UNO SU CINQUE.

“Save The Children” è un’organizzazione che da più di cento anni si batte per la tutela dei bambini e la garanzia di un loro futuro. Un recente rapporto della suddetta organizzazione denuncia le gravissime violazioni mettendo in risalto il diverso impatto a seconda che si tratti di maschi o femmine.
L’Afghanistan risulta essere il Paese più colpito con circa 12.000 bambini uccisi o feriti a causa dei conflitti, registrando così un aumento percentuale del 13% rispetto gli anni precedenti. Vi si contano circa 1900 attacchi a scuole ed ospedali, e tra il 2005 e il 2018, si registrano 20.000 casi comprovati di violenza sessuale contro minori, ma purtroppo è da ritenersi che il numero indicato sia sottostimato a causa delle barriere sociali.
Filippo Ungaro, direttore delle Campagne di “Save the Children”, afferma: “È sbalorditivo che il mondo resti a guardare mentre i bambini sono presi di mira impunemente: dal 2005 è stato registrato che almeno 95.000 bambini sono stati uccisi o mutilati, decine di migliaia di bambini rapiti e a milioni di bambini è stato negato l’accesso all’istruzione o ai servizi sanitari dopo che le loro scuole e ospedali sono stati attaccati. I dati colpiscono, ha aggiunto, ma non rappresentano la reale dimensione del dramma che sono costretti a subire i bambini in conflitto, che è molto più ampio. Guarire dal virus dell’indifferenza, ha concluso Ungaro, significa pretendere che non si colpisca indiscriminatamente la popolazione civile, che non vi siano conflitti per procura, che si fermi la folle corsa agli armamenti e al business della loro esportazione a Paesi che compiono violazioni dei diritti umani e dei bambini”.
Il rapporto di “Save the Children” evidenzia come le violenze siano molto differenti tra ragazzi e ragazze. Mentre i ragazzi hanno maggiori probabilità di essere uccisi, mutilati o rapiti per essere reclutati, le ragazze corrono un rischio molto più elevato di violenza sessuale o di matrimonio precoce e forzato.
Dei casi accertati di omicidi e mutilazioni, il 44% erano ragazzi, il 17% erano ragazze e ciò è dovuto ad una maggiore libertà dei maschi che li rende più esposti al rischio di essere uccisi o mutilati. Le ragazze invece, più “protette” nelle loro case, risultano essere più esposte a violenze sessuali, sfruttamento e matrimoni precoci o forzati.
La Somalia è il Paese con il maggior numero di bambini soldato, circa 300.000. Si tratta di bambini usati come combattenti, costretti a diventare scudi umani o usati per trasportare esplosivi o come kamikaze. Molti di loro entrano a far parte dei gruppi armati volontariamente, solo per procurarsi del cibo e un posto dove stare.
Le ragazze, fungono da supporto ai gruppi armati, con compiti domestici quali la preparazione del cibo, la gestione dei figli dei soldati, ma anche sottoposte ad abusi e violenze sessuali. Il loro eventuale rientro presso le comunità di appartenenza è molto difficile, additate come oggetto di violenza sessuale, considerate impure e quindi ripudiate dalle famiglie e dalla comunità.
Numeri alla mano, la Somalia e la Repubblica Democratica del Congo risultano essere i paesi più pericolosi per le ragazze.
Solo in Africa 170 milioni di bambini vivono in aree di guerra; 415 milioni, in tutto il mondo: uno su cinque.
Ma c’è un altro aspetto sottovalutato a dispetto di una rilevante importanza: la limitazione della libertà. Il timore di essere rapiti, soprattutto per le ragazze, limita fortemente gli spazi di libertà individuale e di socializzazione, costringendo le stesse, per esempio, ad evitare la scuola per paura di essere rapite durante il tragitto; questi rapimenti spesso possono configurarsi come delle vere e proprie punizioni inflitte da chi interpreta in modo rigoroso le norme di genere dettate dai precetti religiosi.
Conclude Filippo Ungaro: “I bambini e le bambine soffrono in maniera differente le conseguenze dirette e indirette dei conflitti e devono essere aiutati nelle loro esigenze specifiche. Chiediamo che i governi e le parti in conflitto si assumano la responsabilità dei crimini commessi ai danni dei minori e che la comunità internazionale si impegni a costruire piani di azione che possano garantire il loro recupero fisico e psicologico”.

Luigi Pennisi