STORIE DI CANZONI. Eric Clapton – “Tears in Heaven”

«Avevamo un paio di concerti a Milano e una sera a cena il mio produttore si presentò con uno schianto di donna. Era di
Verona e si chiamava Lory Del Santo. Tra noi corse un’energia fortissima, di quelle che si scatenano quando si incontra una persona per la prima volta». Così racconta nella sua autobiografia Eric Clapton che per lei scriverà una canzone “Lady of Verona” (1986)Lory invece ricorda: «L‘incontro tra me e Eric Clapton è stato un flash per tutti e due. L’ho visto, mi piaceva e gli ho detto: tu hai figli? No. Ne vorresti? Sì. E allora facciamone uno insieme. È stato un bellissimo, pazzo gesto tra due persone che non si aspettavano nulla ma che hanno messo al mondo qualcosa di molto importante».
Il 26 agosto 1986, dopo una breve ed intensa relazione tra i due, che tuttavia non li aveva mai portati ad unirsi in matrimonio, nasce Conor. Eric Clapton era ancora sposato con Patty Boyde, ex moglie di George Harrison. Ma il colpo di fulmine che unì la coppia si affievolì progressivamente e i due iniziarono a vivere separatamente. Ciò nonostante Eric amava il suo bambino ed andava spesso a trovarlo, fino al fatidico 20 marzo del 1991, un giorno maledetto che segnerà indelebilmente le vite della coppia.Quel giorno una terribile disgrazia colpì Clapton e la Del Santo: il piccolo Conor precipita dal cinquantatreesimo piano dell’appartamento abitato dalla madre e dal bambino sulla 57th avenue a Manhattan, New York City.Il bambino stava giocando tranquillamente nella sua cameretta, mentre la madre Lory del Santo si trovava nella stanza accanto con Silvio Sardi, produttore cinematografico e proprietario dell’appartamento. Una banale distrazione, mentre la domestica puliva la casa e aveva lasciato le enormi finestre panoramiche aperte, si è rivelata fatale. Pochi minuti e il piccolo Conor si avvicina alle grandi vetrate aperte, perde l’equilibrio e precipita tragicamente in un volo di oltre cento metri.
Quel giorno Eric Clapton si trovava a New York, di passaggio per via di un concerto, e dopo essersi precipitato sul luogo dell’incidente, entrambi i genitori del piccolo Conor furono ricoverati d’urgenza, in stato di shock, al Lenox Hill Hospital.Se quella assurda tragedia fosse avvenuta qualche anno prima, Clapton probabilmente avrebbe affondato i suoi dolori nell’alcool e nella droga, ma quelle brutte abitudini, ormai, facevano parte del passato. Così il chitarrista si isolò dal mondo intero trasferendosi su un’isola dei Caraibi insieme alla sua fedelissima chitarra: “Avevo bisogno di uscirne fuori, di salvarmi. L’unico modo era quello di scrivere e suonare, scrivere e suonare.”Il profondo dolore per la gravissima perdita del figlio venne a tradursi in uno dei pezzi più celebri e commoventi di Clapton,” Tears in Heaven”, una malinconica ballad pubblicata solo nel 1992, a seguito di una lunga pausa dovuta allo stato di depressione in cui si trovava il musicista. Alla stesura del testo, in seguito alle pressanti insistenze da parte di Clapton, collaborò il cantautore americano Will Jennings. Nonostante il pezzo sia estremamente intimo, Clapton vuole che sia Will Jennings a finirlo, Jennings che mai si sarebbe aspettato di doversi calare nei panni di un uomo che ha subito una perdita così grande. «Eric è venuto da me dicendomi che aveva intenzione di scrivere una canzone su suo figlio. Aveva la prima strofa pronta, che a mio parere era la canzone fatta e finita, ma voleva che io la continuassi. Ho provato a dirgli che data la delicatezza dell’argomento forse sarebbe stato meglio se a proseguirla ci avesse pensato lui, ma si è limitato a ribattere dicendomi che aveva apprezzato molto il mio lavoro con Stevie Winwood. Non ho potuto fare altro che accettare, e contribuire alla nascita di un brano così triste è stata un’esperienza unica nella mia carriera».Tutto quello che Clapton riesce a scrivere si riduce a un paio di domande semplici ma commoventi e di una sincerità straziante: “Ricorderesti il mio nome se ci incontrassimo in paradiso? Il nostro rapporto sarebbe uguale se ti incontrassi in paradiso? Devo essere forte e proseguire, perché so che non posso stare qui in paradiso”. Will Jennings parte da qui e prosegue, immaginandosi il bimbo che aiuta il padre ad alzarsi porgendogli la mano, assistendolo lungo il cammino in cui la notte e il giorno si alternano impietosi. Poi prende spunto dall’atto di fede delle ultime parole di Clapton, e concepisce una porta dietro la quale si nasconde la pace. Una pace talmente forte da cancellare le lacrimeLa prima registrazione di “Tears in Heaven” avvenne in occasione della realizzazione della colonna sonora del film “Effetto allucinante”, la cui storia aveva l’obiettivo di far affiorare nel cuore del pubblico l’emozione della perdita di una persona amata.Nel 2004 Clapton smette di suonare sia “Tears In Heaven” che “My Father’s Eyes”, pezzo in cui l’artista inglese mette in relazione la scomparsa di suo figlio con quella del padre che non ha mai conosciuto. «Non riuscivo più a sentire la perdita, che è una parte fondamentale nell’esecuzione di quelle canzoni. Quando suono certi brani devo provare i sentimenti originali che mi hanno spinto a scriverli. Ora quei sentimenti se ne sono andati, e non voglio che ritornino. La mia vita ora è cambiata. Forse hanno solo bisogno di riposare un po’, e un giorno riuscirò a riprendere quelle canzoni e a suonarle in modo più distaccato».Bisognerà aspettare il 2013 per poter riascoltare “Tears in Heaven” dal vivo, in occasione della celebrazione dei 50 anni di carriera di Clapton: un lunghissimo viaggio ripercorso per intero, fra lampi di felicità e momenti oltremodo bui. E dalle sofferenze più intense possono nascere canzoni capaci di entrare prepotentemente nella storia della musica.Immagine: particolare de “La Madonna della Sistina”- Raffaello – 1513

Luigi Pennisi.