“Tsukumogami” : la storia di Fabio Garofalo, giovane vittima della mafia, in un breve racconto dello scrittore Rosario Russo.

La mafia spietata, la mafia che uccide innocenti, la mafia che ha un’unica regola : il potere, la sopraffazione.
La mafia che addirittura qualcuno pensa di poter ammirare!
La mafia che conta soldi e vittime.
La mafia che non salva nessuno. Nemmeno chi si trova nel posto sbagliato, al momento sbagliato.
Come è successo a Fabio Garofalo.

Fabio, appena diciottenne, si trovava in una sala da giochi del suo paese, S. Maria di Licodia, la sera dell’ 1 agosto del 1993.
Giocava spensieratamente una partita di biliardino quando un killer, con il volto coperto dal passamontagna, entrò e sparò tre colpi di pistola contro il sedicenne Mirko Sidoti, figlio del titolare della sala giochi, ferendolo al torace e ad un braccio.

Poi, mentre cercava di scappare, si trovò casualmente di fronte Fabio, e, senza nessuna esitazione sparò ancora, un solo colpo a bruciapelo, colpendolo al volto ed uccidendolo.
A seguito delle indagini, emerse che il killer era entrato nella sala da giochi con l’intento di uccidere il titolare, Calogero Sidoti, pare per uno “sgarro” nei confronti del clan di estorsori di cui faceva parte.

Sidoti fu successivamente arrestato per concorso in omicidio nel gennaio 1994 insieme a Nunzio Petralia, considerato il killer del giovane.

Un altro giovane, amante di questa terra affascinante e dannata, l’acese Rosario Russo, lodevole scrittore che racconta vizi e virtù della sua isola, legge per caso la storia di questa giovane vittima della mafia. E tutt’altro che indifferente, decide di rendergli omaggio, anche per il fatto che tante vittime della mafia spesso vengono dimenticate.
Nel racconto di Rosario invece, appassionato e nostalgico, dal taglio originale e per niente scontato, diverso dalle consuete narrazioni di cronaca, Fabio Garofalo vivrà per sempre.
E la sua terribile vicenda, potrà così essere meglio conosciuta e ricordata.
Perché il sangue delle vittime di mafia non si cancella e non si dimentica.

Ve lo proponiamo :

Tsukumogami

Dovreste iniziare a crederci alle leggende, soprattutto quelle giapponesi.
Prendete me, ad esempio: mi chiamo Fabio e sono un portiere di calcetto. Non quello sport che si pratica nei palazzetti, chiamato anche futsal; sono un portiere di calciobalilla, di quelli piccoli, in plastica e verniciati di rosso. Sorpresi, eh? Ecco perché vi dico che dovreste crederci alle leggende.

Io rappresento uno Tsukumogami. Cosa significa ve lo spiegherò più avanti, attualmente ho un grosso problema: mi trovo abbandonato in una discarica, a pochi chilometri dal bar dove per circa vent’anni innumerevoli ragazzi mi hanno fatto roteare attraverso la stecca ormai usurata dal tempo. Il biliardino è diventato inservibile, così quell’incivile di Puccio, il tolare, ha pensato bene di scaricarmi in questa maniera. Ma una volta ero un ragazzo in carne e ossa, passavo infinite ore al bar a giocare a calcetto e conoscevo tutti i trucchetti per stracciare gli avversari.

Poi, però, una sera d’agosto, uno sciagurato, un mafioso di due lire, è entrato al locale e ha sparato a Puccio. Pare che il barista dovesse dei soldi al boss del paese e quest’ultimo, non riuscendo a ottenere il denaro, aveva deciso di mandargli un killer per ammazzarlo.

Puccio si era salvato fortunatamente, colpito da un proiettile al braccio, ma il destino volle che io mi trovassi sulla scena, alle prese con l’adorato calciobalilla. L’assassino, per non lasciare testimoni mi ha sparato in faccia ponendo fine ai miei sogni e alle mie speranze. Avevo da poco compiuto diciott’anni, amavo la vita, cosa c’entravo io con le vendette, cosche mafiose o roba del genere? Ma ecco che qui entra in gioco la leggenda dello Tsukumogami, lo spirito delle cose.
Dovete sapere che anche gli oggetti hanno un’anima.

Un’anima toccata dalle tante persone che ne fanno uso, che li stringono tra le mani, che li afferrano, che li donano ad altri, e che talvolta li buttano via. Fu così che il mio spirito si trasferì nel portierino del calciobalilla, proprio quel calciobalilla da me tanto amato e sul quale una maledetta sera d’estate mi accasciai per mano di un balordo. Adesso vi supplico, salvatemi:
sono stato gettato via senza alcun rispetto e la mia sorte sarà quella di trasformarmi in uno spirito maligno in cerca di vendetta.

Basterebbe soltanto che mi recuperiate da quella puzzolente discarica in cui mi trovo e che mi ringraziate per tutte le partite che ho fedelmente svolto. La merito un po’ di consolazione, no?
In Giappone, dove ci tengono davvero, questi riti vengono chiamati kuyou e rappresentano una sorta di funerale degli oggetti vecchi.
Dopodiché, distruggetemi: diventerò uno spirito benevolo che si manifesterà solo per apparizioni inoffensive. Infine, qualora vi trovaste davanti ad un biliardino, fatela una partita e scegliete gli omini rossi, in memoria del ragazzo che ero e dei miei sogni andati.
Grazie.

~ Dedicato a Fabio Garofalo, diciottenne ucciso nel 1993 a Santa Maria di Licodia perché testimone di una sparatoria.
Rosario Russo ~

L. M.