispirato quando crei queste sceneggiature?

A.M: C’è spesso una componente di realismo magico nelle cose che faccio. L’elemento fantastico mi serve per piegare la realtà al mio desiderio di sorprendere, per condurre la vicenda verso la strada del metacinema, che pian piano nella storia diventa sempre più preponderante, diventando l’unica percorribile per comprendere il racconto. Ciò che i miei personaggi vivono inizialmente come un incubo, spesso nel finale si tramuta in uno splendido sogno. In “Motore!”, ad esempio, il protagonista trova la pace dentro la sua dimensione onirica. E’ lì che vorrebbe stare. Non vuole vivere soltanto di cinema, ma vuole viverci proprio dentro, così da fuggire da una realtà ostile e meccanica, dunque oppressiva. Sproloquiando in termini psicanalitici, il subcosciente gli ha sempre indicato la via da intraprendere: fare cinema; ma il suo Super-Io con tutti i suoi divieti si è sempre imposto. Vivere dentro il suo sogno – dove tutto è inconscio e dunque tutto può succedere – lo rende libero.
Mi piace molto la psicoanalisi, ma non sono un professionista, perciò mi limito ad utilizzarne gli schemi in forma ironica, per tornare alla tua domanda sull’uso necessario della comicità.

V.M: Realismo magico era proprio il termine a cui avevo pensato e son contenta lo abbia utilizzato tu. A proposito di comicità, altro elemento presente sempre -ma mai fine a sé stessa, sempre pronta a far scaturire delle riflessioni importanti (e qui torniamo a Pirandello)- in molti tuoi corti vi è come protagonista il bravissimo attore catanese Carlo Ferreri, il quale ha una naturale propensione alla comicità. Lui è anche il protagonista del lungometraggio “Mauro c’ha da fare” del regista Alessandro Di Robilant (per chi non lo conoscesse, il regista del film “Il giudice ragazzino” del 1994) del quale tu hai scritto la sceneggiatura. Ci racconti com’è nato questo sodalizio lavorativo con il regista milanese e com’è nata quella sceneggiatura?

A.M: Certo, con piacere! Ci siamo conosciuti più di 10 anni fa qui a Catania, o meglio a Sant’Agata lì Battiati, dove entrambi abitavamo. Io ci abito ancora, lui non più.
Mauro nacque da un modo somigliante di scherzare. Abbiamo un’ironia molto simile e questo già ci ha subito accumunati. Lui raggiunge livelli di geniale sarcasmo che io mi sogno.
Non sopportiamo il politicamente corretto e siamo capaci di dirci in privato cose cattivissime sulle cose che ci fanno arrabbiare, che non riporteremo mai su carta.
Alessandro aveva desiderio di raccontare la storia di un trentenne che non riesce a dar concretezza alle sue ambizioni.
“Mauro c’ha da fare” è un film scritto più di dieci anni fa, quando il mondo era nel pieno della crisi economica. Il tema della disoccupazione era onnipresente nell’agenda politica e quindi volevamo affrontarlo, ma in modo originale, inconsueto. Ci venne l’idea di inventare un personaggio incasinato, fuori dagli schemi, da disturbo antisociale di personalità, pronto a prendersela col mondo intero se si vede rifiutato.
Il quadro psicologico è maturato man mano che procedevamo con la scrittura. Abbiamo riso come pazzi nel creare le situazioni più paradossali in cui inserire Mauro, un po’ vittima di se stesso, un po’ degli altri. A seconda della visione politica che ciascuno di noi ha della vita, credo che la personalità di Mauro si possa collocare su un doppio binario: puoi considerarlo un irresponsabile, odioso mammone e fannullone, oppure una persona fragile, che chiede soltanto di veder realizzate le sue ambizioni, dopo anni di sacrifici e studi.
Se la società con la sua ipocrisia non mi permette di diventare ciò per cui ho lottato, la combatto con tutti i mezzi a disposizione. Nel caso di Mauro nessuno, se non la sua intelligenza spacciata per follia. Oppure al contrario, se preferisci.
Direi che l’amico Carlo ha dato prova di azzeccare tutte le sfumature della sua complessa psicologia, alleggerite dalla sua travolgente verve comica, come hai detto tu.

V.M: Ah, ecco, non sapevo che Di Robilant si fosse trasferito in Sicilia. Comunque, tornando a Carlo Ferreri, attore, ma anche tuo amico, il suo volto, dalla mimica facciale tragicomica, è anche stato utilizzato per la copertina della tua raccolta di racconti, pubblicata nel 2017, che io ho avuto il piacere di leggere qualche settimana fa: “Storie di presunti imbecilli”. Inutile dirti che ho apprezzato molto la tua capacità di cogliere follie, nevrosi, attitudini e inettitudini, che caratterizzano il genere umano, creando dei personaggi fortemente comici, bizzarri e grotteschi, il tutto condito da un linguaggio raffinato ed elegante, che ai giorni nostri risulta abbastanza raro. Ma chi sono i “presunti imbecilli”?

