Tuninetti: «Contento di essere ad Acireale, siamo un grande gruppo. E sulla tifoseria…»

E’ stato uno dei fiori all’occhiello del mercato estivo dell’Acireale e fin dalle prime battute ha già fatto capire il perchè. Umile e timido, anche se per la personalità messa in campo non si direbbe, Rodrigo Tuninetti rappresenta ormai da anni uno dei centrocampisti più forti della categoria. Piedi sapienti e mente fredda, regista di qualità sempre alla ricerca della giocata giusta e mai della giocata ad effetto. Una storia particolare la sua, partito dall’altra parte del mondo all’inseguimento di un sogno girovagando l’Italia. E allora, dall’Argentina ad Acireale, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il nuovo centrocampista granata.

Rodrigo, quali sono le tue impressioni su questi primi mesi ad Acireale?

-Sono molto contento, va tutto bene. Stiamo costruendo un bel gruppo, ci alleniamo sempre al massimo ed i risultati si vedono già in partita: due vittorie ma soprattutto prestazioni convincenti. Sicuramente siamo consapevoli di poter fare di più da qui in avanti, ma siamo ancora all’inizio.

Sulla città?

-Molto bella, sono arrivato da poco ma ho già girato parecchio. Mi ha impressionato.

Come è nata la trattativa che ti ha portato qui?

-E’ nata quasi un anno fa, nel mercato invernale, ricordo che il direttore mi chiamava ogni giorno e ha spinto tanto affinchè arrivassi. Per me era un periodo un po complicato per varie situazioni lì a Siracusa, però non sono riuscito a liberarmi ma il mio arrivo è stato solo rimandato.

Quanto è stata importante la presenza di Pagana in panchina per scegliere Acireale?

-Sicuramente è stata importante, lo conosco ormai da 5 anni e ho un ottimo rapporto con lui. Magari alla fine sarei venuto lo stesso per il progetto che si sta costruendo, però sapere di ritrovarlo come allenatore è stato uno dei fattori che mi ha spinto a scegliere Acireale.

Quanto ha influito, invece, la figura del mister nella tua carriera?

-Molto, conoscerlo è stata una fortuna perchè rappresenta tuttora una parte fondamentale della mia vita calcistica. Oltre che essere un grande allenatore è anche una grande persona e sa come parlare ai propri giocatori. Poi trasmette quella tranquillità che serve per far rendere tutti al meglio, soprattutto quando sei un ragazzino cerca di alleggerirti da quella pressione che può farti male.

Cosa ti ha colpito dell’Acireale?

-I tifosi! E anzi, mi ha detto che quello che abbiamo visto finora non è tutto. Ho ancora impresso il numero di tifosi venuti alla prima amichevole a Pedara: impressionanti. Non mi era mai capitato di vedere un tifo così caloroso che non fa differenze tra la semplice amichevole di inizio stagione o il match importante durante l’anno. Sapere di avere un pubblico del genere ti spinge a dare tutto.

Proprio riguardo al tifo, anche in Argentina è molto caloroso. Trovi analogie con la cultura italiana?

-La cultura del tifo è simile ma allo stesso tempo diversa. Lì il calcio non è visto come una passione, ma fa parte della vita quotidiana, si vive letteralmente per il calcio. Purtroppo questo non sempre è un bene, a volte accadono fatti spiacevoli tra tifoserie, non ultimi quelli che hanno poi portato il Superclasicos dell’anno scorso a giocarsi in Spagna.

Gli argentini sono conosciuti per le loro enormi qualità tecniche, di te sorprende però anche l’equilibrio che dai alla squadra. Come definiresti te stesso?

-Mi piace molto giocare il pallone, mi piace riceverlo e poi distribuirlo. Da ragazzino giocavo più avanti rispetto ad oggi, ero più un trequartista, poi man mano ho arretrato la posizione in campo e devo dire che sono soddisfatto. A centrocampo ho più possibilità di gioco, ma soprattutto vedo il campo per intero.

Vieni dall’Argentina, come si è sviluppata la tua carriera lì?

-In realtà non ho giocato molto in Argentina. Ho iniziato nelle giovanili dell’Estudiantes, una società di serie C e a 16 anni ho esordito in prima squadra, poi ho deciso di andare a Buenos Aires per cercare di fare qualche provino, ma non ho avuto grandi fortune.

Quindi poi l’arrivo in Italia…

-Si, nell’ormai 2013. Ho deciso di venire dall’altra parte del mondo giocando un po con la sorte diciamo, sono partito da solo senza alcun appoggio qui ed infatti inizialmente è stato tutto un po complicato. Ricordo che arrivai a Milano, poi il mio procuratore dall’Argentina mi ha aiutato nella ricerca della squadra. La prima esperienza è stata con la primavera dello Spezia, poi il direttore di allora (Castagnini) andò via e quindi ho iniziato a girare l’Italia. Prima a Ischia, poi Vico Equense e Palestrina in D, fino ad arrivare a Troina.

