Giustizia per Francesco Vecchio

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“…la giustizia è una ricerca
è un cammino che comincia con il conoscere sé stessi
e il riconoscere i proprio errori.
Allora la giustizia si avvicina alla verità
e ripara i danni e ricostruisce quello che è stato distrutto.”

Tratto dal pensiero di un giovane detenuto al carcere minorile di Acireale.

Ieri pomeriggio, in occasione del 28esimo anniversario dall’uccisione dell’imprenditore acese delle acciaierie “Megara”, Francesco Vecchio, l’associazione culturale Vie Traverse, con la presenza della moglie e del figlio Pierpaolo, ha organizzato una serata che oltre a commemorare, anzi più che commemorare, ha voluto porre l’attenzione su un omicidio di mafia che, tutt’oggi, rimane irrisolto, oltre che poco conosciuto ai più. Sembrerebbe paradossale, ma non lo è; ci si riempie la bocca di slogan contro la mafia, ma di fatto la città di Acireale ha subito un omicidio di mafia di cui moltissimi acesi non sono a conoscenza o preferiscono non parlare.
La serata doveva svolgersi proprio nel piazzale Vecchio, ma, a causa delle avverse condizioni meteo, l’appuntamento è stato spostato all’interno dei locali della protezione civile, che si trovano accanto al piazzale. Certamente il cattivo tempo avrà scoraggiato molti acesi volenterosi di partecipare, ma comunque, una buona parte era presente, ha sentito l’esigenza di esserci, nonostante tutto, per cercare di capire i contorni di questa assurda vicenda.
A far luce a questo irrisolto caso di mafia, il bravissimo giornalista Marco Militello, il quale ha fatto negli anni un’attenta raccolta delle fonti relative alle indagini di questo caso che si sono susseguite, archiviate e riaperte più volte, insieme ad una ricerca sulle condizioni delle imprese e di eventuali infiltrazioni poco limpide all’interno delle stesse. Ciò che più colpisce è, come dice lo stesso Militello, che “è un processo in cui ci sono delle gigantesche ombre, ma non si capisce come sia possibile, perché le indagini sono sempre state nelle mani di magistrati che non hanno mai avuto un’ombra, né a Catania, né altrove”. Non si capisce perché, per quattro volte sia stata fatta la richiesta di archiviazione e in tutto questo tempo si siano seguite più piste, tutte molto valide, ma nessuna di esse abbia poi portato a risultati finali e nomi e cognomi dei reali colpevoli.
Interessante, inoltre, la presenza in sala di alcuni ragazzi del carcere minorile di Acireale, accompagnati dalla direttrice, i quali, hanno lavorato sulla figura di questo imprenditore ucciso e qualcuno aveva pure preparato un pensiero sullo stesso: parole semplici e cariche di sentimenti. I ragazzi hanno collaborato altre volte con Vie Traverse e gli stessi membri dell’associazione hanno assistito al laboratorio di scrittura creativa che si tiene all’interno dell’istituto penitenziario. Infine, l’iniziativa è stata totalmente ripresa dallo studio video-fotografico “WeDù”, per la creazione di un app che consenta tutti coloro i quali, trovandosi in futuro al piazzale Francesco Vecchio, sentiranno l’esigenza di conoscere qualche notizia e qualche testimonianza in più su questo imprenditore acese.
Parlare di mafia significa anche imparare a conoscere questa figura, che ha sacrificato la propria vita per quei valori in cui credeva fermamente, attraverso appuntamenti come quello di ieri sera, ma anche all’interno delle nostre scuole, dove ci sono tutti quei ragazzi che quotidianamente si danno appuntamento in quel bel luogo di aggregazione che porta il suo nome, ma che ancora la maggior parte di essi si ostina a chiamare “area COM”. Le parole sono importati, come diceva qualcuno, e le parole, anche soltanto i nomi, a volte possono essere un modo per mantenere viva la presenza e l’esempio di chi non c’è più.
(Valeria Musmeci)