A.M: Sono felice tu abbia apprezzato e ti ringrazio.
Sono quelli che se ne infischiano dei parametri di giudizio convenzionali, usati da quelli che giudicano con superficialità, ipocrisia o ignoranza. Alcuni dei presunti imbecilli sono consapevoli di ciò che fanno, altri sono imbecilli e basta. Ma la loro è una forma d’imbecillità che ti intenerisce, piena di disperazione comica, verso cui parteggiare.
Mi ha sempre attratto il lato stravagante e imprevedibile della personalità, dentro cui covano i drammi più profondi. Questi personaggi sono soltanto più fragili degli altri e, come tutti, sentono il bisogno di comunicare la propria sofferenza. A volte lo fanno in modo così scomposto da rendersi comici, anche se sono tristissimi. Se ti soffermi sulla superficie del loro comportamento, ti sembrano matti, inetti e frustrati, se invece vai a fondo ne scovi il lato sensibile e pure poetico. È pure probabile che ci insegnino qualcosa; quindi non sono così imbecilli come pensavamo. Di sicuro sono più interessanti di chi li osserva sotto la lente del convenzionalismo, dentro cui rientrano quei gruppi sociali che non hanno nulla da esprimere. A meno che non parliamo di un convenzionalismo di facciata, fasullo, dietro il quale si nascondono segreti che sarebbe interessante scovare e raccontare.

V.M: Ogni tanto è bello anche parlare degli “antieroi”, perché sono più umani e più vicini al lettore. Sì, decisamente “presunti”. Senti Alessandro, il mondo, da un anno a questa parte è fortemente cambiato, piegato da una pandemia che per certi settori lavorativi si è fatta sentire più che per altri. Il tuo, quello cinematografico, ma in generale quello del mondo dello spettacolo, è decisamente quello che forse sta pagando il prezzo più alto: cinema e teatri sono stati i primi a chiudere, nonostante, ad oggi, non ci sono evidenze su contagi o focolai connessi con questi luoghi. In un paese che preferisce lasciare le chiese aperte, ma non si cura minimamente di centinaia di migliaia di lavoratori dello spettacolo lasciati in mezzo ad una strada, quali prospettive pensi si possano avere per il futuro? E soprattutto, credi che l’abitudine a non frequentare più le sale cinematografiche e ad avere a casa -a portata di un click- tutti i film che vogliamo, disponibili in tutte le piattaforme venute fuori da alcuni anni a questa parte, possa definitivamente decretare la fine di questo settore?

A.M: Per quel che mi riguarda il problema non sono le chiese. Rispetto i luoghi di culto e chi li frequenta, se ciò serve a confortare la propria anima. Del resto sono uno che si lascia sempre incantare dall’architettura delle basiliche, delle cattedrali, delle piccole chiesette di montagna. Il problema è un paese che tiene aperti i centri commerciali (dove vanno tutti e nessuno compra) e lascia chiusi i luoghi della cultura.
Trovo penosa e insopportabile la volgarità della gestione pandemica relativa ai teatri e ai cinema. Si vede che i nostri politici sono troppo impegnati a fare altro e non frequentano questi luoghi. Parliamoci chiaro: al cinema ci andavano quattro gatti, e questi hanno avuto la tracotanza di chiuderli, distruggendo il lavoro degli esercenti e della filiera produttiva e distributiva. Un paese che fa diventare Sanremo un caso nazionale e se ne frega di Molière e Shakespeare è imbarazzante. Oggi non puoi nemmeno dire queste cose, che sembri un trombone intellettualoide. Epoca nauseante. Scusa lo sfogo!
Con gli ingressi razionati, dopo un primo periodo di chiusura, sono dell’avviso che avremmo potuto riaprirli già un mese fa. Fa rabbia l’ipocrisia. Vai nei lungomare e ci sono assembramenti da stadio; però i teatri, i cinema, le palestre chiusi. E non importa se riapriranno domani o dopodomani – perché prima o dopo riapriranno – è il trattamento di totale disinteresse che hanno ricevuto a darti la misura di un paese di una povertà culturale sconvolgente.
Prendi le partire di calcio: in panchina stanno con la mascherine e i giocatori si alitano addosso per 100 minuti. Roba da TSO.
Le piattaforme hanno già soppiantato le sale, ma questo era nell’aria da tempo, e la pandemia non ha fatto altro che accelerare l’agonia. Tuttavia, credo che la sala riuscirà a non morire, la combattono tutti da 70 anni ma è ancora lì, in piedi. La voglia di andare al cinema ci sarà sempre, perché uscire di casa è un’esigenza per tutti noi. Per quel che mi riguarda, io vado al cinema per andare in sala. Per me viene prima la sala e dopo il film; anche fisicamente è così, nel senso che prima arrivi in sala e dopo vedi la pellicola. Io mantengo fede a quest’ordine anche a livello emotivo.

V.M: Senti, per concludere questa nostra bella e interessante intervista, mi dici quali progetti hai in cantiere per il futuro, sia in ambito cinematografico che in ambito narrativo?

A.M: Riguardo al cinema un lungometraggio che vorrei fare da 10 anni, quindi c’è ancora tempo per non farlo mai. Per la narrativa una nuova raccolta di racconti già bell’e pronta, che spero di pubblicare quanto prima. Grazie per le belle domande!

V.M: Grazie a te per il tempo che ci hai dedicato! Ti auguro di realizzare tutti i tuoi progetti e magari di ritrovarci ad Acireale per la presentazione della tua nuova raccolta.

(Valeria Musmeci)