Immagino un inizio non facile per vari motivi…

-Inizialmente ho dovuto affrontare varie difficoltà, in particolar modo la lingua e il non avere nessuno a cui appoggiarmi al mio arrivo. Poi nelle prime esperienze ho avuto problemi legati alla cittadinanza che mi hanno impedito di giocare a Vico Equense, Palestrina è stata di fatto la mia prima esperienza concreta in Italia. Ho fatto anche un ottimo campionato e ricordo che durante l’anno mi cercò la Sambenedettese, società con cui avrei potuto fare un campionato di D ad alti livelli, ma il presidente decise di tenermi. Alla lunga questa sua scelta mi ha condizionato, però la carriera va avanti per fortuna.

Come sei arrivato a Troina?

-E’ avvenuto tutto per caso, perchè il Troina all’epoca prese un ragazzo che giocava con me a Palestrina e da lì è nata un po la cosa. Loro cercavano un centrocampista, questo mio ex compagno di squadra consigliò il mio nome e dopo essersi informati mi chiamò il direttore Dell’Arte per portarmi lì. Ho accettato subito la loro proposta, anche se inizialmente il dover scendere ancora di categoria mi pesava. Da giovani si ambisce sempre a salire di livello, non a scendere, però alla fine la scelta ha pagato. Ho fatto quasi tre anni ad alti livelli e grazie al Troina sono poi arrivato nei professionisti col Siracusa. Magari fossi andato da un’altra parte non è detto che sarei arrivato in C, è il destino.

Poi Siracusa, com’è stato per te lo scorso anno?

-E’ stata la mia prima esperienza nei professionisti, quindi rappresenta un grande traguardo. Purtroppo l’annata è stata travagliata per vari motivi. Molti di noi non conoscevano la categoria, il ritmo e la qualità sono completamente diversi, per cui soprattutto nella fase iniziale non siamo partiti bene. L’annata si è conclusa comunque con la salvezza sul campo, poi il resto si sa.

E’ così ampia la differenza tra il dilettantismo ed il professionismo?

-Il ritmo è diverso, devi abituarti in fretta altrimenti fai tanta fatica. Come dicevo è uno dei fattori che abbiamo pagato inizialmente, poi la qualità media è chiaramente superiore e ci sono molti giocatori forti. Anche in D trovi calciatori tecnicamente dotati e in grandi di farti la differenza, però per vari motivi non riescono ad arrivare in alto.

Ormai da anni sei qui in Italia, qual è la vera differenza tra il calcio italiano e quello argentino?

-L’organizzazione senza ombra di dubbio. In Italia il calcio è molto più ragionato, più ordinato e con idee tattiche che in Argentina difficilmente riscontri. Lì si predilige la tecnica, ma rispetto a ciò che si può pensare è molto importante anche la parte atletica. Si gioca ad alta intensità, con uno contro uno per tutta la durata della partita, quindi atleticamente devi stare bene per rendere. L’abbiamo visto con De Rossi, che era partito benissimo con il Boca ma adesso sta pagando un po la differenza di calcio.

Cosa spinge un ragazzo di 18 anni a lasciare la famiglia per andare dall’altra parte del mondo come nel tuo caso?

-La famiglia non era d’accordo riguardo questa mia scelta, non è facile sapere che il proprio figlio si trova da solo dall’altra parte del mondo. Però in me era tantissima la voglia di arrivare e di seguire questa strada, in particolar modo già dopo la prima esperienza di La Spezia mi convinsi che l’Italia era il paese giusto. Ovvio poi che, come dicevo prima, le difficoltà sono state tante.

Quanto fa crescere a livello umano un’esperienza di questa?

-Tantissimo. Quando hai 18 anni e ti ritrovi da solo senza la tua famiglia devi per forza di cose maturare. L’idea iniziale era quella di rimanere un mese in Italia e c’era stata anche la possibilità di tornare prima, poi però sono stato caparbio e ho deciso di proseguire fino alla fine. Sei anni dopo posso dire che ne è valsa la pena, perchè sono cresciuto sia da un punto di vista calcistico ma soprattutto da un punto di vista umano.

Da buon argentino, hai un soprannome?

-Qualcuno, spesso dati dai miei stessi compagni di squadra. A Troina all’inizio mi chiamavano “gordo” perchè, anche se oggi non si direbbe, mi presentai in ritiro con qualche chilo di troppo (ride). Poi in argentina mi chiamavano “gringo” per il colore biondo dei capelli.

Chiudiamo con l’Acireale, qual è il vostro obiettivo?

-Divertirci e far divertire i tifosi. Siamo all’inizio e dunque non è il momento di porci dei traguardi, sappiamo che il girone sarà tosto ma puntiamo ad arrivare più in alto possibile. Poi quel che sarà, sarà.

Foto: Francesco Barbagallo

Giorgio Cavallaro