Signori, manca sempre l’ultimo miglio?

La nostra città è dotata di una serie di beni comuni che non sappiamo ancora come usare sul versante dell’inclusione sociale e che rappresentano l’esito di un gigantesco “spreco edilizio” che ha radici non recenti. E che non ci possiamo assolutamente permettere.

Leggo di recente che si vuole rimettere mani al nuovo Piano Regolatore della Città. E’ da qui, dalla capacità di provare ad essere una città che cura, che si prende cura, che si deve partire se non si vuole incorrere negli errori della zona 30 che non limita niente e nessuno, nelle sperimentazioni senza senso della ZTL, nello stantio ricalcare piani che tecnicamente stanno in piedi e sono perfettamente legali, ma cui manca l’anima.

Abbiamo un patrimonio che, se non inizia ad incontrare attori in grado di metterne a valore le potenzialità, non muoverà mai i primi passi verso la propria costituzione come risorsa. Come risorsa inclusiva, che ci permette non solo di onorare quanto scritto nel programma elettorale, ma anche di dire col maestro di Milo “io avrò cura di te”.

Cosa manca? Al solito, manca l’ultimo miglio. La nostra è una città bella ma complessa. Ci si lamenta che non si hanno progettazioni apprezzabili ma poi, se queste arrivano, non abbiamo i beni in regola. Se ci sono le progettazioni e i beni sono disponibili, non sappiamo come procedere per gli affidamenti. Se superiamo anche questo, non abbiamo i soldi per lo start-up. Manca sempre qualcosa.

Tra una speranza ed una disillusione, ci proiettiamo sul domani perché sperare l’oggi non è fattibile. E mentre nelle città italiane nuovi spazi ibridi, ospitano professionisti, orti sociali, piccole imprese, start-up, e le strutture che sono lì a testimoniare un passato di investimenti pubblici in termini di “welfare materiale”, come le scuole o le biblioteche, ecc. tendono ad aprirsi ad una molteplicità di usi, anche per più ore al giorno, per attività che non sono quelle canoniche, istituzionali, noi siamo ancora alla finestra. In difficoltà nel ri-generare luoghi e creare nuove possibilità.

E lasciamo che l’innovazione sia rappresentata dal prevedere una ZTL che possa anche comprendere piazza San Domenico e la “chiazza” (discorsi buoni per il Consiglio Comunale o fatti concreti e confronti da sviluppare?) e dalla speranza di prevedere come a New York, come a Barcellona, un luogo dove poter fare carico e scarico delle merci fuori dal circuito ZTL. O una fermata ai Cappuccini che sembra essere attesa quasi come un miracolo.

Come non sprecare il tempo che ci rimane? Rimboccandoci ancora una volta le maniche, ri-partendo dal buono che abbiamo fatto mettendo a regime i diritti dei più deboli nelle scuole e provando a innovare non solo nei servizi che possiamo realizzare, ma anche nei processi.

Abbiamo un debito pubblico in Italia di 2.444,6 miliardi di euro (Banca d’Italia – novembre 2019), abbiamo circa 10.000 persone disabili senza genitori, abbiamo fatto della città inclusiva un manifesto elettorale cittadino. Dobbiamo rimettere mano al Piano Regolatore? Bene. Facciamoci interrogare da questi dati. Cominciamo a prevedere abitazioni che abbiano una destinazione d’uso per chi ha difficoltà e pensiamo ad accompagnare i cittadini nel diventare una comunità di persone.

Altrimenti, altro che bau bau. Non saranno gli altri a frapporre ostacoli alla realizzazione di un PRG segnale di legalità e di sviluppo per una città moderna ed in linea con le aspettative dei cittadini più giovani (a proposito come facciamo ad avere queste informazioni: abbiamo sentito i nostri giovani? Come abbiamo scelto il campione? Dove possiamo verificare come sono state valutate le loro aspettative? Dove trovare i report conseguenti?).

Ma saremo noi gli artefici del nostro fallimento. Portandoci dietro anche la responsabilità di non aver attivato la comunità cittadina perché privi di una visione inclusiva che manca di idonea pianificazione e controllo di tempi, costi, rischi.

Speriamo che non accada.

Nello Pomona