STORIE DI CANZONI Pink Floyd – “The Great Gig In The Sky”

Era il gennaio del 1973 quando l’inglese Clare Torry venne convocata nei mitici studi di Abbey Road: doveva partecipare alle sessioni di registrazione del nuovo album dei Pink Floyd, un lavoro come un altro per lei che ormai aveva abbandonato l’aspirazione di diventare una cantante affermata degli anni ’60. Stufa di sentirsi dire che la sua voce era di tutto rispetto e che non le mancava nulla, constatava amaramente che la sua occasione non arrivava mai.

Il brano a cui doveva partecipare e che originariamente doveva chiamarsi The Mortality Sequence, era “The Great Gig in the Sky”. L’autore era Rick Wright e la canzone si basava su una sequenza iniziale di pianoforte, basso e slide guitar che accompagnava alcune voci che pronunziavano frasi sulla morte: (“non ho paura di morire, in qualunque momento andrà bene, non mi importa. Perché dovrei aver paura di morire? Non ce n’è ragione, prima o poi devi andartene”) Il brano poi prosegue con un prorompente ingresso dell’organo Hammond e della batteria.
L’intento del tastierista quando la scrisse, era quello di trasmettere il senso del passaggio graduale dalla vita alla morte, caratterizzando il brano in due parti distinte: nella prima, il rifiuto dell’avvicinarsi della fine, nella seconda, la serena rassegnazione di fronte all’inevitabile.
Ma i Pink Floyd non erano del tutto convinti e sentivano che quel brano mancava di qualcosa; fu così che Alan Parson, loro ingegnere del suono che sembrava aver individuato la soluzione, li convinse a introdurre nella canzone una voce femminile che a suo avviso, avrebbe maggiormente messo in risalto i vari passaggi evocativi.
Tra i tanti nomi che si fecero, Parson spinse per avere Clare Torry, con cui aveva già collaborato e che lo aveva positivamente impressionato per le sue capacità vocali. Domenica 21 Gennaio, la giovane cantante si presenta puntualmente. Al suo ingresso nello studio non le viene riservata un’accoglienza calorosa, né le si manifesta un particolare interessamento, anzi la band, molto probabilmente esausta e provata dalle lunghe, intense ed ossessive sessioni dei mesi precedenti, appare molto distaccata se non addirittura del tutto disinteressata. David Gilmour confesserà poi che la ragazza le sembrò più una comune casalinga che una cantante.

In quel clima di freddezza generale, Rick Wright fa ascoltare a Clare Torry il pezzo e, a precisa domanda della giovane su come debba cantare, le risponde laconicamente: “Nessuna parola, pensa alla morte o a qualcosa di morboso, fai in modo che chi l’ascolti pensi alla morte”.
In definitiva i Pink Floyd le davano carta bianca, lasciando intendere che non avevano idea di cosa in realtà volevano che facesse.

Sorpresa da questa richiesta del tutto inusuale, Clare provò a seguire le indicazioni della band. La sua prima esecuzione venne interrotta quasi subito mentre tentava di cantare qualche “oh yeah”: ma le parole erano bandite. La parola d’ordine era improvvisare e la ragazza provò a lasciarsi andare, ma più che una semplice corista serviva qualcuno che si facesse strumento e riuscisse a fondere la propria voce nel contesto sonoro di Wright.

Al secondo tentativo Clare provò a calarsi nella canzone, ma qualcosa ancora non andava. Fece una pausa e poi tentò un’ultima volta l’approccio a The Great Gig In The Sky: decise che non avrebbe seguito la canzone, sarebbe stata lei la canzone, sarebbe stata lei ad imporre l’onda emotiva che le sgorgava dentro, lasciandosi andare e immaginando davvero lo scorrere della vita fino all’inevitabile fine. Non si sa cosa possa essere passato nella mente di Clare dal momento in cui nella stanza di registrazione si è accesa la spia “on air”.

Dal suo ingresso nel brano, nella seconda parte della canzone, Clare Torry irrompe colmando ogni spazio, andando oltre i limiti usuali della propria voce e senza l’uso di una singola parola si tramuta nel significato stesso del brano; diventa la Morte, possente e spaventosa, con tutta l’ angoscia e la sofferenza che arreca per poi mutare in rassicurante e dolce, come la fine ultima di ogni sofferenza. Una performance unica che farà di quel brano un successo mondiale, una pietra miliare alla quale qualsiasi corista da lì in poi ambirà ad arrivare.

Dopo tre ore di lavoro Clare, poco convinta del risultato, se ne va: non pensa proprio che il suo contributo sia stato particolarmente apprezzato da Alan Parsons e dalla band e si convince che la sua voce non sarà mai scelta per The Great Gig In The Sky. Riceve trenta sterline (il doppio del solito, visto che era di domenica) e ritorna alla sua vita di tutti i giorni. Ma uno di quei “tutti i giorni”, si distingue decisamente da tutti gli altri: l’uno marzo del 1973 Clare sta tornando a casa e passando da un negozio di dischi, vede in vetrina la scritta che annuncia il nuovo album dei Pink Floyd, entra nel negozio, apre il vinile e vede che nei crediti è inserito il suo nome. Incredula compra l’album e ritorna a casa. “The Dark Side of the Moon” diventerà uno dei più grandi successi planetari di sempre ed il mondo scopre la sua voce ma nessuno saprà mai chi è veramente, per tutti sarà semplicemente la “cantante di The Great Gig in the Sky”……

Ed è allora che qualcosa scatta in Clare, che non si accontenta più di essere la “corista di The Great Gig in The Sky“, ma sente nascere in lei un desiderio di rivincita dopo tanto tempo dietro le quinte. Così nel 2004 avviò una causa contro i Pink Floyd affinché fosse riconosciuta come co-autrice del brano e vinse la causa. Da allora non si sa più niente di lei, ma ciò che conta è che ogni volta che ascolterai ” The Great Gig in the Sky” saprai che una donna, in quel primo marzo del 1973, ha guardato la morte negli occhi, ci ha preso per mano e, dall’altro lato della luna, ci ha mostrato Il Grande Spettacolo nel Cielo!

“Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare”: (Anatole France)

Luigi Pennisi