STORIE DI CANZONI – Bob Dylan – “Hurricane”

Rubin Carter è un pugile afroamericano campione dei pesi medi, soprannominato Hurricane per la sua irruenza sul ring. A ventinove anni aveva disputato una quarantina di incontri, con 27 vittorie di cui 19 per ko. Il 14 dicembre 1964, sfidato dal campione dei pesi medi Joey Giardello, italoamericano e bianco, Carter perse l’incontro ai punti con un verdetto molto contestato la cui lettura venne coperta da fischi assordanti del pubblico presente. Resta il dubbio se il verdetto ingiusto scaturì da motivazioni razziali o da un giro di scommesse clandestine.

Il 17 giugno 1966 a Peterson nel New Jersey, in piena notte, due uomini entrarono al Lafayette Grill per compiere una rapina a mano armata, durante la quale furono uccisi Fred Bob Nauyoks, il barista Jim Oliver e una donna, Hazel Tanis, che morì un mese dopo. Alfred Bello, un delinquente che frequentava quella zona, chiamò per primo le forze dell’ordine, e con la sua testimonianza, incastrò Rubin Carter “Hurricane”.
Lo stesso giorno Carter venne fermato dalla polizia: la sua auto era simile a quella avvistata vicino il locale, inoltre il pugile deteneva una pistola dello stesso modello di quella utilizzata nel triplice omicidio. A questo si aggiungano piccoli precedenti con la giustizia in gioventù, passata per anni in riformatorio; il risultato fu che al processo una giuria interamente bianca, così come bianco era il procuratore, accusò ingiustamente Carter di triplice omicidio e lo condannò all’ergastolo.

Durante la prigionia, il pugile scrisse la sua autobiografia, “The Sixteenth Round” premurandosi di inviarne una copia a Bob Dylan noto per il suo impegno nella difesa dei diritti civili. Dylan si appassionò alla storia di Carter e dopo aver letto il libro tutto d’un fiato, decise di voler incontrare personalmente Hurricane, e nel 1975 si recò al Rahway State Prison di Woodbridge, il carcere dentro il quale Carter era detenuto.

L’incontro immortalato da una storica foto in bianco e nero, fu la dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, che il rock oltre ad essere un genere musicale, rappresenta un modo di vivere e di fare le cose. Dylan in quel periodo con molta fatica, aveva smesso gli abiti di portavoce del movimento pacifista degli anni Sessanta, ma non aveva mai smesso di prestare attenzione alle ingiustizie che si palesavano ogni giorno intorno a lui. L’incontro con Carter gli confermò la sensazione che quell’uomo gentile e brillante, non poteva essere un omicida, ma la vittima di una terribile ingiustizia. Il 30 giugno 1975 Dylan scrisse insieme Jacques Levy la canzone “Hurricane”, oltre otto minuti e venti strofe che racchiudono uno sfogo rabbioso nel quale con dovizia di particolari, denuncia cosa accadde realmente quel tragico 17 giugno 1966. Originariamente il testo della canzone elencava i nomi e cognomi degli attori della tragica vicenda, ma poi gli avvocati della casa discografica, convinsero Dylan a realizzare un’altra versione, priva dei riferimenti a persone realmente esistenti. Questa versione fu inserita come brano apripista dell’album Desire del 1976. Patricia Valentine, testimone chiave del processo e citata nella canzone, portò in tribunale il cantautore, che fu scagionato.

Il brano ebbe un gran successo, al punto che venne stampato anche come 45 giri, con quattro minuti per ciascun lato. Dylan nel 1975 organizzò un concerto di beneficenza in favore di Rubin Carter al Madison Square Garden; tra gli ospiti Joan Baez, Joni Mitchell e Allen Ginsberg, e grazie a quell’evento, si raccolsero centomila dollari da destinare agli avvocati di Hurricane, ripetendo la stessa esperienza un anno dopo al Reliant Astronome di Houston.
Nel 1985 il giudice della Corte Federale Haddon Lee Sarokin dichiarò che il processo era stato inquinato da motivazioni razziali, e il 26 febbraio 1988 cadde definitivamente ogni accusa per l’ex pugile, che tornò in libertà.
Rubin Carter che ha trascorso ingiustamente diciannove anni in carcere, morirà il 20 aprile 2014 a causa di un tumore.
“Questa è la storia di Hurricane/ ma non sarà finita finché non riabiliteranno il suo nome/ e gli ridaranno indietro gli anni che ha perduto/ Lo misero in galera ma sarebbe potuto diventare campione del mondo”.

Immagine: Bob Dylan e Rubin Carter al Rahway State Prison di Woodbridge,

Luigi Pennisi